venerdì 24 aprile 2015

Postindiano (visioni da digestione)

 
Sceso dalla macchina cammino verso l’automatico per fare i biglietti. Prima controllo l’orario esatto della partenza del treno. A mezzanotte la frequenza fa un salto e dovrò aspettare quasi mezz’ora. Impreco impercettibilmente. Faccio il biglietto schivando una pozzanghera di vomito, unico risultato tangibile della serata di un ragazzino che ora, qualche metro dietro me, si sforza, inutilmente, di produrre ancora qualcosa sullo stesso tema. Sostenuto e un po’ sbeffeggiato dai compagni di sbrago.Formazione basica in dinamiche di gruppo e amicizia, lezionevomito e mani sulla fronte.
Vago aspettando. Anche qui ha piovigginato. Forse più copiosamente, forse più recentemente: la sensazione di bagnatosotto le scarpe è maggiore che pochi minuti prima a Como.
Giovani che fumano nella saletta sui binari mi costringono a continuare a sentire questo freddo sottile, soprattutto sulla panzaaffannosamente intenta a riordinare il casino indiano di sapori e profumi. Tipico gelato al pistacchio e semi di finocchio in zucchero colorato inclusi.
Giovani che cadono e si tingono di rosso il ginocchio ora esposto sotto il leggins accartocciato a finecosciaLegginssorprendentemente rimasto illeso. La botta deve essere stata secca e precisa, senza strascichi.
Mondo ovattato del treno con interferenze minime.
Devo scendere. In attesa con me una ragazza probabilmente africana, vestita, con buoni abbinamenti, di arancio. Una busta di plastica lasciata a un metro da lei sull’ipotetica traiettoria della mia uscita.
Mi distraggo a immaginare come mi comporterò con il sacchetto a terra: lo salterò, lo aggirerò, troverò un finto temporeggiamento per indagare questa curiosità di che pensa farne”? Lo lascerà là. Lo raccoglierà.
Il treno rallenta, ho già dimenticato il sacchetto e nemmeno mi accorgo quando lo solleva. Uno due passi, ce l’ho ancora nella coda dell’occhio quando sento “Scusa … un’informazione”. La ragazza d’arancio mi chiede dove può prendere un taxi … io gli dico che sarà molto difficile trovare un taxi alla stazione diLamone-Cadempino. Era meglio scendere a Lugano …
Nel frattempo il cervello va sviluppando i suoi scenari: questa ce sta a provàMh, è carina … poi sono sempre a favore dell’etnico …
Sarà un’ardita strategia di adescamento da prostituta? Mentre la mia parte sinistra mi bacchetta per questo luogocomunismo delstraniera molto probabilmente prostituta o ex-prostituta o post-prostituta, e la mia parte centro-sinistra dice vabbè è vero è un pensiero un po’ fascio, ma nemmeno puoi cadere, al contrario, in una sorta di negazione di una realtà che comunque esiste e se ne deve tenere il giusto conto senza sconfinare in un radicalismo cieco, lei mi dice “Lugano … devo andare a Lugano … mi sono distratta e ho saltato la fermata …”.
Il cervello continua a produrre scenari. L’esperienza mi fa optare per il mio caro vecchio “vediamo questa dove vuole andare aparare”. Da cui il necessario punto di partenza: dargli spago eprendere apparentemente per buono tutto quello che mi dice.
La soluzione migliore per lei, fatta questa premessa, sarebbe che ci fosse ancora un treno in direzione sud. Guardiamo il tabellone giallo. Ce n’è uno all’ 1:08. Fra venti minuti. Mi sta simpatica, non ho un cazzo da fare, forse è davvero in difficoltà e ancora non ho scoperto, se altrimenti, dove vuole arrivare: mi offro d’accompagnarla nel sottopassaggio e poi di fargli compagnia nel freddo.
Fanny viene dal GhanaVive a Lugano dal 2009. Ha una bambina. Oggi è stata a Milano. Io sono … di dove sono … sempre sta cazzo di domanda … vabbè di qua, vabbè … di Locarno …stasera dormo a Lamone. Non ho figli.
Perché qua non facciamo figli? … mah .. è un discorso lungo. Posso parlare forse per me. Io non lo metto come priorità. Non c’è stata forse l’occasione. In generale la nostra società non mette le pressioni di altre su questo tema. Cose anche positive come il benessere, o l’emancipazione della donna, hanno il loro rovescio di medaglia … cioè se una vuol studiare, vuol far carriera … è difficile che si metta a fare figli prima dei 30-32 e quindi … non ne farà cinque …
Selfish. Egoista. Lo dice dolcemente, non come un’accusa. Ma … alla fine se ti danno dell’egoista … Rifletto e obietto … c’è egoismo anche nel fare dei figli. Dare un senso alla tua vita a scapito di un altro … nessuno si chiede se suo figlio voleva nascere o no.
Io non sono sicuro che al poter scegliere avrei scelto di vivere. Non mi piacciono il dolore e la morte. E la vita è dolore e morte.
La vita è bella. Bellissima. Ma … questo piacere a orologeria …
Ti è capitato di stare a tavola dovendoti servire da un piatto comune di qualcosa che ti piace tanto … con qualcuno che mangia più veloce ti te …
Dove va a finire il piacere per la cosa che ti farebbe godere tanto? Tutto sprecato nella tensione del dover mangiare al ritmo dell’altro perché sennò non te ne resterà neanche un po’ …
Cosa risponderei a mia/o figlia/o il giorno che verrebbe a rivendicarmi, come io feci, “perché mi hai messo in mano questo biglietto di vita-morte?”. Io non avrei neanche la scusa di non averci pensato.
Sta succedendo davvero? Come siamo arrivati fin qua in questa manciata di minuti? È un angelo arancio? Svio, mi sembra di forse essere andato oltre quello che ci si aspetterebbe da un incontro fortuito sotto la pensilina di una stazione anonima.
Torniamo a parlare di cose più leggere. Fanny mi invita a unconcerto di musica africana. Mi da anche la locandina. Forse porto qualche amico. Arriva il treno. Ci salutiamo coi tre bacini.
Cammino nella notte. Pochissime auto. Tutte mi passano accanto con velocità sopra le righe: sarà l’alcol, sarà la sensazione di libertà repressa del week end, la strada finalmente senza coda …provo una pena incazzata nei loro confronti …
Un ragazzo seduto su uno skate-board è spinto da una ragazza come originale mezzo di trasporto. Suggerisco di darsi il cambio ogni tanto.
Finalmente la pioggia si rende tangibile. Gocce grosse e rade mi colpiscono la fronte, altre a migliaia cadono intorno, come un bombardamento, sollevando il classico odore. Quell’odore di strada bagnata. Me lo ricordavo un po’ diverso.
g
 
