lunedì 31 ottobre 2016

Poesia di un sabato sera

È stato un giorno solo
il giorno che ho trascorso da solo
sabato, che bella parola poi
Ne passo di giorni da solo
ma per oggi
un sabato solo
da solo
Prima della domenica
che passerò da solo
anche quella
Quella però è più stronza
fa le bizze
non ti lascia vivere
poi però
interviene la mia amata solitudine
che sa il fatto suo
che ne ha viste
e la fa felice
alla domenica
Oggi comunque è sabato
siamo già alla sera
la parte del sabato in cui tutto 
diviene
ancora più sabato
Non ho parlato con nessuno
a voce
in questo giorno di sabato
Mi sono solo scritto con gente
che mi ha raccontato
di cosa aveva mangiato
di cosa aveva visto
di cosa aveva detto
di cosa gli avevano detto
di cosa aveva pensato
di cosa aveva sentito
di cosa non aveva capito

poi non ho più parlato
perlpiù mi sono mosso
gesti fluidi e noti
fare dei caffè per me
aprire il sacchetto dei taralli
per me
guardare certe foglie 
attraverso la finestra
per me
guardare nel vuoto
per me

infine
ho visto un film dell'orrore
che domani è Ognissanti
ed ecco
ho appena scritto Ognissanti
e mi sono accordo che oggi non è sabato
ma lunedì trentuno ottobre
del duemilasedici

scusa poesia
qui finisci
non vai da nessuna parte
ti ho illusa
con la mia sbadataggine



M

Gli Uomini Neri (2010)

Inizialmente non ci feci molto caso. Solo in un secondo momento mi resi conto di averne già visti alcuni, durante le ultime settimane. 
Ero assorto nella registrazione di dati relativi ad una partita di calcio in corso; si sfidavano i ragazzi della Collina San Sebastian e quelli della Costa Nera. La partita si stava svolgendo su un campetto fatto di secca, asciutta terra battuta, a ridosso della Laguna Alalay, a Sud Ovest di Cochabamba. Il gioco era pesante, i giocatori affannati rotolavano lenti dentro nubi di polvere sabbiosa, la loro pelle inaridita trovava salato sollievo solo tramite il sudore sporco. Laringi infiammate e polmoni intasati dalle particelle flottanti, si esprimevano attraverso colpi di tosse arida ed ansimante. I giovani uomini in campo picchiavano, sapevano farsi male.
Guardavo lontano, verso la statua del Cristo de la Concordia, poi un uomo nero mi passò davanti. Non era il primo che vedevo, però solo in quel momento mi resi effettivamente conto del fatto che da qualche giorno, fra i ragazzi in situazione di strada di Cochabamba, alcuni erano diventati completamente neri, ricoperti da una specie di fuliggine. 
Non è una metafora, avevo visto “il rospo”, “la lumaca”, “il cameroon”, “il presidente”…ed ora stavo vedendo “Cesare”...il quinto uomo nero in tre settimane. Cosa stava succedendo?
Cesare si muoveva ansiosamente, non riusciva a stare fermo, le sue gambe schizzavano a destra e a sinistra mentre camminava; le sue braccia ruotavano e le sue dita si chiudevano e si riaprivano in pugni intermittenti. Cesare parlava mormorando, senza mantenere un filo logico di un discorso. Le sue mascelle sembravano scolpite nella pietra, la sua lingua sembrava fatta d’asfalto liquido, i suoi lineamenti erano pesanti…e per poco non lo riconoscevo. Cesare era completamente nero…ed io me lo ricordavo mulatto.

Cesare!- lo chiamo

Il ventunenne si voltò verso una posizione indefinita nello spazio, guardando poi verso il cielo.
Provai a richiamarlo, mi notò.

Ciao Matteo! Scusa non sto bene- farfugliò.
Cos’hai?-
È che mi sono drogato moltissimo- non la smetteva di girare in circolo barcollando.
E perché sei nero?-
Non so…sono sporco…è colpa della droga-

Questa la sua risposta.
Lo osservai camminare scompostamente e ansiosamente ancora per qualche minuto, senza rendersene conto era arrivato quasi al centro del campo da gioco; l’arbitro dovette interrompere la partita e farlo allontanare. Cesare sparì fra alcuni alberi che oscillavano lenti vicini alla laguna.

