martedì 24 aprile 2018

Ma che verso fa l'umano?


Illustrazione: Giulia Pintus












Era da un po' che c'era silenzio, almeno per quanto riguardava le parole. I due erano seduti uno di fianco all'altro, posati su una panca da festa campestre, i gomiti sul tavolo pieno di schegge, i pensieri a mezz'aria che non si posavano su nulla di preciso e intanto si sbobinavano soavemente.
I loro pensieri erano i veri rumori di fondo, però in effetti fisicamente, tutt'attorno, si udivano unicamente pneumatici rotolare sull'asfalto lasciando dietro di loro fruscianti scie di suono che a un certo punto, dopo un determinato grado di meditazione, poteva venir recepite nello stesso modo in cui si recepiscono le onde di un lago in una giornata di vento, o lo sciabordare di un torrente di montagna contro massi e tronchi impavidi.
Le loro palpebre galleggiavano a mezz'asta come bolle di livelle cadute in mare, erano pesanti e leggere allo stesso tempo e tirava una brezza della stessa consistenza di un petalo di dente di leone e della stessa temperatura di un sorriso d'amore complice.

Entrambi erano soddisfatti delle loro giornate lavorative. Avevano salutato i rispettivi colleghi, una telefonata di pochi secondi e si erano trovati fuori dal pub.
Stretta di mano.
Com'è bene tu.
Una birra si ci sta.
Gianni ci porti due birre.
Che giornata.
Bello però, fatto un sacco di roba interessante.
Si, alla fine è appagante.
E siamo liberi.
Si, ho voglia di programmare un viaggio a Cracovia.
Week end?
Si.
Mai pensato a Mosca?
Hanno musei stupendi li.
Ragazzi le birre, salute.
Grazie.
Grazie.
Cin.
Cin a te, bello essere qui.


E poi silenzio di voce.
Solo automobili dirette altrove, di passaggio come le opinioni dei saggi, mai stazionarie.

SHHHHHH.....SHHHHHHHH.....SHHHHHHH.....SHHHHHH.....SHHHHHH....SHHHHHH.........

Lo stomaco vuoto che accoglie i primi sorsi, interiori abluzioni celebrative di un momento in più vissuto insieme, in amicizia. Entrare con leggerezza nella bolla, perché loro due erano due che contemplavano e ogni volta, dopo il lavoro, si poteva arrivare un po' dappertutto con i discorsi.
Allora uno dei due si gira con calma verso l'altro ed emette un verso che fa:

  • Secondo te noi umani siamo animali?- e da li parte tutto
  • Non credo negli animali- risponde l'altro regalando un ghigno abile e partecipe
  • Ma che...eh? Non fare il difficile dai-
  • Non credo nelle categorie-
  • Ah...e vabè-
  • Eh...vabè cosa-
  • Nel senso...siamo come le scimmie, deriviamo da loro no?-
  • Ho detto che non credo nell'esistenza degli animali-
  • Oh Cristo, tu e le tue massime assolute e incomprensibili- 
  • Diciamo allora che non credo nel vocabolo "animali", non se usato come categoria-
  • Cioè, non lo usi-
  • Non mi stai ascoltando-
  • Ok, ok, facciamo che sto al gioco allora...dimmi, in cosa credi?-
  • Credo che siamo elementi naturali. Siamo corpi, forme, agglomerati di cellule e atomi e bio fotoni. Noi persone siamo elementi naturali, così come tutti gli altri, le altre forme...e ogni forma naturale ha vita, interagisce in un modo proprio-
  • Ma si, alla fine concordo sai, non vedo in cosa siamo più speciali di altri elementi-
  • In nulla, è uno scambio reciproco-
  • Ma allora però avrei altre cose da chiedere, altre questioni da sollevare-
  • Chiedi pure, figurati!-
  • Diciamo che quello che differenzia le varie specie naturali esistenti, oltre alla loro forma fisica, è il loro verso, giusto?-
  • Si-
  • Dunque...che verso fa il maiale, cioè, come si chiama il suono che emette?-
  • Il maiale grugnisce-
  • Giusto, ci siamo, ma cosa desidera affermare con il suo grugnito?-
  • Beh, a parte il fatto che secondo me molte volte il maiale nemmeno vorrebbe grugnire...ma con quel naso pieno di fango che si ritrova, ogni volta che respira gli si intoppano i filtri e si strozza dalle narici, che di per se son grandi e lunghe come due flauti-
  • Beh ma...quando parla, che cosa vuole dire?-
  • Credo che in generale il maiale cerca cibo, richiama i cuccioli, allontana un pericolo...il cinghiale invece grufola-
  • E il corvo?-
  • Gracchia-
  • E cosa vuole?
  • Avvisare noi persone se sta per piovere, lui ci vede come sprovveduti. Inoltre desidera scacciare i gabbiani e avvisare gli altri corvi se c'è un gatto-
  • E il passero?-
  • Cinguetta-
  • Ma perché?-
  • Vorrebbe far alzare in volo le margherite, le chiama-
  • E la giraffa?-
  • Landisce-
  • I giaguari, gli elefanti, i coccodrilli, i tacchini?-
  • Dunque...loro brontolano, barriscono, trimbulano, gloglottano-
  • E le scimmie?-
  • Urlano, oppure farfugliano-
  • Ma perché?-
  • Loro cercano continuamente di diventare umane, si spiegano strategie per riuscirci, è logico-
  • Scusa ma...e allora che verso fanno le onde lievi del lago, una sera di maggio, quando arriva l'estate e il sole sta andando giù e sembra che tutto esplode di eternità mentre si spegne?-
  • Loro luccicano-
  • Ma come...luccicano...-
  • Eh certo, si, il loro verso è il luccichio...e desiderano solo arrivare a riva per farsi ricordare da chi le vede, prima di ripartire per il centro del lago profondo. Luccicando si fanno strada e si fanno notare-
  • Dici?-
  • Senz'altro-
  • Però emettono anche altri suoni le onde e proiettano anche ombre e traiettorie e danze-
  • Anche il cavallo picchia gli zoccoli, ma tu sai che il suo verso essenziale è il nitrito-
  • Il nitrito è essenzialmente ciò che il cavallo desidera dire, si-
  • Si, secondo me si, solo che non lo dice, lo nitrisce-
  • E le foglie di una siepe di lauro?-
  • Loro tappano, coprono, dividono-
  • E che verso fanno le foglie di una betulla?-
  • Mi pare che loro salutino-
  • E le stelle? Che verso fanno le stelle? E le nuvole?-
  • Le stelle rimangono, le nuvole cambiano-
  • Bello-
  • Però sbagli-
  • Come sbaglio-
  • Si, sbagli a chiamarle stelle, nuvole, foglie, onde...è sbagliato chiamarci umani, chiamarli animali, maiali, cavalli, delfini o furetti...è sbagliato chiamarlo muschio...mi segui?-
  • Beh...si, ma occhio a non sconfinare adesso, se no diventi inconsistente-
  • Si, scusa...è solo che se gli togli il nome puoi vederli in qualsiasi altro modo. Togliendo il nome gli togli forse il significato? O l'emozione?-
  • No-
  • Esatto! Se astrai dal nome togli solo vincoli, togli identità e connotazioni che abbiamo attribuito noi-
  • Basta non dimenticarseli, i nomi dico-
  • Basta non dimenticarseli, si fa per giocare, chiaro-
  • Sembra serio questo gioco-
  • Serve ad allenare qualcosa di importante-
  • E cosa?-
  • Non saprei, ma mi sembra così!-
  • Ma...ascolta...e che verso fa l'umano essere?-
  • Egli da adulto prosa, mentre da bambino poema-
  • E qual'è il suo desiderio? Con quale obiettivo emette il suo verso essenziale?
  • Lui desidera raccontare, raccontarsi, far sapere, sapere, venire a conoscenza delle storie altrui-
  • E te lo immagini a non essere capace?-
  • Nessuno è incapace di prosare, anche chi tace lo fa...prosa con i suoi simili, o con se stesso-
  • In effetti ogni bambina e ogni bambino sa poemare-
  • Sono versi che escono dal corpo, il pulcino pigola, il bambino poema, è naturale, non richiede sforzo-
  • Il passaggio da poema a prosa quando avviene di preciso?-
  • Non penso avvenga di preciso...ma in effetti alle volte la prosa rischia di mettere a tacere la poesia...bisogna educarsi all'equilibrio dei versi che il nostro corpo emette-
  • Una persona può prosare con una foglia di betulla che saluta?-
  • Devo rispondere?-
  • No-
  • Come fa un bambino a poemare a un adulto che gli prosa in faccia?-
  • In ogni elemento naturale, anche nelle specie come l'umano, è l'adulto che FA...il cucciolo si limita ad ESSERE, non si possono invertire i ruoli-
  • Hai perfettamente ragione-
  • C'è da capire una cosa però-
  • Hai dubbi? Ti prego dimmi di no! Stava filando tutto così liscio!-
  • Il verso dell'umano è la prosa o la poesia, ormai l'abbiamo chiarito...lui si racconta...dice cosa vuole, dice cosa sente, dice di cosa muore...ma...-
  • Ma?-
  • Solo l'umano è in grado di raccontare degli altri elementi?-
  • Non saprei...sarà in grado un lupo di raccontare a un fiume di una marmotta? È in grado una nuvola di pensare a me? O di vedermi?-
  • Personalmente me lo potrei anche immaginare-
  • Dunque tutto questo contemplare, questo dirsi, questo riflettere, aprirsi, raccontarsi, pensare, analizzarsi, insultare...ogni cosa che possiamo prosare o poemare...si tratta solo del nostro verso...del verso dell'elemento che rappresentiamo-
  • Forse si...molte foglie in autunno frusciano, noi raccontiamo storie-

