Avevo pensieri lisci quel giorno, rotondi e di vetro, pragmatici e chiari...in parte associavo questo superpotere all'uso smodato del caffè e immaginavo che chi si faceva di bamba buona doveva sentirsi come me in quel giorno ma amplificando la sensazione per 5...poi non lo pensai più, a volte i pensieri erano inutili, dei semplici sottofondi non indotti, come un film sulle battaglie legali di avvocati militari che continua a scorrere in salotto mentre fai il bagno caldo nella vasca...era solo un pensiero caricato con criterio su un vagone di altri pensieri...vagone dei pensieri che componeva insieme ad altri vagoni dei pensieri, il treno dei miei pensieri, che quel lucido giorno mi stava facendo scorrere fra cranio e stomaco ad intervalli di 3 minuti. I 3 minuti dei miei pensieri, pensai...ero colmo di vagoni che sfrecciavano, tutti pieni di immagini.
Caricato su di un vagone, di
fianco alle scene essenzialmente vaneggianti di cocainomani in divisa gessata, c'era
questo aviatore militare cresciuto fra le bolle del bagnoschiuma
comunista, nell'Unione sovietica delle decadi fredde. L'aviatore dei
miei pensieri volava così bene che alla fine risultava praticamente
poetico e un giorno i suoi capi dell'esercito gli dissero che se
voleva poteva diventare il primo uomo a volare nello spazio...nello
spazio sovietico, si intende.
-Jurij, l'anno prossimo ti
va di andare lassù e darci la conferma che Dio non esiste?-
- Va bene comunisti, ma
posso dire anche qualcosa di mio?-
-Sì ma occhio agli
strafalcioni che sarai in diretta-
-Ok-
-Ok?-
-Perché chiedi la
conferma dell' "Ok" Jurij, c'è qualcosa sotto?-
-No compagni ma non mi
chiedete cosa voglio dire?-
-Si, certamente, te lo
avremmo chiesto Jurij, dobbiamo stabilire insieme le cose "tue"
da dire al mondo-
-Vorrei dire qualcosa
sulla grandezza e sulla bellezza della specie umana-
-Sulla grandezza e sulla bellezza della
specie umana comunista Jurij?-
-Beh, si, riguarderà un
mio punto di vista, da uomo cresciuto nel comunismo-
-Ma del tipo: "Il
primo uomo a volare nello spazio è Jurij Gagarin ed è sovietico?-
-Gradirei molto Signori
esprimere un punto di vista magari meno oggettivo...quello appena
espresso quale esempio è un semplice dato di fatto!-
-Si Jurij, ma non
sbilanciarti in filosofie dettate dalle emozioni del momento, è
probabile che nonostante si sia cercato di inocularti una certa
oggettività, li per lì magari per il trambusto del viaggio, tu
possa cadere in retoriche filosofiche-
-Va bene, starò attento-
-Grazie Jurij-
Camminavo per la città,
mi muovevo da un appuntamento all'altro, da un appartamento
all'altro, da un bar all'altro...e parlavo con persone, parlavo dei
loro problemi e le ascoltavo immedesimandomi nelle loro vite...trovando in ogni vicenda,
in ogni storia, delle similitudini con la mia esistenza; mi era
sempre capitato, prima di rispondere qualcosa a qualcuno che
condivideva con me i suoi problemi, il mio cervello passava in
rassegna tutte le esperienze anche solo lontanamente simili che avevo
vissuto personalmente...avevo letto che si chiamava "empatia"...che
ero uno "empatico"...ma io avevo sviluppato il rigetto
per quella parola e quell'aggettivo...non so bene il perché...per me
il tutto era spiegabile solo tramite immagini e fantasie e storie su
storie...per me non esisteva la realtà di uno e quella di un altro,
ma eravamo tutti goccioline di una pozzanghera, o organismi di un
virus...o peli di un manto di cervo, fitto e impermeabile, fragrante
all'olfatto e destinato ad andare dove la natura andava, illudendoci
del contrario.
-In pratica dopo le scuole
medie non ho più fatto nulla- mi stava dicendo quella ragazza
magrolina che sembrava rimasta incastrata perennemente in una pausa
pranzo noiosa di periferia.