Circa una settimana dopo, tornai a lavorare per un paio d’ore nella Piazza San Sebastian. Era da tempo che non ci ripassavo, avevamo avuto dei problemi con alcuni ragazzi più violenti e minacciosi di altri.
Tornai perché dovevo parlare con “il soldato”, un giovane uomo di 31 anni che da 6 mesi stava aspettando un letto in un centro di recupero. Finalmente il letto si sarebbe liberato, di li a due mesi.
Era importante comunicarglielo, affinché iniziasse a prepararsi mentalmente a lasciare la strada e magari a ridurre gli abusi.
Entrai nella Piazza e subito notai il sesto uomo nero, si trattava de “il matto”. Il giovane, appena maggiorenne, ballonzolava sorridendo inebetito per la piazza, era in mutande…era completamente nero, era sotto l’effetto di una droga potente. Si notava che nutriva una certa voglia di buttarsi nella fontana (dire fontana è un eufemismo), per lavarsi o ripigliarsi dall’effetto, ma il freddo o chissà quale pensiero lo vincolavano.
“Il matto” aveva gli stessi sintomi di Cesare…la stessa frenesia nei movimenti…mentre lo osservavo alcune idee si riunirono ed iniziarono a formare un pensiero razionale.
Quella frenesia impastata, quello stato mentale che li fa sembrare isolati dal mondo, probabilmente, pensai, si erano entrambi fatti di “pasta base”.

La pasta base è una droga composta dagli scarti ottenuti durante il procedimento usato per raffinare la cocaina (trasformazione della foglia di coca naturale in cocaina pura).
Viene estratta dalle foglie di coca (che di per se non sono una droga), con un processo di macerazione e amalgamazione con solventi come il cherosene, l’ammoniaca, la paraffina, la benzina o gli acidi. Questi solventi sono sostanze altamente tossiche, per questo la pasta base è molto dannosa per l’organismo e crea molto rapidamente dipendenze potentissime. Normalmente si consuma fumandola, mischiata con tabacco o marijuana.

Amico! Come stai?- Prima di individuarmi fece due giri su se stesso.
Matteo! Scusa sono molto drogato- le parole sembravano rimanere aggrappate alle pareti interne della sua acida bocca.
Ma perché sei nero?- faceva fatica a capire le mie parole.
Te l’ho detto amico, è che mi sono drogato moltissimo-
Hai fumato pasta base?-
Si si…tanto…-
E perché sei nero?-
Ho fumato in montagna-

“Il Matto” si allontanò, raggiunse il bordo della “fontana”, si sfilò le mutande e accennò a tuffarsi…non ci riuscì, rimase impietrito ed infreddolito, mi sembrò una tragica statua d’altri tempi.
Disse di aver fumato in montagna, era un’informazione in più, ma non mi aiutava molto…da dove venivano gli uomini neri? Perché erano tanto sporchi? Avevo guardato da vicino “il matto”; la sostanza che aveva sul corpo sembrava un sottilissimo strato di catrame, faceva impressione l’uniformità e la compattezza di quel rivestimento anomalo.
Dopo alcuni passi raggiunsi “il soldato”, lo informai della sua nuova possibilità, mi piacque vederlo illuminarsi come un bambino. Sarebbe stato disposto ad attendere altri due mesi, mi disse anche che aveva già smesso di bere e che si faceva di “clefa” solo un paio di volte alla settimana.

Soldato, perché ci sono in giro ragazzi completamente neri?-

Il mio interlocutore rise per un bel pezzo, ed io mi sforzai di farlo con lui.

Non lo sai perché sono neri?-
No, puoi dirmelo?-
Vanno a farsi di pasta base alle falde della cordigliera, non è molto lontano-
E perché vanno li?-
Da circa due mesi, li, stanno bruciando copertoni…per questo che diventano neri…sono rivestiti di gomma bruciata...gli si appiccica addosso come miele e non se ne va per settimane…non si lavano nemmeno-

L’informazione risolveva quasi completamente il mistero.

