venerdì 5 dicembre 2025

L'allucinazione

L’allucinazione

Sono un’allucinazione. Non va bene vedermi. Capita a pochi, ma ad alcuni capita, si sa. Di recente ho avuto un allucinato con il quale parlare e gustare un po’ di vita terrena, ma di norma nessuno mi vede, e allora fluttuo e aspetto. Buon per loro, ci mancherebbe. Però, pensando a me, devo ammettere che apprezzo essere visto. Mi capirete. 

Ripensavo a lui, al mio ultimo allucinato. Non gli è stata concessa nessuna credibilità. Nessuna.

Giuro.

Dicevo: sono un’allucinazione e credetemi se vi dico che per quanto ne so esisto, eccome se esisto. Esisto anche se mi conosce solo quel povero Diavolo del mio allucinato di turno. L’ultimo si chiama Chris. Quando non sono visto non ho forma, sono gli altri a darmene una. Loro. Gli allucinati.

Fluttuavo per la città, adoro farlo soprattutto nei pomeriggi funebri d’inverno, quando il borgo è ormai lontano dalla spensieratezza estiva e non è ancora entrato in quella bolla di speranza esistenziale che prende forma con il mese di marzo, fra fioriture, semine e via dicendo. Solitamente in città ci vado a dicembre o a gennaio, che sono i mesi duri, i mesi che come un colubro strisciano fra le umane reliquie. Ho più probabilità di essere visto, in diversi sbroccano, alcuni di loro mi vedono. Febbraio non fa stato perché ci sono i carnevali, rituali scaccia demoni molto potenti. Beh, comunque non mi capita ogni inverno di incontrare qualcuno in giro per strada, dunque all’occorrenza opto per qualche alternativa di ripiego. Una casa anziani, una clinica psichiatrica, un cimitero. Cerco situazioni in cui la gente ha bisogno di scollegarsi, sono certo mi capirete. Ho anche io il mio vuoto da colmare.

Quel giorno avevo giusto una gran voglia di trangugiarmi una birra e mi dannavo perché non lo potevo fare, a causa della mia inconsistenza, capirete. Poi, con la sorpresa tipica dei migliori avvenimenti spontanei, un giovane sulla trentina che marciava nervosamente, mi ha urtato. Tornai improvvisamente a sentire un corpo. È sempre strano quando capita. Devo ammetterlo, entro sempre in uno stato di allerta. Si perché sono stato l’allucinazione di diverse persone e non va quasi mai a finire bene per loro. In linea di massima sono benevola, non è tanto per colpa mia che capitano certe cose, ma per via di tutta quella storia della psichiatria e del fatto che se mi vedi il mondo ti dirà sicuramente che non mi devi più vedere.

Personalmente penso che ci siano allucinazioni e allucinazioni. Sapete, è come capita con la gente no? C’è chi ti devasta l’esistenza e chi te la migliora. Ci sono anche quelle persone che preferiresti non avere nella vita, ma alle quali ti abitui. Ci convivi.

Insomma, prima camminavo inosservato e d’improvviso mi ritrovavo lì a fissare negli occhi questo disperato. Christian. I primi momenti sono sempre complessi anche per un’altra chiara ragione: noi allucinazioni mica abbiamo sempre le stesse sembianze e ovviamente il nostro principale interesse è quello di scoprirlo in fretta, in modo da imparare come muoverci, cosa dire, per essere credibili e durare il più possibile nel tempo. Tutto dipende da cosa vuole vedere la persona che ci nota, capirete. E ancora una volta il principio è lo stesso che si applica alle relazioni fra di voi persone. Voi vi vedete in un modo, però le persone che conoscete possono vedervi anche in maniere diverse. Vedono quello che necessitano. E voi non vedete quasi mai gli altri per quello che sono veramente. Vedete solo quello che necessitate. Per non parlare poi del fatto che voi persone cambiate di continuo, o vi sentite cambiate, o volete cambiare gli altri. Non è così? Capirete.

Una volta, verso la fine degli anni ottanta, un anziano signore mi vide. Volle fare l’amore quasi subito, perché ero diventato la sua defunta moglie. Non mi potevo sottrarre. Ah! Io non posso sottrarmi, vale a dire che non posso scomparire! Devo portare a termine la mia missione e questa è un’altra regola fondamentale. È importante saperlo. Quella volta me la cavai con poco, bastò dire al vecchio che ero si sua moglie, ma sotto forma di un angelo custode mandato per proteggerlo. La sua passione si tramutò in platonica devozione, non avete idea del modo che aveva di venerarmi. Incensi, pranzi benedetti, messe pagane. Lo accompagnai alla morte e compii la mia missione. Fu appagante. Ma questa era un’altra storia.

Tornando a Chris, mi guardava esterrefatto, sorrideva e piangeva, si vedeva subito che non stava bene, però la mia curiosità mi indusse a chiedergli perché stesse piangendo. Le persone che ci passavano di fianco iniziavano a guardarlo nel modo in cui si può guardare un ragazzo che piange di gioia mentre stringe una mano inesistente e osserva un punto nel vuoto.

“Piacere, sono Christian. Credevo fossi morto!” Mi disse come prima cosa.

“Eppure sono qui.” Risposi prontamente. Non me ne vogliate, suvvia, fare l’allucinazione è il mio lavoro, per questo lo assecondai. Capirete.

“Ma perché sei qui? Cioè, perché sei in questa città?”

“Per te Chris.” Dissi. Stavo esagerando, lo sapevo, ma adesso che qualcuno mi aveva visto me lo volevo tenere stretto e concedermi una botta di vita.

“Per me?” Balbettò lui incredulo.

“Dimmi, cosa vedi in me, perché piangi mentre mi parli?” Indagai.

