L’allucinazione
Sono un’allucinazione. Non va bene vedermi. Capita a pochi, ma ad alcuni capita, si sa. Di recente ho avuto un allucinato con il quale parlare e gustare un po’ di vita terrena, ma di norma nessuno mi vede, e allora fluttuo e aspetto. Buon per loro, ci mancherebbe. Però, pensando a me, devo ammettere che apprezzo essere visto. Mi capirete.
Ripensavo a lui, al mio ultimo allucinato. Non gli è stata concessa nessuna credibilità. Nessuna.
Giuro.
Dicevo: sono un’allucinazione e credetemi se vi dico che per quanto ne so esisto, eccome se esisto. Esisto anche se mi conosce solo quel povero Diavolo del mio allucinato di turno. L’ultimo si chiama Chris. Quando non sono visto non ho forma, sono gli altri a darmene una. Loro. Gli allucinati.
Fluttuavo per la città, adoro farlo soprattutto nei pomeriggi funebri d’inverno, quando il borgo è ormai lontano dalla spensieratezza estiva e non è ancora entrato in quella bolla di speranza esistenziale che prende forma con il mese di marzo, fra fioriture, semine e via dicendo. Solitamente in città ci vado a dicembre o a gennaio, che sono i mesi duri, i mesi che come un colubro strisciano fra le umane reliquie. Ho più probabilità di essere visto, in diversi sbroccano, alcuni di loro mi vedono. Febbraio non fa stato perché ci sono i carnevali, rituali scaccia demoni molto potenti. Beh, comunque non mi capita ogni inverno di incontrare qualcuno in giro per strada, dunque all’occorrenza opto per qualche alternativa di ripiego. Una casa anziani, una clinica psichiatrica, un cimitero. Cerco situazioni in cui la gente ha bisogno di scollegarsi, sono certo mi capirete. Ho anche io il mio vuoto da colmare.
Quel giorno avevo giusto una gran voglia di trangugiarmi una birra e mi dannavo perché non lo potevo fare, a causa della mia inconsistenza, capirete. Poi, con la sorpresa tipica dei migliori avvenimenti spontanei, un giovane sulla trentina che marciava nervosamente, mi ha urtato. Tornai improvvisamente a sentire un corpo. È sempre strano quando capita. Devo ammetterlo, entro sempre in uno stato di allerta. Si perché sono stato l’allucinazione di diverse persone e non va quasi mai a finire bene per loro. In linea di massima sono benevola, non è tanto per colpa mia che capitano certe cose, ma per via di tutta quella storia della psichiatria e del fatto che se mi vedi il mondo ti dirà sicuramente che non mi devi più vedere.
Personalmente penso che ci siano allucinazioni e allucinazioni. Sapete, è come capita con la gente no? C’è chi ti devasta l’esistenza e chi te la migliora. Ci sono anche quelle persone che preferiresti non avere nella vita, ma alle quali ti abitui. Ci convivi.
Insomma, prima camminavo inosservato e d’improvviso mi ritrovavo lì a fissare negli occhi questo disperato. Christian. I primi momenti sono sempre complessi anche per un’altra chiara ragione: noi allucinazioni mica abbiamo sempre le stesse sembianze e ovviamente il nostro principale interesse è quello di scoprirlo in fretta, in modo da imparare come muoverci, cosa dire, per essere credibili e durare il più possibile nel tempo. Tutto dipende da cosa vuole vedere la persona che ci nota, capirete. E ancora una volta il principio è lo stesso che si applica alle relazioni fra di voi persone. Voi vi vedete in un modo, però le persone che conoscete possono vedervi anche in maniere diverse. Vedono quello che necessitano. E voi non vedete quasi mai gli altri per quello che sono veramente. Vedete solo quello che necessitate. Per non parlare poi del fatto che voi persone cambiate di continuo, o vi sentite cambiate, o volete cambiare gli altri. Non è così? Capirete.
Una volta, verso la fine degli anni ottanta, un anziano signore mi vide. Volle fare l’amore quasi subito, perché ero diventato la sua defunta moglie. Non mi potevo sottrarre. Ah! Io non posso sottrarmi, vale a dire che non posso scomparire! Devo portare a termine la mia missione e questa è un’altra regola fondamentale. È importante saperlo. Quella volta me la cavai con poco, bastò dire al vecchio che ero si sua moglie, ma sotto forma di un angelo custode mandato per proteggerlo. La sua passione si tramutò in platonica devozione, non avete idea del modo che aveva di venerarmi. Incensi, pranzi benedetti, messe pagane. Lo accompagnai alla morte e compii la mia missione. Fu appagante. Ma questa era un’altra storia.
Tornando a Chris, mi guardava esterrefatto, sorrideva e piangeva, si vedeva subito che non stava bene, però la mia curiosità mi indusse a chiedergli perché stesse piangendo. Le persone che ci passavano di fianco iniziavano a guardarlo nel modo in cui si può guardare un ragazzo che piange di gioia mentre stringe una mano inesistente e osserva un punto nel vuoto.