Ma come mai vanno a fumare pasta base proprio li?-
Per aumentare l’effetto…anche respirare il fumo dei copertoni bruciati ti manda all’altro mondo…ti fa volare…sono pieni di solventi…e la combinazione con la pasta base provoca un effetto che può durare per giorni-

Quasi non mi sembrava vero  quello che “il soldato” mi stava raccontando…eppure decisi di crederci. Gli uomini neri allora esistevano…non mi facevano paura…a tutto c’era un perché.


M

Quella volta che mi volevano rapinare (2010)

Svogliato ma desideroso di un gelato, mi spinsi fuori casa alle dieci della piatta sera in questione.
Subito fuori, mi venne un po’ paura di poter essere morso da un cane, ce n’erano alcuni di passaggio che mi guardavano in maniera luminosa ed aggressivamente vispa e che forse percepivano la tensione che nasceva in me, incrociando il loro sguardo.
Smisi di camminare, decisi di aspettare il passaggio di un taxi; i cani erano lontani ormai e non si muovevano. La notte in quel luogo del quartiere era silenziosa come un felino; a sua volta mi agitava.
Non sapevo più se avevo ancora voglia di un gelato, ma ormai ero uscito ed ero certo di non avere voglia di tornare a casa.
Vidi due fari avvicinarsi e senza neppure distinguere il tipo di veicolo alzai un braccio, speculando sul fatto che fosse un taxi.
Era come se il conducente ed io fossimo le uniche due persone sulla terra; lui, io, i cani e la notte felina.
L’automobile era rossa, si fermò ed io salii; si trattava di un taxi indipendente, ovvero che non faceva parte di una compagnia registrata ufficialmente.
Quanto mi fai pagare fino al Brasilian café?-
Otto- il suo tono di voce era piuttosto alto e delicato.
Feci un cenno affermativo con la mia pesante testa ovattata, rilassandomi poi guardando il resto del mondo scorrere, attraverso il finestrino semi aperto ed opaco, sporco di strada.
Può pagare in monete frazionate signore?- mi chiese il conducente dal tono flebile.
No- risposi io lievemente sorpreso, ma senza rendermi conto di esserlo.
Presi a pensare che fare il taxista in quella città non mi sarebbe piaciuto. Avrei avuto sempre le mani occupate, così come la testa. Non avrei potuto scrivere, non avrei potuto leggere, non avrei avuto la possibilità di fermarmi o di perdermi, mai in tutto il giorno, tutti i giorni. Pensavo questo.

Sentii il cellulare vibrarmi all’interno della tasca dei jeans, lo estrassi e lessi il messaggio che mi era appena arrivato: “La tua telefonia ti informa che da oggi puoi scaricare gratis…”. Soppressi il mio interesse per quel breve testo ed eliminai il messaggio.
Fu allora che il tassista prese la decisione di arrestare il veicolo in una zona deserta, per poi estrarre un coltello a serramanico dal suo giubbotto nero e senza maniche di nylon imbottito.

-Dammi il telefono e tutti i soldi, poi scendi dal taxi, coglione di merda- disse in maniera decisa.
-Coglione di merda?- mi uscì dalla bocca.
-Non perdere tempo scemo!- Urlò lui punzecchiandomi a ripetizione la giacca con il coltello, all'altezza della spalla sinistra.
-Scemo?- risposi stupendomi parzialmente della mia incosciente irriverenza.

