Capiterà più volte amico
In certi momenti del tuo vagare
fra curriculum di carne
Di non afferrare
la dimensione effettiva
Ne la misura esatta
Di quanto poco te ne freghi
Di ciò che ti stanno dicendo
È invece importante saperlo
Veramente veramente
Di quanto poco te ne sbatti
Di quello che ti stanno dicendo
I colleghi giù alla banca
Le colleghe su in pausa caffè
Il capo reparto del reparto
Informatica oppure sinistri
Il direttore creativo
dell' Assicurazione
Gli zii ufficiali al pranzo di Pasqua
Una sconosciuta
con la mantella di cera beige
Padrona di cane
Che ti chiede del tuo mestiere
Mentre sei in giro col cane all'alba
E ti considera padrone del tuo cane
Non saprai cosa dire
Non avrai voglia di pensarci
Per assenza
Per i tuoi più privati cazzi
Capiterà forse che invece
Vorrai dire tu qualcosa
Che forse ti converrà
Beh Fratello
Sono degne situazioni
Ed io sono qui per te
Per consigliarti dall'anima
Di fare un energico uso
Del vocabolo Sinergia
Sì
L'ho sentito fare, ci credono tutti
Sì, è energia la sinergia
Di qua e di là
Dillo spesso
Appena esci da un meeting
Soprattutto
Va a pennello con la
Collaborazione
È geniale con la
Struttura
e i suoi affini
È armoniosa con il
Procedimento
Cortese con il
Progetto
Sii sinergico e ama la tua voglia
Di non dire nulla
Beh auguri amico
E Prego
mercoledì 15 marzo 2017
mercoledì 8 marzo 2017
La via silenziosa
Camminavo lungo una via silenziosissima che già da piccolo percorrevo ogni tanto, perché ci abitavano gli zii, con mio cugino all'epoca adolescente, che era ai miei occhi un tipo tosto, dannatamente stronzo eppure per me attraente, lo adoravo, ma lui con me era freddo. La via poi, con lo scorrere della vita, era diventata insignificante, per vent'anni non ci ero più passato, me l'ero perfino dimenticata, i miei zii divorziarono e mio cugino andò via per studiare roba tosta, tipo medicina.
Camminavo lungo quella stessa via, da adulto, osservando con calma alcuni enormi palazzi di mattoni color granata...negli anni ottanta erano considerati moderni e in una zona privilegiata, oggi erano dei bastioni pieni di vuoto. Camminavo lungo quella via per caso, mi ci ritrovai senza quasi accorgermene.
Lo sguardo mi si posò sulla figura di una signora anziana, che su un balcone del sesto piano, lassù in prossimità del cielo grigio, in uno di quei palazzi di mattoni, farfugliava cose e infilava altre cose dentro ad ipotetici scatoloni che io non potevo vedere, ma dei quali sentivo il rumore, era un rumore come di scatoloni, risuonava. La signora nel frattempo si teneva con una mano alla ringhiera grigia della terrazza, un anello al suo dito tintinnava sulla lamiera della ringhiera, sfregava...sembrava un quadro, non c'era vita, ma solo immaginari e ipotesi di vita, in quell'immagine, mi sorpresi di questo.
Ripensai alla riunione alla quale avevo appena partecipato, era stata orribile, era orribile la civiltà, era stato orribile quel giorno, alla riunione, percepire il come certe volte sentiamo il bisogno di porci, per dare una parvenza di luminosità, solo per difendere la connotazione che gli altri ci possono o meno attribuire. La connotazione che ci serve per mantenere un lavoro, per mantenere l'idea positiva che i nostri colleghi hanno di noi. Era stata molto brutta quella riunione, era stata il festival del nulla, della fuffa, delle frasi fatte, del dire per dire, del dire per apparire sul verbale, tutti sfiniti a cercare un senso.
Davanti a me poi, percorrendo quella via, c'era, con quel suo passo da infarto, un tossico, lo dico senza giudizio. Camminava a pochi metri da me, lo seguivo da un po, ma non mi era ancora accorto davvero di lui, della sua connotazione. Aveva dei jeans chiari, degli anni novanta forse, un giubbotto di nylon nero, in una mano teneva una birra da mezzo in lattina, nell'altra la sigaretta, camminava e farfugliava, anche lui, barcollava appena. Farfugliava imprecazioni, era bianco, la sua pelle era quasi trasparente, gliela stavo guardando, guardavo il retro del suo collo secco. In quel momento il tossico fu anche lui attratto dai rumori provenienti dal balcone dell'anziana signora, alle prese con cartoni e chissà cos'altro. Il tossico voltò lo guardo verso il sesto piano e si arrestò, come illuminato da qualcosa, potei vedere il suo profilo, aveva una cinquantina d'anni, era emaciato, i capelli sugli occhi grigi e bianchi, sia i capelli che gli occhi erano grigi e bianchi, le labbra secche secche e il naso sottile e fratturato, i suoi occhi erano seri e guardava il balcone da fermo, anche io mi fermai, facendo finta di cercarmi qualcosa nelle tasche. Il tossico non farfugliava più, era li fermo a guardare la signora del sesto piano, sempre smarrita e sola come una betulla su un colle, o come un copertone in fondo a un bosco. Poi il tossico parlò, ma non per borbottare fra se e se, no, con mi stupore disse qualcosa rivolto alla signora:
- Ma!- disse
Non lo urlò veramente, si lasciò il margine di non essere udito.