“Non capita tutti i giorni di vedere Jimi Hendrix. Biascicò con gli occhi sgranati e la bava agli angoli della bocca. Era sfinito, poverino, chissà che periodo stava passando.

Non mi scomposi più di tanto, fatta eccezione di un sussulto di sorpresa, ero Jimi cazzo. Forse potevo veramente rimediare una birra. Forse anche qualcosa in più. Non me ne vogliate, ma non mi vergognai di queste mie brame.

“No Chris, non capita mai, e non sono morto. Volevo solo farmi un giro lontano dai riflettori.”

Lui si prese il tempo di fare due passi indietro e guardarmi meglio. Annuì solennemente e tornò a parlare.

“Però non mi stupisce, sai, ultimamente faccio passi da gigante con la chitarra e il nostro incontro per me è un segno del destino, la tua storia si incrocia alla mia.” Sul suo volto scorrevano smorfie di commozione ed eccessive emozioni. Puzzava di erba e ne aveva dei rimasugli anche sotto alle unghie.

“Certo. Come no. Cosa ne dici di far due passi? C’è gente che ci guarda, non vorrei essere riconosciuto.”

“Andiamo a bere una birra a casa mia?”

Sorrisi alla grande. Quel devastato giovane mi piaceva.

Ci incamminammo lungo la via in direzione della piazza, Chris mi disse di abitare in un condominio della periferia, verso nord.

“Cazzo, sei Jimi, ma porca puttana, non ti sei intossicato di pasticche o roba simile?” Continuava a farfugliare mentre camminava spedito e a testa bassa.

“Naa. Volevo sparire, te l’ho detto.”

“Non sei morto nel ’70? E perché non sei invecchiato?”

“Ed eccomi di nuovo in ballo”, pensai. A raccontar balle a chi non vede l’ora di crederci. Questa volta nella vita di un giovane, in ogni caso un povero disgraziato con chissà quale disfunzione. Schizofrenia? Tumore cerebrale? Fulminato dalle droghe? Se non avessi conosciuto le definizioni delle ragioni per le quali Chris mi stava vedendo, bhè, avrei detto che quel ragazzo se la cavava alla grande. Era umile, direi quasi spaventato dal mondo, ma suonava la chitarra da Dio. Suonava davvero da Dio e aveva birra, vino, erba a volontà. Lo sapevo che non sarebbe bastato per un lieto finale, perché in ogni caso l’avrebbe presa dritta, ma proprio dritta su per il culo. Non è che d’improvviso non mi avrebbe più visto e tutta quella strana storia si sarebbe chiusa così, come si chiude un incubo all’alba. Ero una sciagura, io.

Trascorremmo diverse settimane barricati in casa. Aveva sempre alcool e erba a volontà. Ne aveva a volontà. Facemmo un bagno di cultura, ci dedicammo solo alla musica, a discorsi filosofeggianti e ai vizi. Fu lucente e devastante. Non uscimmo più di casa. Chris riceveva diverse telefonate ogni giorno, perlopiù da alcuni suoi parenti quali madre, padre, zio, sorella. Mentiva dicendo di essere fortemente influenzato. Fuggiva la sua famiglia come si fugge la peste, sapeva che lo volevano internare. Beh, dicevo delle telefonate: inventava due balle, appendeva il telefono e riprendeva a parlarmi, a raccontarmi di come lui in fondo lo sapeva che non ero morto, che sapeva che quelli come me non si lasciavano ammazzare dalla depressione o dalle dipendenze, dal fascismo dell’arrogante ignoranza sociale o dal grande fratello. Personalmente, cosa volete che vi dica, non me ne fregava quasi nulla. Non conoscevo neppure troppo la storia di questo Jimi Hendrix. Avevo già sentito certi suoi assoli, certo, come tutti. Lo incarnavo ma non facevo un motivo di furore. Me ne stavo lì, con tutte quelle birre e con la voglia di capire fino in fondo perché mi stesse vedendo.

Capivo che l’allucinazione era associata a una strana forma delirante. Un quadro sempre più articolato e complesso che giorno dopo giorno si espandeva sempre più, inglobando ogni pezzetto della sua vita. Chris si stava mettendo in testa di portarmi in televisione, di dire a tutti che ero vivo. Credeva che in questo

modo avrebbe potuto dare alle persone un motivo nuovo e potente per incazzarsi, per smetterla di accettare le gabbie sempre più strette in cui si stavano recludendo. Desiderava che i giovani si scrollassero via di dosso tutta quella finta e virtuale realtà. Diceva che era più vero quando gli sbandati si facevano le spade nei cessi delle stazioni. Chris piangeva spesso, ma non piangeva per sé stesso, questo mi metteva una tristezza inaudita che mi faceva venire voglia di bere e fumare, cose che potevo ben fare. Capirete. Forse mi troverete dissacrante, ma avevo poco di cui lamentarmi.

Ok, volete la verità? Non sapevo che cazzo fare. Me ne stavo lì a guardarlo mentre moriva o si spianava la strada verso il manicomio e sapevo solo che per la prima volta dopo tanti anni riuscivo a sentire il sapore della birra, quell’amaro freddo e liquido che ti riempie le emozioni e rallenta i pensieri. Faccio schifo, ma ditemi, da quale pulpito pretendereste mai di parlare voi umani?

Poi un giorno stavo di merda per Chris, era peggiorato molto, era dimagrito, era da più di trenta giorni che ce ne stavamo barricati in casa. Usciva solo per scendere in cantina e salire con la scorta di lattine e bottiglie.

Quel giorno sentimmo bussare e poi udimmo una voce giovane, tagliente e chiara come il freddo invernale alle sei del mattino:

“Polizia, aprite. Christian sei lì?”