-Nemmeno io sapevo cosa
fare dopo le medie...poi ho fatto una cosa qualsiasi, l'ho iniziata e
l'ho finita anche se spesso volevo lasciarla, interromperla...poi mi
sono venute altre idee-
-Vorrei fare anche io
così, ma se vado a fare un apprendistato al supermercato mi vengono
gli attacchi di panico, non so cosa fare...ho fatto decine di stages
e per una ragione o per l'altra qualcosa è sempre andato
storto...all'ultimo stage, quello nella fiduciaria, volevano anche assumermi come apprendista
ma poi il padrone della ditta è morto di infarto e hanno chiuso-
-Ma come è morto di
infarto!- esclamai fuori controllo. Ero palesemente disorientato, non
mi era mai capitato nulla di simile, ma dovevo stare attento perché
potevo dare l’idea di voler appesantire ulteriormente il senso di
sfiga della magrolina.
-Eh si, che sfiga vero?
Una sfiga che mi perseguita- disse tirando su col naso e tirandosi su
gli occhiali col dito medio.
Ecco, appunto, pensai.
-E non aveva figli che
potevano prendersi a carico…-zitto, zitto, altra puttanata.
-Esistono 4 figli da 3
matrimoni diversi, ma nessuno di loro parlava più con lui da molto
tempo-
-Tu vuoi un altro caffè?-
dissi, sentendo un’ondata di astrazione pervadermi.
La ragazza proseguì a
parlare, non ricordo esattamente di cosa, ma io tornai in un lampo al
mio vagone di pensieri, ci entrai, e aprii lo scatolone con dentro
Jurij e i comunisti e il cosmo e l’esercito sovietico.
-Jurij domani vai lassù,
cosa pensi della tua preparazione?-
-Sono un cosmonauta da
quando sono nato, voi della stampa dovete dire al mondo che io lo
faccio per tutti quanti, senza la minima preoccupazione o paura, sono
pronto!-
-Jurij, incontrerai Dio?-
-Dio è qui in terra
Signori, Dio siamo noi, ovvero le persone che lo hanno creato-
Jurij Gagarin partì per
lo spazio affaticato ma con il sorriso, pioveva e certi contadini
pensarono che col brutto non si poteva volare, ma lui ci andò, era
il 12 aprile del 1961.
Tutti attendevano la prima
comunicazione radio, sprofondati in quel silenzio di chi abbandona
ogni giudizio o previsione; lui, l’eroe nazionale, aviatore
dell’esercito, capitano istruttore, cosmonauta per primo, sapeva
bene che sulla terra stavano aspettando le sue frequenze…si godette
quel momento, guardava giù, oppure su, ora non so…ma se ne stava
li a guardare tutto quel pianeta da lontano…come un terapista
sistemico che osserva una famiglia nelle loro dinamiche relazionali,
senza farne parte……come quando vai al cinema la domenica
pomeriggio e sei da solo nella sala, pensando alla tua vita fuori.
Jurij sospirò, ma nessuno
lo sentì…quasi quasi che non voleva nemmeno parlare…ma solo
staccare gli auricolari e mandare tutto a puttane. Colmo di speranza
e di rassegnazione, così come ogni suo simile era sempre stato,
chiuse un momento gli occhi e disse:
-Da quassù la terra è
bellissima, senza frontiere ne confini- silenzio
Poi ancora
-Quassù non c’è il
vostro Dio-
E giù sulla terra intanto
il bordello…ma tanto ce lo avevano mandato loro quel battere terrestre nello
spazio…erano certi di avergli inculcato la disumanità…erano
certi di poter udire qualcosa di sovietico…e invece Jurij se ne
stava nello spazio a sparar meraviglie su meraviglie, andava a naso,
non ci capiva un tubo…come nessuno mai d'altronde.
C’è chi quando non
capisce un tubo si chiude, e chi invece si apre, si butta, cerca di
capire.
La ragazza magrolina aveva
pronunciato la parola "fotografia" e io mi ricordai che c’era una
mostra di Salgado a Milano.