Intanto attorno ai due la cittadina iniziava a tranquillizzarsi, le onde di pneumatici si facevano più rade e lente...forse perfino calme. C'era un signore che dall'altra parte della strada, sull'altro marciapiede, quello che costeggiava il lungo filare di glicine, camminava verso casa e girava appena la testa verso i due uomini seduti sulle panchine campestri del pub. Da una trentina di metri di distanza li vedeva...il signore osservava le loro teste vicine che si muovevano appena, le loro labbra che rapide si aprivano e chiudevano a intermittenze irregolari, i gomiti fissi, gli avambracci che facevano su e giù, le mani e le dita che invece ruotavano e gesticolavano in brevi vortici articolari.

"Sembrano due cicale che parlano di spighe all'imbrunire"

Pensò.

lunedì 23 aprile 2018

Tentativi di fissaggio

Craig Frazier












Non Diventare

A diventar
Qualcosa
O qualcuno
Io non son capace


Già me le sento
Le emozioni
Che mi abitano l’anima
Mi traducono in prosa
E non parlano
Di qualcuno
Ne di qualcosa


Posso forse imparare
A far bene dei mestieri
Mi sta bene sollevarmi
Se mi son fatto uno sgambetto
Ieri, o l’altro ieri


Al limite mi sta bene
Anche presenziare


Ma non riesco a diventare
Quello che faccio
Non posso diventare
Il modo in cui mi vedono
Quello che in ipotesi mi aspetto da me
O Vi aspettate


Non posso diventare
Quello che faccio
Perché sono già
E non so bene cosa
Ma per l’appunto
Non si può mica costruire
Su di una roba ignota


Forse l’ignoto
Va lasciato respirare
Al diventare pertanto
Preferisco il divenire









Mea culpa



L’idea di Lea
Non canta più
Un nome di bambina
Piccola
Che non chiameremo mai
Per raccogliere le more


Carpe diem
Non ti sposo
Diem carpem
Buon riposo
Carpe di quel diem
Di un diem Carpem
E
stavolta
Com’è successo?


Eravam lì
C’è stata quella mia solita paura
Di vederti scomparire
Che ti ha fatta scomparire


Mea culpa
Oppure culpa mea
Ma mia dumà
Perché anche su di te
Se ne potrebbero dire


Di paure
Di mentire
Di non detti
Che mi hai detto
Poi
Dopo
Dopo che
Siam rimasti
Senza un tetto








A Samantha

A Samantha
La lavastoviglie che mi han regalato
una volta entrato
nel mio ex nuovo appartamento


Ho avuto il contratto di locazione
andava tutto bene
e l'ex inquilino mi ha detto
se mi compri l'armadio
ti lascio anche lei
La guardai


un bauletto di materiale sintetico
e di ferro
con due tentacoli di plastica
un tentacolo per succhiare l'acqua
l'altro per buttarla fuori


grande come un comodino
da appoggiare 

sul banco cucina
o dove volevi tu

Che cazzo di roba eh?
mi chiedevano tutti
una lavastoviglie esterna
rispondevo io


e come cazzo funziona?
mi chiedevano tutti
la allacci al rubinetto
lava
e l'acqua sporca la spurga
nel lavandino

rispondevo io

Era una lavastoviglie
a tutti gli effetti
non ne avevo mica mai avute
La provai una volta
o due
fu abbastanza per accorgermi
che lavava un po' di merda


Ma le volli subito un gran bene
Lavavo di merda anche io
Te sarai Samantha
dissi un giorno
era marzo