“Oh cazzo, Jimi, è la polizia! Mettiamo via la roba, forza, nasconditi, questi qua non ti conoscono, sono capaci di sbatterti dentro sai? Non ti conoscono e ti tratterebbero male! Ti crederanno un clandestino eritreo o roba simile. Che figura.” Sibilò in preda al panico. Rimasi zitto, tutto accadde in pochi istanti.

Con la polizia c’era anche la madre di Chris. Aveva una chiave, aprì la porta e un gruppetto di persone fece ingresso nella casa di Chris. Così, senza gloria né azione, rapidamente, curiosi, sconosciuti.

“Ma cosa cazzo fate! Questa è casa mia! È casa mia questa!” Prese a gridare il ragazzo.

“C’è merda sulle pareti. Bisbigliò un poliziotto all’altro. L’altro annuì solennemente con le labbra serrate.

Io me ne stavo lì. Chris cercava aiuto nel mio sguardo, io cercavo di esistere il più possibile. Cercavo di esistere perché Chris mi vedeva, ci credeva. Mi alzai e parlai al drappello:

“Forza gente, lasciatelo in pace, suona da Dio la chitarra e non fa male a nessuno. Forza gente, ma non vedete che ha paura di voi?” Capirete. Nessuno mi vedeva, nessuno mi sentiva, nessuno poteva ancora nemmeno immaginare della mia esistenza. Mi sentii solo, inconsistente, come un’allucinazione.

Chiamarono un’ambulanza e portarono via Chris. Uno psichiatra di picchetto lo stava già aspettando.

“Come stai Christian? Quest’anno è già la seconda volta vero?” Disse lo psichiatra. Era giovanissimo, in erba, più giovani di Chris.

“Savo meglio a casa mia, voglio solo tornarci.”

“Raccontami cosa hai fatto in questi giorni.”

Speravo che non gli raccontasse di me. E invece:

“Sono stato con Jimi. Jimi Hendrix. Ma lo so che non mi crede.”

“Jimi chi?”

“Oh Cristo. Jimi Hendrix! Il musicista! Woodstock eccetera, no?”

“Senti Chris, intendo approfondire questa questione domani, per oggi credo sia meglio optare per un ricovero coatto e una terapia del sonno.”

“Fanculo.” Disse il ragazzo. Chiuse gli occhi. Poi li riaprì e mi guardò, forse aveva capito, perché non mi parlò. Non chiese aiuto. Non pretese che lo psichiatra mi vedesse.

I due sparirono dalla stanza. Io rimasi lì e diedi una sbirciata al rapporto dello psichiatra: delirio mistico relativo al raggiungimento del Nirvana. Allucinazione relativa a personaggio dello spettacolo. Fine. Nulla più. "Nirvana? Pensai. Quel coglione del dottore mi aveva perfino confuso con Kurt Cobain. Chris fu ricoverato. Io fui sbranato

dalla tristezza quando prima di salire pacatamente sull’ambulanza mi rivolte un sorriso rassegnato.

Montai sull’ambulanza insieme a lui e lo fissai per tutto il viaggio. Lui non mi parlava, ma parlava con l’infermiere, con lui ci parlava. Mi sentii una malattia.

Non ne sapevo un cazzo di Jimi, ma mi piaceva lo slancio che aveva preso Chris quando mi aveva visto, quando mi stava conoscendo. Suonava la chitarra da Dio.

Quella sera prima di essere chiuso in camera Chris prese una pillola e non mi vide nemmeno più.

Personalmente avrei voluto un’altra birra e provai nostalgia dei giorni in cui Chris era allucinato.



domenica 9 febbraio 2020

sabato 4 gennaio 2020

Dopo 15 anni ritorna Damatrà. In anteprima il numero di gennaio 2020.