-Il mio sogno è quello di
diventare fotografa e modella-
-È un bel sogno,
complimenti-
-Ma non so come fare per
raggiungerlo-
-Non so se sia proprio il
caso di raggiungerlo, aspetta…desideralo ancora per un po’…e
nel frattempo fai qualcos’altro…capisci?-
-No-
Jurij pensò che aveva
sempre amato con tutto se stesso il sogno di essere li in quel
momento…e si rese conto del fatto che un sogno quando lo realizzi
lo perdi…tornò sulla terra, sempre per primo. Pensò per qualche
anno, non molti, alla riflessione che aveva fatto nello spazio, sui
suoi sogni e sulla propulsione alla vita…sul dosaggio e
sull’intensità dell’avidità umana, sull’incapacità di certi
alla rinuncia…poi un giorno decise di morire lasciandosi
precipitare con un piccolo aereo da turismo.
“Penso che per me la
libertà sia un'utopia irraggiungibile come la poesia...e francamente
penso sia meglio così...perché la libertà quando la ottieni poi la
perdi...la libertà è solo una buona stella da seguire, se credi
nelle stelle...la libertà è la cultura sulla quale poggiamo le
nostre scarpe vecchie passo dopo passo. La libertà è un sogno che
mi ha fatto riflettere ad ogni minuto, tanto quanto l'idea della
morte...la sua valenza è infinita, ma non potrà mai essere toccata
con mano. Non la desidero ne la inseguo la libertà, ma la contemplo.
Come definirmi libero? In relazione a cosa? Sulla base di cosa? Sono
più libero rispetto ad altri? Fintanto che esisterà coscienza in
merito al concetto di libertà, e per noi uomini sempre esisterà,
vorrà dire che l'essere umano sta vivendo l'esperienza della
privazione della libertà. Forse dire umano e dire libero, nella
stessa frase non è possibile...libero è chi non sa nemmeno di
esserlo.”
La figlia di Jurji trovò
questo biglietto in un cassetto del solaio, anni dopo la sua
morte...o perlomeno al tavolino di quel bar con la magrolina, io me
lo immaginai.
Dopo alcuni convenevoli mi
congedai dalla ragazza, lei mi disse che quel pomeriggio voleva
andare a fare delle fotografie nel bosco…aveva una macchina
fotografica immensa, che le pesava sul collo…pensai che o cambiava
collo o cambiava macchina…ma rimasi comunque con la voglia di
vedere le sue foto.
Ripresi a camminare per la
città, non avevo incontri per circa tre ore ma volevo prendermi
qualcosa da mangiare e andare in riva al lago. Tirava un vento freddo
e c’era frenesia, negli scontrini che volavano via rapidi dai
tavoli con attorno seduti i tedeschi, alcuni obesi e cremosi, altri
magri e con i bastoni da walking viola o verdi…i tedeschi che
bevevano il caffè con la panna e mangiavano la pizza con
l’ananas…erano belli…nel mondo c’erano i ghepardi, c’erano
le coccinelle, c’ero io e c’erano i tedeschi, tutto qui. Quando
uno scontrino volava i tedeschi facevano il gesto placido di
allungare un arto…o un braccio rosa o una gamba con sandalo, o un bastone da walking…poi lo scontrino andava e iniziava il suo giro
per il mondo.
C’era quel vento freddo
anche fra i tossici al parchetto…i famigerati old school…quelli
delle pere, della lozza e dell’AIDS…del due franchi per il carrello o della
paglia…magri e grigi oppure gonfi e bianchi. C’erano gli avocado
alla coop, le fabbriche di caffè, i pellicani sul pacifico, c’ero
io e c’erano i tossici al parchetto. Dovrebbero fare la pagina
facebook dei tossici al parchetto…un sacco di like.
Perché alla fine siamo tutti da qualche parte un po’ tossici al parchetto, nel senso che fanno parte della paesaggistica della nostra geografia immaginaria, del nostro paesaggio timico…nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni c’è sempre spazio per pensare alle persone che sono entrate nell’ero negli anni ’70, e per tutti gli altri…c’è chi li teme, o chi pensa di loro che sono venuti fuori dall’asfalto e nell’asfalto o nella terra dovrebbero ritornare, c’è invece chi li vorrebbe aiutare, c’è chi ci passa vicino e li considera alla stregua dei piccioni, pittoreschi finché rimangono al loro posto...c'è chi ci lavora.