Samantha tu lavi di merda
ma mi dai una mano
poi
quando finisci
con il programma di lavaggio
non ti preoccupare

fai quello che riesci
che le ultime croste le sciacquo via io
Siamo una squadra
grazie

ma grazie a te
Prego, ma prego a me


Non avevo problemi con Samantha
però poi mi innamorai di nuovo
era ottobre
di una ragazza in carne ed ossa
senza tentacoli
ma comunque disarmante


le dissi che poteva vivere da me
lei venne
era marzo


Venne tutta
con gli zaini, le scatole
una bandiera delle femministe
e degli adesivi di sinistra



Che cazzo è quella?
chiese fra le prime cose che chiese

Si riferiva alla bandiera?
Ebbene no

Samantha, risposi
Ho visto che lava di merda
constatò lei
Perspicace
dissi poi, e la baciai


Le lavastoviglie sono
poco ecologiche!
rumorose!
ingombranti!
sporcano!
bagnano!
gli devi comprare il detersivo!
questa poi è piccola!
non ci sta un cazzo!
decretò!
La mia nuova ragazza!

E lava di merda!
risposi io!
E lava di merda!
ripeté lei!

Poi proseguì
Vuoi dire che
non possiamo farlo noi
quello che fa male lei?
Che senso ha tanto spreco
se poi nulla ti ritorna indietro?


Passarono alcuni mesi
Samantha era spesso
al centro del giudizio

e forse fu unriflesso
fattostà che iniziò 

a lavare ancora peggio


Un giorno la presi
forse per rabbia

o esasperazione
forse solo per amore
che anche per quello se ne fatto di cazzate
ora non ricordo
comunque la portai alla discarica
e la lasciai li
a inquinare da spenta
per sempre rottamata

La ragazza in ogni caso

Per ragioni plurime
se ne andò poco dopo
aveva molte priorità
e non aveva considerato
forse
che prima del suo arrivo
io esistevo già!

Grazie Samantha
e scusa

forse potevo sostenerti
la semplicità è una gran cosa







Si dice che

Si dice che
La domenica sera
Un tempo non esisteva


Che mangiavi Le patate
Un pomeriggio
Se avevi fame
E quando le digerivi
Eran passate settimane


O pochi minuti
Poco ci pensavi
Ma allo stesso modo
Alla fine le espellevi


I desideri
Eran minuti
Ma più nella dimensione
Che nei contenuti


I desideri
Erano fatti di sguardi
Finché eran concreti
Non era mai tardi
Per accarezzarli


E se non li perdevi
Era perché non ti confondevi
Fra ciò che volevi
E quanto ereditavi
Da qualcuno, da qualcosa
Un’aspettativa


C’era lo stesso
Una pantera rosa
Per le strade di Parigi
Ma la vedevi solo in tele


Se vedevi Jack the Ripper

Poi
Il fiume era il Tamigi


Si dice che
Tempo fa
Non era come adesso
A luglio c’eran fiori blu
E lo sapevi solo tu
Oggi tutto
è più complesso
Corri
dillo a tutti
perché se no non vale più

Ma sapete forse cosa
La complessità
è un'altra cosa
Di per se lei è ben chiara
Nei suoi "non so" si mette in posa


Sento invece farsi avanti
Come un liquido
O tanti
Fiumi misti di pantere
Rosa gialle
Verdi nere
Arrabbiate
Un po’ indolenti
Con La Sapienza sempre pronta
Scivolosa sotto ai denti


Perfino il fiume non è quello
Osserva bene
Non è quello
Come si fa
Ad accettare
Se ti scrivono che il mare
È un affluente 

di un temporale

Si son permessi di rifarlo
Di correggerlo o ridirlo
Lo squartatore un po’ smarrito
Dopo ritirar la lama
Del rasoio arrugginito
Dalla carne di una puttana
Cerca un ponte
O un gran tombino
Per buttarci corpi spenti


Però quando guarda in basso
Cerca i pesci del Tamigi
Si spaventa, proprio lui
Trova i rettili del Nilo


Sembrerebbe roba fuori
Ma si stava meglio quando
La domenica era un sabato
Desiderare già era tanto