“Piacere, sono Christian. Credevo fossi morto!” Mi disse come prima cosa.
“Eppure sono qui.” Risposi prontamente. Non me ne vogliate, suvvia, fare l’allucinazione è il mio lavoro, per questo lo assecondai. Capirete.
“Ma perché sei qui? Cioè, perché sei in questa città?”
“Per te Chris.” Dissi. Stavo esagerando, lo sapevo, ma adesso che qualcuno mi aveva visto me lo volevo tenere stretto e concedermi una botta di vita.
“Per me?” Balbettò lui incredulo.
“Dimmi, cosa vedi in me, perché piangi mentre mi parli?” Indagai.
“Non capita tutti i giorni di vedere Jimi Hendrix. Biascicò con gli occhi sgranati e la bava agli angoli della bocca. Era sfinito, poverino, chissà che periodo stava passando.
Non mi scomposi più di tanto, fatta eccezione di un sussulto di sorpresa, ero Jimi cazzo. Forse potevo veramente rimediare una birra. Forse anche qualcosa in più. Non me ne vogliate, ma non mi vergognai di queste mie brame.
“No Chris, non capita mai, e non sono morto. Volevo solo farmi un giro lontano dai riflettori.”
Lui si prese il tempo di fare due passi indietro e guardarmi meglio. Annuì solennemente e tornò a parlare.
“Però non mi stupisce, sai, ultimamente faccio passi da gigante con la chitarra e il nostro incontro per me è un segno del destino, la tua storia si incrocia alla mia.” Sul suo volto scorrevano smorfie di commozione ed eccessive emozioni. Puzzava di erba e ne aveva dei rimasugli anche sotto alle unghie.
“Certo. Come no. Cosa ne dici di far due passi? C’è gente che ci guarda, non vorrei essere riconosciuto.”
“Andiamo a bere una birra a casa mia?”
Sorrisi alla grande. Quel devastato giovane mi piaceva.
Ci incamminammo lungo la via in direzione della piazza, Chris mi disse di abitare in un condominio della periferia, verso nord.
“Cazzo, sei Jimi, ma porca puttana, non ti sei intossicato di pasticche o roba simile?” Continuava a farfugliare mentre camminava spedito e a testa bassa.
“Naa. Volevo sparire, te l’ho detto.”
“Non sei morto nel ’70? E perché non sei invecchiato?”
“Ed eccomi di nuovo in ballo”, pensai. A raccontar balle a chi non vede l’ora di crederci. Questa volta nella vita di un giovane, in ogni caso un povero disgraziato con chissà quale disfunzione. Schizofrenia? Tumore cerebrale? Fulminato dalle droghe? Se non avessi conosciuto le definizioni delle ragioni per le quali Chris mi stava vedendo, bhè, avrei detto che quel ragazzo se la cavava alla grande. Era umile, direi quasi spaventato dal mondo, ma suonava la chitarra da Dio. Suonava davvero da Dio e aveva birra, vino, erba a volontà. Lo sapevo che non sarebbe bastato per un lieto finale, perché in ogni caso l’avrebbe presa dritta, ma proprio dritta su per il culo. Non è che d’improvviso non mi avrebbe più visto e tutta quella strana storia si sarebbe chiusa così, come si chiude un incubo all’alba. Ero una sciagura, io.
Trascorremmo diverse settimane barricati in casa. Aveva sempre alcool e erba a volontà. Ne aveva a volontà. Facemmo un bagno di cultura, ci dedicammo solo alla musica, a discorsi filosofeggianti e ai vizi. Fu lucente e devastante. Non uscimmo più di casa. Chris riceveva diverse telefonate ogni giorno, perlopiù da alcuni suoi parenti quali madre, padre, zio, sorella. Mentiva dicendo di essere fortemente influenzato. Fuggiva la sua famiglia come si fugge la peste, sapeva che lo volevano internare. Beh, dicevo delle telefonate: inventava due balle, appendeva il telefono e riprendeva a parlarmi, a raccontarmi di come lui in fondo lo sapeva che non ero morto, che sapeva che quelli come me non si lasciavano ammazzare dalla depressione o dalle dipendenze, dal fascismo dell’arrogante ignoranza sociale o dal grande fratello. Personalmente, cosa volete che vi dica, non me ne fregava quasi nulla. Non conoscevo neppure troppo la storia di questo Jimi Hendrix. Avevo già sentito certi suoi assoli, certo, come tutti. Lo incarnavo ma non facevo un motivo di furore. Me ne stavo lì, con tutte quelle birre e con la voglia di capire fino in fondo perché mi stesse vedendo.