Perché alla fine siamo tutti da qualche parte un po’ tossici al parchetto, nel senso che fanno parte della paesaggistica della nostra geografia immaginaria, del nostro paesaggio timico…nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni c’è sempre spazio per pensare alle persone che sono entrate nell’ero negli anni ’70, e per tutti gli altri…c’è chi li teme, o chi pensa di loro che sono venuti fuori dall’asfalto e nell’asfalto o nella terra dovrebbero ritornare, c’è invece chi li vorrebbe aiutare, c’è chi ci passa vicino e li considera alla stregua dei piccioni, pittoreschi finché rimangono al loro posto...c'è chi ci lavora.
Arrivai sotto ad un
porticato e trovai un banco frigo di lusso, protetto da un vetro
luminoso e quasi magnetico, ipnotico…immacolato. Dietro al vetro di
Dio erano esposte delle insalate e delle verdure di Dio, già
tagliate e lavate, disposte con energia positiva in vasche di Inox di
Dio…da ogni vasca di Inox spuntava un bigliettino con scritto il
nome della pietanza, e l’origine geografica…erano quasi tutti prodotti
“a chilometro zero” (KM0), che venivano dalle zone rurali
limitrofe. Era anche l’epoca dell’alimentarizzazione e della
automedicalizzazione, ne ero felice…c’erano sempre nuovi trend e
in quel periodo, in quegli anni, il trend era la cura di se, almeno
nel 10% del globo. Sembrava che l’acquisizione di consapevolezza su
ciò che ci buttavamo nel corpo fosse strettamente legata all’uso
smodato che facevamo di internet.
Conoscevo ipocondriaci
“ammalarsi” di tumore al timpano dopo aver consultato per qualche
minuto il forum sintomi.it…e in seguito sentirsi guariti, o in via
di Nirvana esistenziale, per aver bevuto per tre giorni di fila litri
di acqua allo zenzero e al bicarbonato (come indicava
laviapossibiledellautoguarigione.com).
Le insalate, dicevo…mai
avrei voluto reputarmi immune ai trend: formentino, lenticchie,
quinoa andina fair trade, semi di girasole, cetrioli, barbabietole e un po’ di
limone…l’olio d’oliva in Svizzera non si fa, e allora c’era
quello della Grecia bio (che era in crisi economica forte).
Dietro al banco a lavorare
c’erano un ragazzo frontaliere con l’accento varesotto e una
signora con una camminata da infarto che praticamente parlava urlando e solo
dialetto ticinese pronunciando molto e con molta determinazione le
consonanti.
Mi servì la ticinese…la
mano munita di pinza da insalata di Dio schizzava da una vaschetta
all’altra, incapace di attendere l’esternazione delle mie
volontà…se dicevo formentino l’input generava nel corpo della
signora un fremito ansiogeno, scatti della zona vestibolare, della
mandibola, contrazioni del collo e come un mantra le corde vocali
della signora ripetevano ininterrottamente e sommessamente:
“ecco…ecco…ecco…ecco…si…ecco…ecco…”. Quando dicevo
FORMENTINO lei diceva ECCO FORMENTIN ECCO…se dicevo BARBABIETOLA
lei diceva ECCO BARBA-BETOLA ECCO.
Desideravo il cibo, ma mi godevo la scena.
La vaschetta i plastica in
cui era stata riposta l'insalata era ormai colma, pagai il mio ordine
e mi preparai a riceverlo.
Dietro di me, lungo il
grande corridoio lastricato e coperto dal portico, passò una
conoscente della ticinese addetta alle insalate, lo capii quando
proprio la ticinese esclamò guardando oltre la mia testa:
-Ciao Renata! Ciao ciao
ciao ciao! Cuma l’è?-
-Ciao Susi, sto bene tu?-
la Renata camminava celermente e se stava andando proprio, la vidi
voltando appena il capo.
-Bene! Bene! Bene! Bene!
Ormai si lavora!-
La mia insalata era ancora
scoperchiata.
-Brava forza, allora buona
giornata!- sentii alle mie spalle dalla voce della Renata
-Grazie…eh si…grazie e
anche a te! Ciao! Ciao! Ciao! Buona giornàTTA!!-
Guardavo in volto la Susi
mentre urlava quella parola…GIORNATA…che lei pronunciava al
cardiopalma, sudando e vibrando: GIORNÀTTA.