Certe volte un bellinzonese
di Matteo Beltrami


“Così noi viviamo, per sempre prendendo congedo.”
Rainer Maria Rilke


Era un martedì di metà novembre. Quella notte avevo sofferto d’insonnia, dunque partii molto presto da Locarno. Arrivai a Bellinzona inseguito dai primi bagliori del giorno. Tutto era ancora azzurrino e opaco. Prima del curvone di Gudo una volpe aveva repentinamente attraversato la strada. Era saltata giù dal ronco sulla sinistra. Mi era sembrata un’ombra, poi una fiammella, poi proprio una volpe. Avevo avvicinato il mento al volante e avevo rallentato per assicurarle il passo.  Lei era scappata sulla destra, verso uno stagno che conoscevo da bambino. La creatura mi lasciò nei pensieri un’immagine di inarrivabile splendore. Ma lo sapevo solo io. Ingranai qualche marcia e mi arrampicai su per Sementina, scivolai giù da Monte Carasso e passai da dietro, dalla birreria, sfiorando i muri che restringevano oltremisura la carreggiata.
Circonvallai la città e attraversai il ponte sul Ticino. Gettai alcuni sguardi soddisfatti verso Artore e Daro. Passai dallo stadio e in seguito lungo la Henri Guisan superando la banca. Percorsi il viale Portone e raggiunsi l’audace preselezione di via Motta, in quel momento priva di traffico. Preferii fare quel giro perché già da un bel pezzo la via Mirasole era chiusa, ti deviavano verso il campo militare e non mi andava di percorrere le strade lì attorno, che erano piene di buche e si contorcevano in mille svolte.
Dopo la preselezione feci il mio ingresso nel centro storico guidando adagio, il porfido traballava un po’ al passaggio della piccola automobile, l’avevo previsto e avevo abbassato i finestrini apposta per ascoltarne il rumore. Quello era l’unico rumore che stavo ascoltando. E mi sentivo calmo. Trovai posteggio molto facilmente, in quella fila che di solito era sempre occupata, di fianco al teatro.
In piazza della Foca non c’era un’anima. Nemmeno i mattinieri ausiliari di polizia a far le multe. Scesi dalla macchina e subito provai un ponderato senso di nostalgia delle epoche che in passato avevano preso forma fra le mura e che ormai erano sbiadite, come naturale. Lento camminai sulle mie suole dure fino al noce, percorsi il portico, proseguii fino alla Collegiata. Nel cuore della piazza mi fermai. Soppesai il percorso compiuto da quando ero sceso dal letto. Mi resi conto di una cosa importante: io credevo di poter fare colazione leggendo il giornale. Aspettare il sorgere del sole al caldo di una pasticceria. Ma ero arrivato troppo presto ed era ancora tutto chiuso.
Ma certo, guarda che non sei mica a Milano Centrale, qui aprono tutti alle nove. Mormorai fra la barba.
Il mio sguardo risalì lungo le pietre della torre del Municipio, fino all’orologio. Era l’ora di non avere orari. Decisi di bighellonare per un po’. Tenevo le mani nelle tasche dei pantaloni, gli avambracci mi mantenevano il mantello aperto. L’aria sapeva di brina e mi si posava sul cuore attraverso la maglia di lana. Era come se mi cristallizzasse le emozioni, in quel primordio di giorno. A passi e respiri cadenzati camminai fino alla golena. Incrociai i primi passanti. Prima un uomo e poi una ragazzina. Altri tre lungo via Murate, due donne e un anziano, che portava un colbacco nero e blu. Con l’anziano ci scambiammo anche un cenno del capo. Raggiunsi la biblioteca, le camminai un po’ di fianco. Ne ammirai il candore e la pacatezza architettonica. Iniziai a scorgere il fiume fra gli arbusti.  Ci arrivai. Lo salutai sfiorando le sue acque con le dita e senza perdere il ritmo placido passeggiai per un po’ controcorrente. Raggiunsi le piscine. A quel punto iniziò ad arrivare un vento tagliente e ghiacciato. Secondo me veniva da Preonzo o Lodrino o da quelle parti lì, e non mi aveva offerto nessun preavviso. Era possente e come il passaggio di un treno merci non si sarebbe interrotto per un bel po’, lo capii in fretta perché lo conoscevo.
Il vento mi attaccò da più fronti. Mi sferzò il mantello. Mi venne voglia di parlarci, non capii il perché, ma ogni tanto un bellinzonese lo fa.
Sai fare il tuo mestiere, ma ora esageri. Gli dissi chiudendo gli occhi.
Lo stesso vento furioso iniziò a ripulire i cipressi e le mura e l’erba che ricopriva l’argine, lunga ma ingiallita dall’inverno. Il vento poi terse i colori, che in pochi istanti divennero più nitidi e lucenti. E l’aria sollevò anche un sole pallido, che non riscaldava, che a malapena aveva voglia di sorgere. Venne su fiacco, di fianco al motto della croce. E io ero arrivato nel cuore del prato del liceo e lì in mezzo, esposto a quelle intemperie, mi sentii a casa senza capire il perché. Vidi alzarsi in volo lo stormo di corvi che abitavano sugli alberi in fondo al campo, ascoltai il loro inveire, erano in lotta contro le folate per la conquista del cielo.
Incoraggiai i corvi e tornai verso il centro. Poco dopo le 9 trovai un bar che mi andava bene, degli anziani fumavano seduti ai tavolini, sulla strada. Entrai e ordinai del caffè. Un avventore, altrettanto anziano ma più zelante, si incuriosì per il mio arrivo. Notai che sorseggiava già un rosato e che era pervaso da un estro fuori dal comune. Mi scrutò senza remore, minuziosamente. Poi, non appena lo reputò opportuno, si avvicinò e pretese di parlarmi. Nello specifico ci teneva ad esprimermi la sua passione per le poesie di Arthur Rimbaud. Non conoscevo bene quell’autore, non mi andava di parlare di Arthur Rimbaud. In quel frangente della mia giornata l’avrei reputata una perdita di tempo. Eppure sorrisi al frequentatore e perlomeno gli diedi il mio ascolto per un po’, così lui, incoraggiato, quasi affezionandosi a me, mi chiese:
È la prima volta che visita Bellinzona?
No signore, non ci tornavo da un mese, ma io son di qua.
E dove abita adesso? Volle sapere.
Abito a Locarno. Dissi mentre facevo con la mano un vago cenno verso ovest.
L’estroso uomo allora sospirò, colto dalla compassione per il mio espatrio, annuì solennemente e divaricò le gambe per acquisire ulteriore stabilità fisica. Infilò i pollici nelle bretelle, allungò il mento anche lui verso ovest e mi chiese:
E come va con i porcini su in Onsernone?
Io non conoscevo i funghi e non avevo mai messo nemmeno un piede sul territorio della Valle Onsernone, però non mi confusi e risposi prontamente:
Quest’anno ne stiamo raccogliendo a chili.
A lui brillarono gli occhi e a me in tutta onestà, senza capire il perché, venne voglia di ordinare un rosato. Ma non lo feci. Quello che feci, invece, fu pagare e congedarmi cordialmente. Uscii dal locale e subito con agitazione mi riabbracciò il vento nordico. Costeggiai le facciate altissime della via Codeborgo. Sbucai in Piazza del Sole.
La attraversai diagonalmente evitando di calpestare le piastrelle, rese viscide dall’umidità e pertanto molto pericolose. Non scivolai nemmeno una volta ed entrai alla Migros. Durante l’epoca di Natale c’erano i frutti esotici e io volevo dare un’occhiata. Vidi le carambole dalla Malesia. I rambutan e le pitaya rosse erano del Vietnam. Le pitaya gialle dall’Ecuador. Il pomelo miele veniva dalla Cina. I miei occhi tornarono sulle pitaya gialle. Costavano 6 franchi l’una.
