Svogliato ma desideroso di un gelato, mi spinsi fuori casa alle dieci della piatta sera in questione.
Subito fuori, mi venne un po’ paura di poter essere morso da un cane, ce n’erano alcuni di passaggio che mi guardavano in maniera luminosa ed aggressivamente vispa e che forse percepivano la tensione che nasceva in me, incrociando il loro sguardo.
Smisi di camminare, decisi di aspettare il passaggio di un taxi; i cani erano lontani ormai e non si muovevano. La notte in quel luogo del quartiere era silenziosa come un felino; a sua volta mi agitava.
Non sapevo più se avevo ancora voglia di un gelato, ma ormai ero uscito ed ero certo di non avere voglia di tornare a casa.
Vidi due fari avvicinarsi e senza neppure distinguere il tipo di veicolo alzai un braccio, speculando sul fatto che fosse un taxi.
Era come se il conducente ed io fossimo le uniche due persone sulla terra; lui, io, i cani e la notte felina.
L’automobile era rossa, si fermò ed io salii; si trattava di un taxi indipendente, ovvero che non faceva parte di una compagnia registrata ufficialmente.
Quanto mi fai pagare fino al Brasilian café?-
Otto- il suo tono di voce era piuttosto alto e delicato.
Feci un cenno affermativo con la mia pesante testa ovattata, rilassandomi poi guardando il resto del mondo scorrere, attraverso il finestrino semi aperto ed opaco, sporco di strada.
Può pagare in monete frazionate signore?- mi chiese il conducente dal tono flebile.
No- risposi io lievemente sorpreso, ma senza rendermi conto di esserlo.
Presi a pensare che fare il taxista in quella città non mi sarebbe piaciuto. Avrei avuto sempre le mani occupate, così come la testa. Non avrei potuto scrivere, non avrei potuto leggere, non avrei avuto la possibilità di fermarmi o di perdermi, mai in tutto il giorno, tutti i giorni. Pensavo questo.
Sentii il cellulare vibrarmi all’interno della tasca dei jeans, lo estrassi e lessi il messaggio che mi era appena arrivato: “La tua telefonia ti informa che da oggi puoi scaricare gratis…”. Soppressi il mio interesse per quel breve testo ed eliminai il messaggio.
Fu allora che il tassista prese la decisione di arrestare il veicolo in una zona deserta, per poi estrarre un coltello a serramanico dal suo giubbotto nero e senza maniche di nylon imbottito.
-Dammi il telefono e tutti i soldi, poi scendi dal taxi, coglione di merda- disse in maniera decisa.
-Coglione di merda?- mi uscì dalla bocca.
-Non perdere tempo scemo!- Urlò lui punzecchiandomi a ripetizione la giacca con il coltello, all'altezza della spalla sinistra.
-Scemo?- risposi stupendomi parzialmente della mia incosciente irriverenza.
Prese a fissarmi…ed io seppi con certezza che non mi avrebbe mai accoltellato.
Fu proprio mentre pensavo questo che lui alzò il braccio quasi fino al tettuccio dell’automobile, per poi lasciarlo precipitare armato sulla mia coscia sinistra. Il coltello mi penetrò carne e muscolo per circa otto o dieci centimetri, li sentii cedere per lasciar spazio alla lama, fecero una specie di crepitio, quei centimetri. Gridai a denti stretti spaventandomi, però ci fu di positivo che riuscii a bloccargli la mano armata e senza capire bene come, gli feci cadere il serramanico. Nel’atto mi ferii anche entrambe le mani. Sentivo svanire la gamba, che allo stesso tempo aveva preso a pulsare e formicolare.
Lui cercò di mettermi K.O con alcuni pugni di rovescio, io aprii la portiera e rotolai fuori accorgendomi di non poter appoggiarmi completamente sulla gamba ferita.
Ero in ginocchio, le gambe fuori e il petto dentro all'automobile; vidi l’arma da taglio sul tappetino, quasi sotto al sedile del passeggero, lo raccolsi ed era mio. Il tassista mise in moto per smammare, io senza neppure valutare alternative più intelligenti, mi issai sul veicolo già in movimento graffiandomi le ginocchia sull'asfalto. Riuscii in un istante a rimettermi a sedere e puntare l’arma verso il mio ex rapinatore. La ferita alla gamba ora pungeva forte, fascicolazioni mi agitavano l’arto, una tempesta elettrica da nord a sud, dall'inguine e l'anca, al malleolo. Tutto avvenne in pochi istanti...pensai questo...pensai che non avrei mai pensato di pensare ad una frase così in una circostanza simile...ed ero ancora stato fortunato.
-Fermati!- urlai spargendo particelle di saliva, adrenalina e paura. L’arma sfiorava ora il suo collo.
L’aggressore arrestò nuovamente il veicolo, staccò le mani da volante, alzò le braccia a mezz'aria.
Tutto tacque, lui si voltò lentamente e mi guardò sconcertato, preoccupato, voleva andarsene.
Aveva dei baffetti del cazzo formati da una peluria beige, voleva i miei soldi e il mio telefono, io in fondo lo capivo.
Come prima cosa cercai di controllare il mio ansimare, respirai profondamente e trattenni il fiato, i miei battiti cardiaci si calmarono un po’; scrollai il capo per riprendermi, poi aprii bocca:
Coglione di merda, scemo, portami all'ospedale, clinica Copacabana, subito-
Ok- disse lui già pronto a muoversi e a dimenticare quella strana serata di lavoro.
Mentre guidava posai con decisione la lama del coltello sulla sua gola, lateralmente.
Mi pregò più volte di non ferirlo, di non ucciderlo, di non farlo sbandare; io restavo muto, nutrendo la sua angoscia, il suo pentimento.
Arrivammo all’ospedale rapidamente, come scivolando sull’asfalto nero e libero dal traffico; arrivammo in ospedale inosservati, forse inesistenti. L’amico fermò l’automobile ad alcuni metri dall’entrata principale, di fianco a due cassonetti della spazzatura, ed esalò un lungo alito di tensione. Spense il motore, io lo stavo lasciando fare. Prima di scendere dal veicolo cercai i suoi occhi e gli dissi scandendo le parole:
Dammi tutti i soldi che hai e anche il cellulare-
Lui si voltò di scatto rischiando di ferirsi da solo il collo, aveva l’espressione di uno al quale hanno appena posato una vespa sul naso.
Cosa?-
Muoviti, lo sai che sono pazzo, te lo senti nella piscia no? Sono pazzo-
Il suo labbro inferiore danzò un breve passo di una danza sconosciuta, poi con frenesia parzialmente controllata si mosse, iniziando a far di si con la capoccia sudata.
Tirò fuori il borsellino, e racimolò il ricavato della serata di lavoro, mi passò il tutto. Poi estrasse il cellulare e mi passò anche quello. Non smisi mai di pungerlo con il suo coltello sul collo, lui non smise mai di fare di si con la testa.
Prima di defilarmi, come un lampo gli piantai rapido la lama nella coscia destra, proprio sopra il ginocchio, per circa otto o dieci centimetri. Lui lascò partire un urlo sibilato ed afono, accompagnato da una scorreggia probabilmente farcita.
Scesi dall’auto più ricco materialmente, ma non solo. Il taxi si allontanò e sparì; buttai il coltello in uno dei due cassonetti, così come il cellulare spento e i documenti di identità che trovai nel borsellino.
Entrai in ospedale saltellando sulla gamba sana, due infermiere mi vennero incontro.
Mi volevano rapinare-
Dissi con affannato però calmo.
Mi sentivo sincero.
M.