Fu allora che accadde…la
lingua della Susi fece a mio modo di vedere troppo attrito sul suo
palato, per pronunciare le due T di giornatta…quello sfregare di
mucose turgide e solide generò il lancio immediato di uno sputo grande almeno
come un chicco di mais…era un lancio Susi-insalata…lo avevo
visto, lo avevo constatato senza nessuna ombra di dubbio...lo avevo
guardato lanciarsi senza paracadute e precipitare su quei ciuffi di formentino vivi e zampillanti.
Un secondo dopo che lo sputo della Susi entrò nella selva, la
vaschetta si chiuse sotto ad un coperchio immacolato. Tutto
tacque…tacquero le persone che erano sul rango insieme a me,
attendendo il proprio smart food…tacque la Susi che ignara frugava
fra le file di sacchetti di carta disposti da Dio…tacqui io, che
non trovai in me la prontezza per cambiare la trama di quel
cortometraggio magnifico e terribile. Ormai era andata…la mia
insalata fottuta, i dieci franchi consegnati, la Susi in fondo mi aveva
ispirato…cosa cambiare? Lo accettavo.
C’erano le rane
velenose, c’erano i cameraman ingaggiati dalle coppie ricche per
andare in vacanza con la loro famiglia e creare un film del loro
viaggio, c'ero io e c’era la Susi che mi sputava nell’insalata.
Allungai la zampa e
ricevetti il sacchetto…una ragazza cliente che era al mio fianco
aveva gli angoli della bocca leggermente rivolti verso il basso.
-Grazie mille, buona
giornata- dissi
-Grazie, ecco si, grazie!
Buona giornata!-lo aveva detto bene stavolta
Camminai per circa trenta
secondi, lentamente e guardando le facciate delle case restaurate
della Piazza…poi la mia giornata si risolse.
-Hei my friend- mi arrivò
alle orecchie questo sussurro…ma non badai subito alla cosa.
-My friend please help me-
a questo punto mi guardai attorno e notai una persona che mi stava
guardando e facendo cenno con il capo.
Era
un ragazzo di circa 17 anni, portava delle croks rosa, dei pantaloni
di nylon blu che sbattevano al vento freddo di quella giornata svizzera; una
felpa grigia troppo corta ma larga sulle spalle. Il giovane in una mano
teneva un sacco di plastica bianca piuttosto grande, era visibilmente
pieno di vestiti arrotolati fra loro. Il ragazzo mi stava guardando gentilmente, tramava
a causa del vento freddo, nell'altra mano teneva una busta di carta e
una lettera, quest'ultima sventolava fra il suo indice e il suo
pollice.
-Help me my friend, Im
from Somalia- la sua voce mi arrivava allo stesso volume del suono di
quel vento freddo e agitato. Senza pensarci molto mi avvicinai a lui,
la situazione era chiara...era anche l'epoca delle frontiere chiuse,
della grande e massiccia migrazione dall'Africa verso l'Europa. Non si parlava d'altro.
Guardai la
lettera...scritta su carta intestata della Confederazione Svizzera,
Ufficio degli Stranieri e della Migrazione. Il testo ufficiale
invitava il giovane a recarsi, quel giorno entro le 14:00, presso
l'Hotel Reginetta di quella città.
-Thank you my friend, you
are a very beautiful person...I came from Africa...2 weeks in
Italy...2 weeks in Chiasso...2 weeks in Losanna and now Locarno-
-Benventuto dai...ti
accompagno al Reginetta-
-What “BENVENUTO”?-
-eeee...parola complessa
my friends…-
Camminammo lungo tutta la
piazza ciottolata e colorata...circondata da ristoranti troppo cari,
oppure cari e basta, oppure con prezzi che rispecchiavano la realtà
del paese...ora non so.
Chiesi qualche
informazione al giovane somalo, la sua fugura era molto energetica e
bella, anche con quei vestiti logori e poco adatti al clima...il suo
sguardo era molto gentile e la sua barba nera armonizzava con tutto.