6 franchi l’una. Bisbigliai ghignando fra me e me. Il macellaio era dietro al suo banco, a un paio di metri. Mi vide.
Parla da solo? Mi chiese sarcastico appena incrociai il suo sguardo serio.
6 franchi l’una, accidenti! Ripetei rivolgendomi a lui, che continuava ad osservarmi di sbieco, adesso chinato a recuperare qualcosa dal frigo.
5 e 90. Non è poco ma son chiamati anche frutti del drago e li facciamo arrivare direttamente dall’Ecuador. Rispose allora lapidario, rimettendosi dritto.
Ah. Per l’appunto! È un lungo viaggio e questo è il loro valore. Dissi nel tentativo di riappropriarmi di una certa autorevolezza.
Lungo e costoso, se ci intendiamo. Incalzò.
Sorrisi affabile.
‘Rivederci. Dissi prima di fregarmene e di scansare l’area dei formaggi per sparire a farmi un giro fra le leguminose e le paste asciutte.
Al reparto animali c’era un piccione che beccava del mangime per gatti caduto sul pavimento consumato del negozio. Sulla mia testa volarono alcuni passeri, ne notai uno che cagò su una piccola piramide di marzapani. Lo fece in un lampo, nessuno se ne accorse. Andai alla piramide e guardai il danno che aveva arrecato alla merce. Poca roba.
Uscii dalla Migros senza comprare nulla e mi ritormentò il vento convulso, che iniziò a distorcermi i sensi.
Camminai spedito fino alla Villa dei Cedri. Mi sedetti su una panchina del parco senza capire bene il perché. Pensai che uno di bellinzona a volte certe cose le fa. Passa in Villa e si mette a sedere e osserva lo spettacolo botanico e pensa a come sarebbe stato vivere lì nell’ottocento, ma rimane incerto sulla risposta, perché oggettivamente essa dipende da molti fattori. Chissà, forse sarebbe stato perfino noioso. Le fronde sbattevano. Mi venne paura di ricevere un ramo di magnolia in testa e ripartii per Ravecchia a passi distesi e veloci.
In un giardino situato più o meno all’incrocio fra la via Rompeda e la  Pedevilla, vidi un piccolo albero di cachi. Era nero e marrone, carico di bocce arancioni. I suoi rami erano venature in controluce. Sembravano dipinti con la china sul cielo turchese. E c’era sempre quel vento che pettinava tutto con collera e che mi faceva perdere il filo dei pensieri con il suo frastuono e le sue capriole maldestre. Al parco giochi sotto l’ospedale una scolaresca inseguiva ululando cumuli vorticanti di foglie. L’aria forse mi fece delirare perché mi chiesi se non fossero in realtà le foglie ad inseguire i bambini. Allo stesso tempo, senza una ragione, mi chiesi come sarei morto, quando o se di fatto sarei mai morto sul serio. Avevo bisogno di divincolarmi da quelle lingue d’aria e da quel turbine di strane astrazioni fuori controllo. In men che non si dica mi ritrovai sulla via per il terzo castello.
La chiesetta della Santa Maria della Neve era sempre una bella visione. Mentre la superavo le dedicai alcune occhiate interessate, che erano al contempo amareggiate e bonarie, perché tanti anni prima sul piccolo sagrato avevo parlato di matrimonio con una ragazza, ma lei non se l’era sentita. Con indulgenza sorrisi a quei ricordi, ma dovetti accogliere un barlume di antica delusione, che fece capolino mordicchiandomi lo sterno. Camminai veloce e arrivai presto a destinazione. Posai i gomiti fra i merli e guardai giù. Un bellinzonese ogni tanto certe cose le fa. Va su e guarda giù. Fa scorrere lo sguardo pian piano sui tetti color coccio e lo sa lui a cosa pensa, lo sa lui cosa vede. Forse va su per verificare se è ancora tutto lì. Che cosa di allegro ha portato il vento. Che cosa invece ha rapito.
E fu così che dal Sasso Corbaro mi sentii di nuovo di appartenere. Non mi andò nemmeno di star lì a capire a cosa o perché. Non era una sensazione nuova, bensì rinnovata. E mi diede un sollievo. Mi reputai soddisfatto, avevo ritrovato casa, dunque feci per camminare fino in Collegiata. Avrei bevuto un caffè al sole prima di congedarmi da Bellinzona fino alla visita successiva. Solo che dopo aver camminato fino al castello di mezzo ed essere entrato nella sua corte per attraversarla, un’impiegata dell’ufficio turistico attirò la mia attenzione scusandosi. Le rivolsi un sorriso intorpidito senza smettere di camminare, seppur molto lentamente, per lasciarla parlare.
Dovrebbe pagarci cinque franchi signore. Sostenne.
Perché? Chiesi stranito ma ancora disponibile.
Per accedere alla corte del castello. Rispose, come a voler precisare qualcosa di evidente.
Ma signora io son di qui, non sono qui per vederla, ci passo soltanto per scendere in centro.
Lei è il quinto passante che oggi ci risponde la stessa cosa. Si lamentò.
E allora mi offesi. Non so bene il perché, ma un bellinzonese ha delle zone di guerra interiori che non vanno calpestate. Mi sentii banalizzato nel mio vago senso di appartenenza. Non stetti lì a sindacare, però non pagai, allungai il passo e la seminai. Scesi dal sentiero del castello. Saltellai e mi fissai le scarpe per tutto il vertiginoso tragitto. Entrai in piazza Collegiata col fiatone e un giramento di testa, ma subito e di fretta tornai su via Magoria, perché un fugace senso di colpa mi propose di ripresentarmi sul castello per pagare l’impiegata. In pochi passi intrapresi un’inversione di rotta, aggirai l’isolato e mi ritrovai di nuovo ai piedi della strettoia che raggiungeva Montebello. Esitai e considerai un po’ meglio quello che stavo facendo.
E no, niente da fare, non sono mica un turista. Dissi a denti stretti. Non tornai su e non pagai il mio dazio. Piuttosto tornai a Locarno, che era sempre e comunque il luogo che avevo scelto per abitare. E mica per caso. Pensai ispirato da un ironico senso di biasimo.
Cinque franchi. Mormorai ancora fra me e me dopo un bel po’, quando ero già al curvone di Gudo, sulla via del ritorno. Ma fra la barba e i baffi mi si pieghettarono le labbra, perché mi sentii tedioso, forse mi era rimasto addosso il vento.
Arrivato a Locarno presi posto in un gremito baretto, fra i tavolini sparpagliati di fronte al lago. Ordinai un birrino. Mi baciarono intensi raggi solari, le mie giunture si rilassarono. Le mie ossa si riscaldarono. Respirai l’aria, che era ferma e temperata. Tubavano i piccioni che sembrava primavera. Ammirai all’orizzonte un’estesa linea d’acqua più chiara, che irradiava tutto l’ambiente con il suo cobalto e incantava le anatre con il suo sciabordio quieto. Dalle campane echeggianti della città vecchia, alla vista sul monte Gambarogno, ogni cosa mi sembrò accogliente. Tintinnavano appena le tazzine di caffè attorno a me. C’era un profumo ti mandorle tostate nel caramello.
Stupendo. Pensai.
Ma nel profondo provai la nostalgia di una nota di dolce austerità, che ben conoscevo. Non riuscii a cogliere bene il perché, ma certe volte a un bellinzonese, quando non è a casa, capita.