Anzia

Anzi Anzia 


guarda

Io non pozzo
Parlar di te


Se ti evoco
Ti medito


Oppure si
Si, pozzo
Sii pozzo!
Cazzo!
Rimani lì!
Che ti giro attorno
Pazzo


Perché non pozzi?
Perché ti muovi?
Quando rido mi ritrovi


Ho capito
Non sei tu 

il pozzo
Nel quale io mi sporgo


È nel mio petto il vero abisso
Che tu ami
È un chiodo fisso

Ne sei attratta 
Non c'è indugia
E allora buttati
Segugia


Aprimi il petto

Con la tua soffice lama
e ficcatici tutta
Brutta figlia di panzana

lunedì 8 gennaio 2018

Fausto Pattern della troposfera. La gente ama le previsioni meteo




Fausto Pattern era un meteorologo con lo spirito del maestro, calmo e grato, amante del pensiero e gentile, che stava affrontando un periodo di riflessione non indifferente. Il Signor Pattern era nato nel 1948 a Liegi, in Belgio; si era avvicinato al fantastico mondo delle atmosfere terrestri dopo aver sperimentato il volo con un dirigibile zeppelin, nel 1958 a Brema, in Germania, in gita con il nonno Rodolfo Pattern, docente di geografia e storia presso il legnoso liceo di Lucerna, in Svizzera.
Il Signor Pattern avrebbe potuto diventare tutto ciò che desiderava nella sua vita, pensate che una volta, quando era giovane, durante un viaggio, uno sciamano israeliano che incontrò su un'isola brasiliana gli disse: "você Fausto tem o poder de virar Maestro de qualquer coisa que você ama fazer...se você gosta da guitarra você pode ser Maestro, se você gosta da matematica tambem...e sò escolher".
Fausto Pattern rimase rassicurato dalle parole pronunicate dallo sciamano, intimamente sentì che andavano a confermare qualcosa che sapeva già, perchè lui non voleva conquistare le cose che faceva, lui le amava e dunque le faceva per offrirle agli altri. Le cose che si amano vanno liberate, regalate, questa era la massima che spesso si ripeteva Fausto Pattern...chissà poi perchè...ogni tanto cercava di ripercorrere a ritroso nel tempo i titoli dei libri che aveva letto, o dei film che aveva condiviso con le donne o gli amici che aveva conosciuto, cercava gli insegnamenti tratti, le sorgenti del suo pensiero attuale, del suo essere in situazione. Fausto si chiedeva il perchè; perchè era questo, perchè era quello...e alla fine si sentiva ricco di moltitudine, si sentiva questo e quello e amava le proprie contraddizioni, che si complementavano.

Scelse la meteorologia, andò così alla fine, forse perchè si sentiva nuvola, mutevole e mobile, ma al contempo fisso e stagliato controluce nelle visioni degli altri. La meteorologia fu il suo veicolo per esprimere la consapevolezza del mondo e delle relazioni umane, inoltre era un meteopatico e nella sua mente giocava spesso con le diagnosi e le cure; non si sposò mai, ma ebbe due figlie con una sua amica che amava. Le figlie volevano bene ai baffi di Fausto, così come alla sua pipa e alle sue storie. L'amica che amava lo sosteneva, per loro era una questione di distanza, cos'altro aggiungere, parole? No...loro si incontravano per casa ed era come ritrovare l'autunno, una costante naturale. Vivevano in una casa con due appartamenti separati, gli piaceva quella dimensione...a volte si cenava da lui...a volte da lei, era come coltivare l'emozione di essere ospite, o di ricevere visite.

La regione in cui il meteorologo viveva era piuttosto piccola, capitò che sull'arco della vita il Signor Patter entrò in contatto con diverse persone legate al mondo dell'informazione, così Fausto andava in onda sulla televisione pubblica Svizzera ogni sera, fra le 20:32 e le 20:41, subito dopo il telegiornale principale della giornata, esattamente prima del film serale, in sostanza rappresentava l'ultimo baluardo dell'infomrazione meteo, prima del grande salto nella notte. Tutti lo conoscevano, tutti conoscevano il suo volto affabile, cortese, preparato…Fausto che con la sua scienza tentava sempre di “andare verso” la gente…si proponeva. Fausto era stato chiamato in televisione per un unico e semplice motivo: lui era il migliore, il più esperto, il più luminoso perché illuminato dalla sua stessa scienza, la meteorologia.