Prese a fissarmi…ed io seppi con certezza che non mi avrebbe mai accoltellato.
Fu proprio mentre pensavo questo che lui alzò il braccio quasi fino al tettuccio dell’automobile, per poi lasciarlo precipitare armato sulla mia coscia sinistra. Il coltello mi penetrò carne e muscolo per circa otto o dieci centimetri, li sentii cedere per lasciar spazio alla lama, fecero una specie di crepitio, quei centimetri. Gridai a denti stretti spaventandomi, però ci fu di positivo che riuscii a bloccargli la mano armata e senza capire bene come, gli feci cadere il serramanico. Nel’atto mi ferii anche entrambe le mani. Sentivo svanire la gamba, che allo stesso tempo aveva preso a pulsare e formicolare.
Lui cercò di mettermi K.O con alcuni pugni di rovescio, io aprii la portiera e rotolai fuori accorgendomi di non poter appoggiarmi completamente sulla gamba ferita.
Ero in ginocchio, le gambe fuori e il petto dentro all'automobile; vidi l’arma da taglio sul tappetino, quasi sotto al sedile del passeggero, lo raccolsi ed era mio. Il tassista mise in moto per smammare, io senza neppure valutare alternative più intelligenti, mi issai sul veicolo già in movimento graffiandomi le ginocchia sull'asfalto. Riuscii in un istante a rimettermi a sedere e puntare l’arma verso il mio ex rapinatore.  La ferita alla gamba ora pungeva forte, fascicolazioni mi agitavano l’arto, una tempesta elettrica da nord a sud, dall'inguine e l'anca, al malleolo. Tutto avvenne in pochi istanti...pensai questo...pensai che non avrei mai pensato di pensare ad una frase così in una circostanza simile...ed ero ancora stato fortunato.
-Fermati!- urlai spargendo particelle di saliva, adrenalina e paura. L’arma sfiorava ora il suo collo.
L’aggressore arrestò nuovamente il veicolo, staccò le mani da volante, alzò le braccia a mezz'aria.
Tutto tacque, lui si voltò lentamente e mi guardò sconcertato, preoccupato, voleva andarsene.
Aveva dei baffetti del cazzo formati da una peluria beige, voleva i miei soldi e il mio telefono, io in fondo lo capivo.
Come prima cosa cercai di controllare il mio ansimare, respirai profondamente e trattenni il fiato, i miei battiti cardiaci si calmarono un po’; scrollai il capo per riprendermi, poi aprii bocca:
Coglione di merda, scemo, portami all'ospedale, clinica Copacabana, subito-
Ok- disse lui già pronto a muoversi e a dimenticare quella strana serata di lavoro.
Mentre guidava posai con decisione la lama del coltello sulla sua gola, lateralmente.
Mi pregò più volte di non ferirlo, di non ucciderlo, di non farlo sbandare; io restavo muto, nutrendo la sua angoscia, il suo pentimento.
Arrivammo all’ospedale rapidamente, come scivolando sull’asfalto nero e libero dal traffico; arrivammo in ospedale inosservati, forse inesistenti. L’amico fermò l’automobile ad alcuni metri dall’entrata principale, di fianco a due cassonetti della spazzatura, ed esalò un lungo alito di tensione. Spense il motore, io lo stavo lasciando fare. Prima di scendere dal veicolo cercai i suoi occhi e gli dissi scandendo le parole:
Dammi tutti i soldi che hai e anche il cellulare-
Lui si voltò di scatto rischiando di ferirsi da solo il collo, aveva l’espressione di uno al quale hanno appena posato una vespa sul naso.
Cosa?-
Muoviti, lo sai che sono pazzo, te lo senti nella piscia no? Sono pazzo-
Il suo labbro inferiore danzò un breve passo di una danza sconosciuta, poi con frenesia parzialmente controllata si mosse, iniziando a far di si con la capoccia sudata.
Tirò fuori il borsellino, e racimolò il ricavato della serata di lavoro, mi passò il tutto. Poi estrasse il cellulare e mi passò anche quello. Non smisi mai di pungerlo con il suo coltello sul collo, lui non smise mai di fare di si con la testa.
Prima di defilarmi, come un lampo gli piantai rapido la lama nella coscia destra, proprio sopra il ginocchio, per circa otto o dieci centimetri. Lui lascò partire un urlo sibilato ed afono, accompagnato da una scorreggia probabilmente farcita.
Scesi dall’auto più ricco materialmente, ma non solo. Il taxi si allontanò e sparì; buttai il coltello in uno dei due cassonetti, così come il cellulare spento e i documenti di identità che trovai nel borsellino.

Entrai in ospedale saltellando sulla gamba sana, due infermiere mi vennero incontro.
Mi volevano rapinare-
Dissi con affannato però calmo. 
Mi sentivo sincero.


M.