diarioumano@gmail.com


giovedì 28 novembre 2019

Nuova pubblicazione



“Il mio nome era 125” è un romanzo storico sul tema delle misure coercitive a scopi assistenziali, metodi di internamento di minori e adulti che hanno caratterizzato il funzionamento sociale e istituzionale del nostro paese per molti decenni, fino all’inizio degli anni Ottanta. Il libro è biografico, è ambientato prevalentemente a Bellinzona ed è ispirato dalla reale storia di Piero, un bambino nato nel 1948 che viene internato presso l’Istituto von Mentlen, tutt’oggi attivo nella capitale ticinese. Piero viene separato dalla giovane madre all’età di 6 anni, in quanto quest’ultima, rimasta sola, non può più avvalersi della legittimità del suo ruolo genitoriale. Una ragazza madre all’epoca veniva facilmente delegittimata dalla comunità e dalle autorità, permeate da un moralismo obsoleto e giudicante, così per il piccolo Piero inizia un percorso fatto di grande sofferenza ed episodi traumatizzanti. Piero viene dichiarato illegittimo, giudicato “figlio di nessuno” e dopo ripetute pressioni nei confronti della madre da parte delle autorità, collocato. L’internamento di Piero dura dal 1954 al 1959 e in questo lasso di tempo il piccolo subisce ogni forma di abuso. Nonostante la durezza del tema la storia narra del potere della sopravvivenza e della magica resilienza umana. Piero “rimarrà a galla” e imparerà a nuotare con le proprie braccia. Questo racconto sprofonda le sue radici nell’ identità di Matteo Beltrami perché Piero è in realtà suo padre. Dopo quasi sessant’anni dalla sua uscita dall’istituto von Mentlen l’autore ha accompagnato Piero presso il Servizio per l’aiuto alle vittime di reati, dove nel 2017 hanno aperto uno sportello temporaneo per raccogliere le deposizioni di coloro che erano stati vittime delle misure coercitive a scopi assistenziali in Ticino. “Vedere mio padre raccontare quello che gli era successo in collegio mi ha portato a riflettere sulla possibilità/il tentativo di restituirgli un’infanzia che gli era stata sottratta, una storia che mettesse in risalto il valore della sua sopravvivenza e della sua forza.” Un racconto per cercare di ricostruire l’identità frammentata. 

sabato 23 novembre 2019

Non so più chi c'era (racconto vincitore del premio Castelli di carta 2019)


-C’erano un cinese, un messicano, un bianco e un nero, tutti e quattro…
- Alt! Non tollero le barzellette razziste.
- Ah, ma guarda che non è…
- Alt! Sai che esistono anche cinesi neri o messicani bianchi? E poi non potresti dare più dignità al personaggio bianco e a quello nero?
- Cinesi neri? Scusa, ora sono confuso e…
- Provaci!
- Va bene, scusa. C’erano un cinese nero, un messicano bianco, un ivoriano integrato professionalmente a Zugo e un bianco infermiere pediatrico.
- Alt!
- Però tu...
- No! Ora dimmi perché il cinese è diventato nero e il messicano bianco? E perché per avere una dignità il nero dev’essere per forza integrato a Zugo e il bianco un crocerossino?
- Ma perché tu prima…
- Sai bene che la barzelletta non può perdere la sua verve.
- Si, ora però mi è venuta come un’ansietà, scusa ma…
- Smettila di scusarti!
- Oddio. C’erano un cinese di stirpe filippina che comunque conviveva con una togolese, un messicano pro Trump con genitori emigrati a Dallas che comunque con regolare contratto si facevano un mazzo così nei campi per farlo studiare, un bravo fairtrade coffee producer ivoriano che dava lavoro agli amici e che comunque sosteneva a distanza anche famiglie svantaggiate di Zugo e infine un bianco che era amico degli anziani genitori del messicano, sai che anche lui era di Dallas? Tra l’altro spesso dava loro una mano con le faccende domestiche e bilancio permettendo con qualche contributo cash.
- Perché la togolese era in Cina?
- Ceppo comunista. Volle trasferirsi e conobbe il cinese.
- Cosa studiava il messicano?
- Da medico geriatra.
- Si può fare che l’ivoriano dava lavoro ad altri e non ai suoi amici?
- Affare fatto.
- Senti ma il bianco accompagna i genitori in Messico ogni tanto?
- No ma spesso paga al figlio il volo per Dallas.
- Certo che volare inquina.
-Si, scusa.