L’amore di Fausto per la sua materia era autentico, leggendario, radicato nelle epoche più sognanti della sua più incontaminata infanzia, quando vedeva gli zii uscire di casa con il cappello e interessarsi profondamente alla pioggerella che non bagna, alla brina sulle margherite, alla forma delle nuvole che esplodevano dalle montagne, al sole pallido che non abbronza o alla precoce maturazione dei fichi e lui già capiva che l'universo sarebbe stata una materia complessa, ma ci si appassionava, perchè aveva stima di quegli zii.
Anche il periodo di riflessione di Fasto Pattern era autentico...per la prima volta nella sua carriera si ritrovava a pensare troppo…le sue non erano paturnie, paranoie, la sua non era titubanza…semplicemente ragionava, usando entrambi gli emisferi del cerebro, mettendosi al centro e ai margini dei suoi pensieri, usando la sua empatia, ma anche il suo ego professionale…il fatto è che da qualche anno lui sentiva, forse addirittura sapeva, che i telespettatori erano cambiati...forse non tutti, forse sempre di più, chi lo sa...ma erano sempre meno interessati alla scienza che contempla il mescolarsi dei respiri dell’universo…la gente sempre più desiderava solo una previsione, la gente voleva vedere il volto di Fausto Pattern mentre affermava: domani c’è il sole, mettete la crema protettiva ai pargoli, domani è mite, legate i cani e uscite, lasciate a casa l’ombrello e uscite, uscite e vivete...i telespettatori volevano una previsione, la gente voleva vedere Fausto prevedere il futuro.

Il fatto era che poi la gente voleva uscire di casa l’indomani e in fondo, alcuni direbbero inconsciamente, non voleva vedersi avverate le previsioni…le persone non lo volevano…loro…loro volevano solo uscire di casa con qua i Cristi e le Madonne in tasca…far due passi fino all’auto in riserva dalla sera prima, salirci e poi a denti stretti sibilare: “Gesù e Madonnina quel deficiente di Fausto Pattern, quel pirla, quell’asino, ma che lavoro fa? Non ci piglia mai, ma lo farà apposta?”

Fausto Pattern seguiva con interesse l'evorversi dei fenomeni sociali e comunicativi, lui era molto esposto, lui era un volto della comunicazione e della geografia imamginaria collettiva, nel pensiero della gente ubicato fra "butto le ossa sul divano mentre mangio un budino e faccio zapping, ma prima c'è la meteo" e "domani se fa freddo devo partire prima perchè con la strada gelata tutti van più piano e allo svincolo rimango blindato per quaranta minuti buoni, vediamo cosa dice quel bonaccione di un Pattern".

Pattern poi non comprendeva più i flussi dell'interesse delle persone...il suo lavoro poteva benissimo essere sostituito con delle informazioni automatiche, la gente era diventata ambivalente...tutti erano meteorologi, eppure in caso di previsione errata, le colpe erano solo sue.

“Non ci piglia mai” dicevano, e sapete…la verità era proprio rinchiusa in quell'affascinante affermazione e Fausto lo sapeva.…negli ultimi anni però aveva perfino ricevuto lettere intimidatorie, minacce, insulti. Non si sentiva titubante o paranoico sul suo operato, dicevamo…lui amava quel mestiere anche quelle volte in cui l’aria, le temperature, le correnti, riuscivano a sorprenderlo mentre dormiva…anche lui si svegliava al mattino e si diceva: “Ma Gesù, quanta bellezza, le previsioni sono state stravolte dalla natura, dal convergere casuale di fattori scientifici probabili ma soltanto ora riscontrabili…ora ne sappiamo di più”. Così si diceva Faustino...e se lo diceva a sè! Ma come dirlo alle persone?

La gente, pensava a volte, non desiderava la conoscenza. La gente, al di la degli schermi, voleva solo e semplicemente informazioni da interpretare, delle quali parlare…il lavoro di Fausto non poteva più prescindere da questo e lui lo sapeva, eppure non erano poche le volte in cui si sorprendeva nell'atto di immaginarsi dietro al bancone di un'osteria o di un bibliocafé, aveva altri progetti, i nuovi progetti sgorgavano e lui li ascoltava...sapeva che se i paradigmi si fossero modificati troppo nella loro struttura, anche lui avrebbe dovuto trasformarsi, cambiare lavoro, cambiare vita. 
Amava il pensiero, dicevamo, perciò Fausto Pattern sapeva anche che i telespettatori forse erano già troppo bombardati di informazioni e oneri, per arrivare ad apprezzare la sobrietà di una previsione meteorologica. Fausto lo sapeva e proprio per questo cercava di sospendere il giudizio nei loro confronti, perchè la sua visione ne avrebbe risentito troppo se anche lui si fosse arrabbiato, se anche lui si fosse deluso o lasciato sopraffare da quell'ansia da prestazione dilagante che gli volevano regalare beffardi.

Certe volte Fausto "viaggiava nella troposfera", lui diceva così, erano dei suoi momenti di concentrazione, poteva dare via a queste meditazioni mentre faceva compagnia alle piante in balcone nelle notti insonni o mentre fumava la pipa avvolto dalla nebbia mattutina del lungofiume.