Capivo che l’allucinazione era associata a una strana forma delirante. Un quadro sempre più articolato e complesso che giorno dopo giorno si espandeva sempre più, inglobando ogni pezzetto della sua vita. Chris si stava mettendo in testa di portarmi in televisione, di dire a tutti che ero vivo. Credeva che in questo
modo avrebbe potuto dare alle persone un motivo nuovo e potente per incazzarsi, per smetterla di accettare le gabbie sempre più strette in cui si stavano recludendo. Desiderava che i giovani si scrollassero via di dosso tutta quella finta e virtuale realtà. Diceva che era più vero quando gli sbandati si facevano le spade nei cessi delle stazioni. Chris piangeva spesso, ma non piangeva per sé stesso, questo mi metteva una tristezza inaudita che mi faceva venire voglia di bere e fumare, cose che potevo ben fare. Capirete. Forse mi troverete dissacrante, ma avevo poco di cui lamentarmi.
Ok, volete la verità? Non sapevo che cazzo fare. Me ne stavo lì a guardarlo mentre moriva o si spianava la strada verso il manicomio e sapevo solo che per la prima volta dopo tanti anni riuscivo a sentire il sapore della birra, quell’amaro freddo e liquido che ti riempie le emozioni e rallenta i pensieri. Faccio schifo, ma ditemi, da quale pulpito pretendereste mai di parlare voi umani?
Poi un giorno stavo di merda per Chris, era peggiorato molto, era dimagrito, era da più di trenta giorni che ce ne stavamo barricati in casa. Usciva solo per scendere in cantina e salire con la scorta di lattine e bottiglie.
Quel giorno sentimmo bussare e poi udimmo una voce giovane, tagliente e chiara come il freddo invernale alle sei del mattino:
“Polizia, aprite. Christian sei lì?”
“Oh cazzo, Jimi, è la polizia! Mettiamo via la roba, forza, nasconditi, questi qua non ti conoscono, sono capaci di sbatterti dentro sai? Non ti conoscono e ti tratterebbero male! Ti crederanno un clandestino eritreo o roba simile. Che figura.” Sibilò in preda al panico. Rimasi zitto, tutto accadde in pochi istanti.
Con la polizia c’era anche la madre di Chris. Aveva una chiave, aprì la porta e un gruppetto di persone fece ingresso nella casa di Chris. Così, senza gloria né azione, rapidamente, curiosi, sconosciuti.
“Ma cosa cazzo fate! Questa è casa mia! È casa mia questa!” Prese a gridare il ragazzo.
“C’è merda sulle pareti. Bisbigliò un poliziotto all’altro. L’altro annuì solennemente con le labbra serrate.
Io me ne stavo lì. Chris cercava aiuto nel mio sguardo, io cercavo di esistere il più possibile. Cercavo di esistere perché Chris mi vedeva, ci credeva. Mi alzai e parlai al drappello:
“Forza gente, lasciatelo in pace, suona da Dio la chitarra e non fa male a nessuno. Forza gente, ma non vedete che ha paura di voi?” Capirete. Nessuno mi vedeva, nessuno mi sentiva, nessuno poteva ancora nemmeno immaginare della mia esistenza. Mi sentii solo, inconsistente, come un’allucinazione.
Chiamarono un’ambulanza e portarono via Chris. Uno psichiatra di picchetto lo stava già aspettando.
“Come stai Christian? Quest’anno è già la seconda volta vero?” Disse lo psichiatra. Era giovanissimo, in erba, più giovani di Chris.
“Savo meglio a casa mia, voglio solo tornarci.”
“Raccontami cosa hai fatto in questi giorni.”
Speravo che non gli raccontasse di me. E invece:
“Sono stato con Jimi. Jimi Hendrix. Ma lo so che non mi crede.”
“Jimi chi?”
“Oh Cristo. Jimi Hendrix! Il musicista! Woodstock eccetera, no?”
“Senti Chris, intendo approfondire questa questione domani, per oggi credo sia meglio optare per un ricovero coatto e una terapia del sonno.”
“Fanculo.” Disse il ragazzo. Chiuse gli occhi. Poi li riaprì e mi guardò, forse aveva capito, perché non mi parlò. Non chiese aiuto. Non pretese che lo psichiatra mi vedesse.
I due sparirono dalla stanza. Io rimasi lì e diedi una sbirciata al rapporto dello psichiatra: delirio mistico relativo al raggiungimento del Nirvana. Allucinazione relativa a personaggio dello spettacolo. Fine. Nulla più. "Nirvana? Pensai. Quel coglione del dottore mi aveva perfino confuso con Kurt Cobain. Chris fu ricoverato. Io fui sbranato
dalla tristezza quando prima di salire pacatamente sull’ambulanza mi rivolte un sorriso rassegnato.
Montai sull’ambulanza insieme a lui e lo fissai per tutto il viaggio. Lui non mi parlava, ma parlava con l’infermiere, con lui ci parlava. Mi sentii una malattia.
Non ne sapevo un cazzo di Jimi, ma mi piaceva lo slancio che aveva preso Chris quando mi aveva visto, quando mi stava conoscendo. Suonava la chitarra da Dio.
Quella sera prima di essere chiuso in camera Chris prese una pillola e non mi vide nemmeno più.
Personalmente avrei voluto un’altra birra e provai nostalgia dei giorni in cui Chris era allucinato.