Due mutande all'alba

Sono apparse due mutande sul bagnasciuga dove all’alba vado a bere il primo caffè, una è bianca e l'altra è nera. Quella bianca è da donna, lo si vede dal pizzo che decora i bordi. Quella nera è da uomo, risulta chiaro dalla forma. Mi sono seduto sul solito masso a pochi centimetri dal punto variabile in cui le onde raggiungono con calma la riva. In natura non c'è mai silenzio, solo suoni ai quali non facciamo caso, ho ascoltato quei rumori di fondo e mi sono sentito calmo. Il lago stava ancora smaltendo l’inverno, la temperatura del caffè ha invaso il mio corpo. Voltato lo sguardo ho notato le due mutande a un paio di metri da me. Sembravano nuove, fresche di bucato. Fluttuavano a raso dell’acqua impigliate ad alcune radici di salice che sbucavano dalla sabbia soffice del fondale. Le due mutande erano vicine fra loro in un modo che mi è sembrato affettuoso, le onde le facevano dondolare sul posto, in sincronia. Sembravano addormentate. Il bianco di una e il nero dell’altra erano luminosi e vividi. Componevano una foglia di ninfea in cotone.
Penso che qualcuno se le sia sfilate durante la notte, perché ieri non c’erano. Potrebbe anche averle portate la corrente, forse erano cadute giorni prima da una barca o da un balcone a picco sul lago. Però sono rimaste vicine l’una all’altra.
Provo il chiaro sentore che quella notte qualcuno sul bagnasciuga ci ha fatto l’amore. Me ne compiaccio.
Non è scontato abbandonare le proprie mutande, né per scelta né per dimenticanza, perché un marcato senso di nudità ci rammenta della loro assenza. Penso a ciò che è naturale in questa vita e le osservo oscillare. Bianche o nere che siano, le mutante, ogni tanto ci va di sfilarcele e di dimenticarcele li, dove le abbiamo lasciate cadere per rimanere nudi, davanti agli altri o a noi stessi.

martedì 13 agosto 2019

Poesie confuse buffe

Poesia confusa buffa 

La quotidianità 
Mi confonde 
Mi mette alla prova 
Mi de 
Cen 
Tra 
Scen
De 
Le mie capacità 
Di mantenermi Calmo 
E allora
È una sfida continua 
Un dialogo interiore 
Srotolato Sconfinatamente 
E senza sosta 
Da apnea 
Certe volte Mi sveglio 
E penso alla mia Quotidianità
Me la figuro 
Mi agita 
Mi attiva fastidi 
E allora mi dico 
Cerca anche di godertela 
Che ne so 
Beviti un vino nella vasca 
Beviti un buon vino in piazza 
Appena finisci la riunione 
Mah, oppure
Potresti berti un buon vino 
Prima di guardare un bel film 
E vedrai che la quotidianità 
Risulterà più dolce 
Soave 
Tannica 
Ci abbini un formaggio a pasta dura 
I taralli 
Le olive taggiasche 
Poi penso che 
Se per reggerla 
Devo infilarci un buon vino 
Sempre 
Poi mi gonfio 
E se mi gonfio 
Son più teso 
Ah ok, dice allora il dialogo
E allora prova a correre 
Ma mi annoio 
Beh compensa con il veganesimo 
Che è un regime alimentare ipocalorico
No, è un regime alimentare ossessivo 
Beh e allora non bere 
Addolciscila con altro 
La quotidianità 
Con qualche bacio 
Non ne ho sempre a portata 
Il contatto con la natura 
Si, questo si 
Gli amici 
Già! Hai ragione! 
Scrivi una poesia sciocca
Anche! Giuro che lo farò!
Magari seduto 
Sull'argine del fiume 
Esci con i tuoi cani! 
Si! Anche! 
Pianifica un viaggio a Sarajevo! 
Si! Si! Si! Però...
Hai dubbi? 
Si. 
Sul viaggio in Bosnia?
No. È solo che... 
Siam chiamati per forza 
A riempirci di piaceri 
Per sopportare la quotidianità? 
Non potremmo semplicemente 
Starci? 
Mmm, capisco, però scusa, che male c’è? 
L’importante sai
È desiderare di riuscirci. 
Si, hai ragione, ma poi? 
Eh, poi nulla. Dopo un po’ si muore. Che vuoi 

Ma infatti


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Un piano zanzariano
per domare l’umanità