-Mamma!- ripeté, allo stesso modo.
-È sorda- disse poi sommessamente.
Il tossico si accorse di me, con la testa faceva di no e i suoi muscoli facciali esprimevano qualcosa del tipo: "ormai l'ho chiamata ma non sente, non ci parlo da tre anni ma non mi sta sentendo, però l'ho chiamata eh".
-Non ci sente, ormai- mi disse.
Rimase ancora un po' a guardarla, fece ciao con la mano e riprese a camminare, solo dopo dieci metri distolse lo sguardo dal balcone.
La signora sul balcone non si accorse di nulla, pochi istanti dopo rientrò e chiuse la porta-finestra del terrazzo. Quella via era silenziosissima.
m
Camminavo lungo quella stessa via, da adulto, osservando con calma alcuni enormi palazzi di mattoni color granata...negli anni ottanta erano considerati moderni e in una zona privilegiata, oggi erano dei bastioni pieni di vuoto. Camminavo lungo quella via per caso, mi ci ritrovai senza quasi accorgermene.
Lo sguardo mi si posò sulla figura di una signora anziana, che su un balcone del sesto piano, lassù in prossimità del cielo grigio, in uno di quei palazzi di mattoni, farfugliava cose e infilava altre cose dentro ad ipotetici scatoloni che io non potevo vedere, ma dei quali sentivo il rumore, era un rumore come di scatoloni, risuonava. La signora nel frattempo si teneva con una mano alla ringhiera grigia della terrazza, un anello al suo dito tintinnava sulla lamiera della ringhiera, sfregava...sembrava un quadro, non c'era vita, ma solo immaginari e ipotesi di vita, in quell'immagine, mi sorpresi di questo.
Ripensai alla riunione alla quale avevo appena partecipato, era stata orribile, era orribile la civiltà, era stato orribile quel giorno, alla riunione, percepire il come certe volte sentiamo il bisogno di porci, per dare una parvenza di luminosità, solo per difendere la connotazione che gli altri ci possono o meno attribuire. La connotazione che ci serve per mantenere un lavoro, per mantenere l'idea positiva che i nostri colleghi hanno di noi. Era stata molto brutta quella riunione, era stata il festival del nulla, della fuffa, delle frasi fatte, del dire per dire, del dire per apparire sul verbale, tutti sfiniti a cercare un senso.
Davanti a me poi, percorrendo quella via, c'era, con quel suo passo da infarto, un tossico, lo dico senza giudizio. Camminava a pochi metri da me, lo seguivo da un po, ma non mi era ancora accorto davvero di lui, della sua connotazione. Aveva dei jeans chiari, degli anni novanta forse, un giubbotto di nylon nero, in una mano teneva una birra da mezzo in lattina, nell'altra la sigaretta, camminava e farfugliava, anche lui, barcollava appena. Farfugliava imprecazioni, era bianco, la sua pelle era quasi trasparente, gliela stavo guardando, guardavo il retro del suo collo secco. In quel momento il tossico fu anche lui attratto dai rumori provenienti dal balcone dell'anziana signora, alle prese con cartoni e chissà cos'altro. Il tossico voltò lo guardo verso il sesto piano e si arrestò, come illuminato da qualcosa, potei vedere il suo profilo, aveva una cinquantina d'anni, era emaciato, i capelli sugli occhi grigi e bianchi, sia i capelli che gli occhi erano grigi e bianchi, le labbra secche secche e il naso sottile e fratturato, i suoi occhi erano seri e guardava il balcone da fermo, anche io mi fermai, facendo finta di cercarmi qualcosa nelle tasche. Il tossico non farfugliava più, era li fermo a guardare la signora del sesto piano, sempre smarrita e sola come una betulla su un colle, o come un copertone in fondo a un bosco. Poi il tossico parlò, ma non per borbottare fra se e se, no, con mi stupore disse qualcosa rivolto alla signora:
- Ma!- disse
Non lo urlò veramente, si lasciò il margine di non essere udito.
-Mamma!- ripeté, allo stesso modo.
-È sorda- disse poi sommessamente.
Il tossico si accorse di me, con la testa faceva di no e i suoi muscoli facciali esprimevano qualcosa del tipo: "ormai l'ho chiamata ma non sente, non ci parlo da tre anni ma non mi sta sentendo, però l'ho chiamata eh".
-Non ci sente, ormai- mi disse.
Rimase ancora un po' a guardarla, fece ciao con la mano e riprese a camminare, solo dopo dieci metri distolse lo sguardo dal balcone.
La signora sul balcone non si accorse di nulla, pochi istanti dopo rientrò e chiuse la porta-finestra del terrazzo. Quella via era silenziosissima.
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