Fausto Pattern chiudeva gli occhi trasformandosi in aria e iniziava a visualizzare una qualsiasi parte del suo corpo...di norma si concentrava sulle narici: con l'immaginazione le visualizzava dapprima da lontano, vedeva la sua persona un po' sbilenca ferma su un prato in autunno, quando ogni cosa è nitida e colorata eppure c'è la stessa energia emanata da una polaroid dei nonni...il pensiero si avvicinava all'immagine di se, andava a focalizzarsi dapprima sulle labbra ricoperte da baffi e barba, i denti leggermente visibili fra carne e pelo, sengnati dal caffè, dal tabacco e dalle matite rosicchiate, poi risalendo un millimetro alla volta verso il naso immaginava il rumore del suo respiro caldo e vedeva le narici, gigantesche, come le vedrebbero una pulce o una scintilla (anch'essa creatura): due varchi neri che avrebbero condotto all'interno di un pianeta, una galassia, di una selva ignota.

Le narici erano due varchi circondati da anelli di carne e cartilagine, pelle porosa...Fausto con il pensiero risaliva fino alla punta del naso ed entrava in uno dei pori, poteva farlo, poteva immaginarlo, andava dentro e ancora più dentro, facendosi minuscolo, anzi microscopico, sempre più dentro, nelle cellule, fino ai capillari, che si collegavano alle vene, circondate da materia, porosa, ossigenata...spazi vuoti attorno a lui...si trovava dentro a se stesso eppure aveva ancora tutto lo spazio di muoversi, ruotare su se stesso, accelerare attraverso le ossa del cranio, valutarne l'usura, volteggiare arioso nei polmoni, nuotare placido nel fegato, porsi all'imbocco del suo cuore dall'altro guardare giù, osservarlo battere di vita e con un tuffo soave attraversarlo al rallentatore, salutarlo, guardare da vicino le sue valvole e la sua struttura commovente, complimentarsi con lui per ogni battito.

Il ricordo di un dialogo ogni tanto gli sovveniva durante questi viaggi nella sua consapevolezza:

-Fausto te lo ricordi da quale direzione soffia il ghibli del deserto?-
-Si nonno, da sud-est-

-Bravo...e se ora lo zeppelin sul quale ci troviamo iniziasse ad andare alla deriva verso nord-ovest partendo da Brema, quale sarebbe la prima città maggiore che incontreremmo?-
-Nonno questo non potrebbe mai capitare, lo zeppelin è una costruzione altamente sofisticata e in ogni caso dovrebbe essere trasportato dal vento fino in Islanda, se non sbaglio, a Reykjavik-
-Avrei risposto allo stesso modo Fausto-

Fausto Pattern vagava per un tempo lungo, immaginava di uscire da quei fori del suo corpo chiamati pori, di tornare fuori, di ritrarsi da quel viaggio che poteva andare avanti all'infinito, anche altrove...sceglieva di sedersi su un'arcata sopracigliare e dopo un po' di spiccare il volo, riassumere dimensioni umane, volare verso le sue amate nuovole, raggiungerle sentendo la loro gelida umidità sotto i polpastrelli fluttuanti, ritrovare lo stesso spazio per muoversi, respirare a fondo e constatare la temperatura dell'aria di alta quota, attraversare il becco di un pellicano che migra verso la costa pacifica del Nicaragua, seguirlo nel suo volo istintivo per un po e poi scendere in picchiata verso una montagna, vederla avvicinarsi da lontano, bellissima e solo apparentemente immobile. La montagna si muove, la montagna scivola...e Fausto Pattern, sempre con gli occhi chiusi, concentrato, si avvicinava a lei con il pensiero, alla magestica montagna, sfiorando dapprima con le dita le cime degli alberi più alti, per poi calarsi sospeso nel vuoto fra la selva...ridimensionandosi ancora e nuovamente, diventando un organismo in grando di essere assorbito da una meravigliosa foglia di castagno, ampia e spessa, verde e nera.

La foglia lo conduceva fin dentro alle sue venature, fin dentro al suo ramo originario e giù attraverso l'interno del tronco di quell'albero che aveva scelto, salutando formiche e gufi, respirando esalazioni resinose e bagnandosi con la corteccia porosa e umida...per uscire poi dall'albero, tuffarsi in un ruscello e risalirlo contro corrente, fino alla sua sorgente, da dove nasce tutto, da dove nascono anche le persone, corpi, elementi naturali di questa terra, così come un battere sta al corpo umano, un corpo umano sta al suo contintente.