 
 

sabato 18 aprile 2015

Nuovo


“Nuovo sguardo, nuovo anno, nuove mutande e nuovo dopobarba; il nuovo di nuovo, eppure mai in questo modo. Novità? Un uomo nuovo? No…ho solo comprato un cd nuovo, ho fatto un leasing nuovo, ho visto un film di nuovo, il lavoro è nuovo di nuovo, sento che mi muovo e c’è qualcosa che di nuovo si smuove; sono pieno come un uovo e sto lavorando sodo. Non è che tutto quanto sia poi così nuovo, è che tutto sta cambiando…e cosa conservare allora? Quali sono i rami che rimangono? Chi se ne andrà? Chi arriverà? Quali amici perderò? Quali ricordi? Quali mie identità non mi saranno più utili e silenziose e naturalmente, moriranno consenzienti su fotografie vecchie?”

Ragionava fra queste frasi grondanti di concetti e vocaboli; si rese conto di essere calmo…camminava fra il giallo e il marrone, fra la luce e l’iperluce di quel pomeriggio ceruleo e pallido. Era la fine di dicembre. 

“Cammina, taci e lascia andare” si disse a bassa voce. “Rimani piatto, rimani zitto, rimani calmo, rimani e non cambiare idea” proseguì poi. Bisbigliava ma le labbra si muovevano e temeva di essere visto.

Eppure quel giorno non c’era nulla di piatto fra i suoi pensieri, ogni cosa era acuminata, mutevole, però ogni conclusione era simile, stessa radice, ogni conclusione tendeva ad entrare nella materia, a perforarla facendola sanguinare, facendone uscire il succo….quel succo che forse poteva anche stare dentro. Già troppe parole, già troppi giri.

Camminava e taceva…cercava di mantenere fermi i pensieri ma al contempo ragionava, ragionava e ragionava ancora. Tutto sommato poi sentiva che non era il momento di intervenire su quasi nulla…sentiva che doveva lasciare che le cose facessero il loro corso.

Alcune cose però le vedeva scivolare via, strattonate dagli eventi, dal nuovo…e avrebbe voluto conservarle…avrebbe voluto tenerle li al suo fianco…eppure nel nuovo lui credeva…il nuovo lo stava accogliendo e lo stava facendo sentire come mai si era sentito…lo faceva sentire giusto e soprattutto calmo…ma non giusto per il mondo, bensì giusto per lui…e lo stesso principio lo si poteva applicare al “calmo”.

Sentiva di essere sul cammino che voleva percorrere, non si voleva spostare più. Sapeva che stava vivendo le cose così come le voleva vivere da sempre, ignorando quali congruenze di concause avessero agevolato quella condizione mentale.

D’un tratto poi si sentì egoista…ma mica in negativo…si sentiva addosso un egoismo senza pretese…non voleva più nemmeno essere compreso…sentiva che stava imboccando una strada nuova, che lo stava conducendo ad un mondo nuovo…nuova per lui…nuovo per lui, ovvio.

Sentiva che alcune persone vedendolo incamminarsi, si stavano voltando dall’altra parte e si stavano incamminando a loro volta nella direzione opposta. “E sia”, si diceva. “Fanno bene pure loro”, proseguiva.
Non gli era mai capitato di non sentire il bisogno di giustificarsi. Camminando lungo l’argine del fiume rivolse la sua attenzione su di un masso immobile da centinaia di anni; il sole era pallido e non scaldava, ma c’era. Posò alcune ossa del suo corpo sul masso, altre le consegnò all’aria, ai suoni, all’acqua che a pochi centimetri dalle sue gambe scivolava via contradditoria nelle traiettorie.

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