Aveva in effetti 18 anni, era arrivato come quasi tutti via mare,
rimanendo a galla per 5 giorni...aveva lasciato la sua famiglia e da
circa due mesi non aveva notizie di loro. Aveva una mamma, tre
sorelle, uno zio. Possedeva uno smartphone ma si era guastato durante
il viaggio...i vestiti che aveva addosso se li era portati da casa,
li aveva lavati una volta arrivato al centro asilanti di Chiasso,
dove gli avevano dato anche quelli che aveva nel sacchetto di
plastica della Migros.
La Migros, storica catena
di supermercati dalla connotazione popolare, era una cooperativa che
in quel periodo stava aprendo un sacco di “migrolino”...mini
Migros sempre adiacenti a stazioni di benzina Socar.
Socar era un nome
relativamente nuovo sul territorio in quel periodo...stavano aprendo
un sacco di stazioni di benzina Socar...sempre con un Migrolino attacato, sotto
alla tipica tettoia da benzinaio, stile Enterprise.
Vedevi Socar, vedevi
Migrolino...era una combinazinoe geniale...facevi la spesa “popolare”
insieme alla benzina multinazionale...ma...la spesa “popolare”?
Che cazzata...mi chiedevo come mai la Migros fosse entrata in affari
con la Socar, che era Azerbeijana e che investiva nel mondo del
petrolio come io investivo quel giorno nel mondo dei pensieri. Lasciai perdere i collegamenti etici e tornai in Somalia.
Il ragazzo ed io eravamo
quasi arrivati alla pensione Reginetta, glielo dissi e lui posò una sua mano su una mia spalla, per circa tre secondi.
Anche il ragazzo si
meravigliò avvicinandosi all'entrata della pensione...c'era un folto gruppo di
persone, tutti arrivati da nazioni come l'Eritrea, la Somalia, la
Libia...il giovane fu accolto da mani tese e altre mani sul petto.
C'era l'Africa al Reginetta...una visita eccezionale per la nostra
città, pensai.
C'erano ancora l'Africa e
l'Europa? Chi le aveva inventate? Le stesse persone che avevano
inventato Dio?
C'erano i cani, c'erano i
gatti, c'erano i negozi fair trade, c'ero io e c'erano le domande.
C'era la confusione e la contraddizione, c'era nell'aria quel
qualcosa di intuibile ma di non definibile...c'era la necessità di
costruire nuove chiavi di lettura...o perlomeno di desiderarle...e per fortuna che quel giorno mi sentivo lucido.
Erano tutti uomini,
parlavano in diverse lingue fra di loro. Pensai all'Hotel Reginetta e
a tutte le persone che ci avevano dormito, dieci, venti, cinquanta anni fa...DNA ovunque...cellule
umane sparse su letti e pareti; piscio nelle tubature, capelli,
fantasmi ed emozioni vissute impresse negli intonaci dei corridoi,
granelli di sabbia e particelle da tutto il mondo e da tutta la città, infilati
fra i peli della moquette, ovunque...e ora l'energia di
quel luogo diventava mitica, arrivavano persone che avevano visto
cose che qui non esistevano...che in silenzio le raccontavano alle
pareti, alla moquette, alle tubature, con la loro semplice vita, la
loro naturale presenza sul pianeta e in quel luogo.
Passò un signore li
vicino, proprio di fianco a me...gli diedi un'occhiata rapida...aveva
un completo beige, la sua camminata aveva molti anni e lui cercava
elegantemente di stare in equilibrio sul ciottolato...tornai ad
osservare l'Africa...mi accorsi che mi guardò mentre guardavo il
ragazzo che si presentava agli altri...stavo per voltarmi e
andarmene, cercavo uno scambio di sguardi con il giovane ma lui ormai
era assorto nelle strette di mano e andava bene così...il signore
sussurrò qualcosa con tono roco, sentivo il suo sguardo sulla mia
guancia.
-Non si può mica fermare
il vento che soffia- disse
Sorrisi senza guardarlo,
senza voltare il capo nemmeno di un centimetro, come se fosse solo un ricordo venuto a galla d'improvviso...poi con la coda dell'occhio percepii il suo andare altrove.
Mangiai pane e banana e mi
preparai all'incontro successivo...la sera a casa congelai l’insalata, a qualcosa un giorno sarebbe servita.
m

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