Re Zanza
Sanguinario
Dittatore zambiano
Guidava infiniti sciami famelici
Per espandere il suo regno
Conobbe sua moglie in Tibet
La Zara Zen Ymalayana
Che voleva salvare il mondo
Dalle ansie e dall’insonnia
Vegana per scelta
Si nutriva di anguria
I due eran diversi
Eppure in breve tempo
Reputarono affini
I loro interessi
Zanza desiderava
Conquistare
Tutte le specie
Anche i cactus
Anche gli uomini
Zara invece
Voleva regalare
A ogni cosa
Il sonno
La calma che mancava
Nel mondo
Dopo attenta analisi
Compresero che
Un elemento prettamente umano
Sarebbe stato in grado
Sia di domare
Che ti gratificare
Sia di possedere
Che di beare
Gli umani
Perché l’uomo
ne aveva creati
Di marchingegni efficaci
Diabolici
Potenti
Alchemici
Mesmerizzanti
Eclatanti
Ma nessuno di questi
Aveva mai raggiungo
La portata
L’importanza
La potenza
L’influenza
dell’Amore
Così Re Zanza
E la Zara Zen
Soli soletti
Senza l’aiuto di nessuno
Iniziarono a vagare per il mondo
Succhiando sangue umano
Un po’ di qua e un po’ di la
Dalle vene di coloro
Che di amore
ne sapevano di più
Ovvero i cuori infranti
Alcuni genitori
Guardiani di animali
Ostetriche
Dottori
Con lo scopo di creare
Nei loro laboratori di Zanzibar
Un essere umano
Speciale
Un condottiero
Né uomo né donna
Né bianco né nero
Né adulto né bambino
Né bravo né cattivo
Né giusto né sbagliato
Animato unicamente
Da un istinto amoroso
Autentico e puro
Quel nuovo umano
Sarebbe diventato
Il loro strumento
Il loro Godzilla!
Avrebbe dominato gli umani!
Zanza bramava
La coercizione dei sentimenti
Gli umani avrebbero sorriso
Mentre lui conquistava il mondo
Provando l’ebrezza
Di sentirsi amati per davvero
Zara desiderava
Accedere ai cuori
E far capire agli umani
Che in fondo
c’era da star tranquilli
Se una notte dunque
Udirete il ronzio
Di due zanzare
Rapide e abilissime
Osservatele bene
Forse avranno
Delle piccole corone in testa
E in ogni caso
Evitate di far loro del male
Aprite una finestra
Spruzzatevi l’antibrumm
Avvolgetevi con il lenzuolo
Prendetevi un sonnifero potente
Loro hanno un piano
E chi siamo noi
Per ostacolarlo





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Poesia che ti dimentichi


Dal principio è importante
Ritirare il bucato
O dal turno dopo
Ci lasciano un post-it

Far partire il caffè
Mentre si sfamano i cani
E si dice loro
Che fra poco si esce

Ci piace lavarci i denti
Prima di colazione
Dici che è illogico
Ma proprio per questo

La chiavi del lavoro
Nello zaino
Quella di casa
Tasca destra dei jeans

Quella dell’auto
Tasca sinistra dei jeans
Quella dell’autorimessa
Nel fodero interno della giacca

Il telefono
Il portafogli
Nelle tasche laterali
In estate nello zaino

La coppola di cuoio
Che la lobbia da pioggia
L’ho dimenticata in giro
Il giorno prima

I collari dei cani
I guinzagli dei cani
I sacchetti per la merda
Anche se i miei la fanno nel bosco
Li usiamo solo se qualcuno ci vede

Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse
Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse
Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse

La chiave di casa?
Nello zaino
No quello è il posto
Delle chiavi del lavoro
Erano nello zaino?
Si sono attorcigliate
Al cavo delle auricolari

Vabè
Iniziamo ad aprire la porta
Teniamo i cani al guinzaglio
Con la mano sinistra
Che non vadano da soli
Per le scale del condominio
E con la destra
Cerchiamo le Chiavi
Ma quali?
Troviamo e Rimettiamo
le chiavi del lavoro
Nella tasca destra
Insieme a quelle dell’auto
Con le auricolari
Dell’autorimessa
Di casa
Del lavoro
Le Chiavi della bici
Ah erano qui

Non capiamo come
Ma Estraiamo con la mano destra
La chiave di casa
Dal fodero interno
E Chiudiamola sta casa!
Rimettiamo la chiave di casa
Nella tasca destra
Usando la mano sinistra
Quella del guinzaglio
Insieme a quella dell’auto e a quelle del lavoro

E i cavi delle auricolari
Che divorano tutto

Abbiamo mandato l’e-mail al collega?
No ma all'assicuratore si
E al responsabile degli apprendisti?
No ma al portinaio si
Le piastre
Scendiamo  le scale

Le finestre
Facciamo shh ai cani
È ancora buio
È ancora presto

Bip-Bip
Tutti in auto
Le finestre erano chiuse
Non abbiamo preso
il caricatore del telefono

Diciamo ai cani che torniamo subito
Le chiavi di casa
Del lavoro
Di casa
Sono sparite
Tiro il cavo delle auricolari
Ora è nella tasca laterale della giacca
Insieme a tutte le Chiavi e al guinzaglio
Esce un’anomala
massa di Chiavi catturare

E ritrovo anche una multa

Apriamo
Il caricatore è di fianco al letto
La finestra della stanza era aperta
Dovremo prelevare al bancomat
Fare benzina al distributore

Arriviamo al distributore
Benzina e caffè
Non abbiamo prelevato
Paghiamo con la carta
Scade il mese prossimo
Nip pin EC drin drin
95 ottani senza piombo

Possiamo bere il secondo caffè
Far mente locale
Ascoltare il suono che fa
Dentro di noi
La conversazione fra due anziani
Che bevono la birra
Alle sette del mattino
Al bar del distributore

-Mi ha detto così
-Proprio così
-E tu cosa gli hai detto
-Ma cosa vuoi dire
-Detto niente
-Ma non gliel'ho mica comprato


E poi han fatto cito

L’emozione che inizia
A palpitare nella gola
Pensando alla giornata
Cercando di ricordare il perché
Perché procediamo
Perché continuiamo
A liberare
mazzi di Chiavi
Da cavi di auricolari
Liberare Cani da guinzagli
Liberare Posteggi da auto
Letti da corpi
Menti da pensieri
Piatti dal cibo
Facce dalle barbe
Agende da date libere

Perché? Per chi? 

E poi ci ricordiamo
Di tutte quelle cose
Che conteniamo nel cranio
Di quelle che ci illudiamo di ricordare
Di noi, di voi
Ma per ricordare ci vuole tempo
E comunque dopo un po’
Non ci si ricorda più
Ne arrivano altre

E le rimpiazzano

È una corsa in cerca di senso
Un viaggio di piacere
Forse è ancora lungo
Mettiamoci a sedere