-Fausto ma secondo te perchè gli esseri umani si distruggono?-
-Non lo so nonno, ma non ci pensare adesso, respira nonno, ti voglio bene-
-Chiedilo alle tue bambine Fausto, loro sanno rispondere meglio di noi-
-Stai calmo nonnino, respira-
-Secondo te cosa salverà il mondo Fausto?-
-Tu nonno...e lo hai già salvato...lo salvi ogni minuto...la bellezza salverà il mondo-

Entrare nei meandri della montagna si diceva, giù fino alle falde freatiche naturali e li rimanere in totale silenzio, ascoltando il suono del nulla acquatico rotondo e originario. Fausto arrivava alle falde freatiche della sua anima e rimaneva in osservazione...le vedeva nei minimi dettagli, riuscendo a respirare, riuscendo ad emozionarsi e ad incorporarle, a guardarle come si guarda un'opera d'arte, senza fretta...poi, senza perdere la sua attenzione nei confronti del suono del silenzio, riapriva gli occhi lentamente, lasciandosi invadere ancora dal mondo circostante...piante sul balcone, lungofiume all'alba, o altro.

Fausto Pattern faceva ogni tanto questo esercizio, viaggiava dall'interno del suo corpo fino a qualche parte del pianeta, entrando nella materia e riscontrando che gli umani sono montagne, i pellicani sono falde freatiche, la neve è carta e le nuvole sono capelli. Ogni cosa è ovunque, ogni cosa è collegata, ogni cosa è composta dalla stessa materia, gli uomini avevano la coscienza per poter comprendere questo eppure non lo capivano, si barricavano dietro a convinzioni determinanti e castranti. Gli uomini, le persone, potevano avvalersi della consapevolezza relativa al fatto di essere dei semplici organismi in transito su questo corpo immenso chiamato pianeta terra...eppure non ci riuscivano...a mantenere questa consapevolezza...si rifacevano a ruoli, a giochi di potere, si deludevano, di arrovellavano nelle paure più sciocche, scrivevano lettere di insulti al meteorologo che prevedeva sole ma come tutti riceveva ombra.
Fausto Pattern pensava a questo, in quel periodo...ciò nonostante, amava anche gli esseri umani.

Nel frattempo, in giro per il paese, come ad esempio in un ascensore, si udivano conversazioni fra un Signore e una Signora:
- Ci prendono per i fondelli, ho preso su l’ombrello per cosa? Per nulla! Ha!-
- Valà, lasci perdere…e son pagati con soldi pubblici-
- Chissà stasera cosa ci dicono-
- Lasci perdere valà, io seguo solo i proverbi dei nostri nonni e mi fido solo di quello che vedo quando apro la finestra valà-
- Si ma il fatto è che se uno si mette ad esempio alla guida per un lungo viaggio pensando che è bel tempo e poi arriva la grandine? È un servizio pubblico mica possono depistarci così-
- Valà che sono arrivato, buona serata arrivederci signora-

Capite? Fausto sapeva di non poter sapere, ma d'altronde la sua scienza era una previsione, mica doveva indovinare…eppure la gente aveva bisogno delle previsioni meteo per potersi lamentare.

Fausto Pattern viveva un periodo di grandi riflessioni, comparava le previsioni meteo a tutto il resto...ma che mondo sarebbe stato senza più persone in grado di accettare l'incertezza che deriva proprio dalla certezza di una scienza nobile? Come poteva trasformarsi di conseguenza?

Il meteorologo stava diventando un tormentato filosofo, eppure si sentiva sulla strada giusta, voleva comprendere la nuova fenomenologia della sua società, senza traguardi ne mete, ma desiderava intraprendere nuovi percorsi della mente.

Capitò che Pattern un girono sostava calmo ed incerto fra gli scaffali delle leguminose di un piccolo supermercato di Zugo, in Svizzera. Fausto osservata quei milioni di semi e piccoli chicchi provenienti da chissà dove e raccolti da chissà chi, quando un Signore sulla novantina e la giacca verde di nylon imbottito lo avvicinò. Fausto rimase sorpreso dalla mobilità fisica denotata da quella figura umana antica che ormai era vicino a lui.

"Scusi ma lei è mica quel Fausto Pattern della meteo?" disse con tono sorprendentemente scandito e grave l'anziano.
"Buongiorno signore, si sono io" rispose Fausto senza molta voglia di conversare, ma sorridente seppur senza essere ricambiato della cortesia.

Il Signore che lo aveva avvicinato lo osservò ancora per un po', camminandogli attorno, guardando ora le leguminose e ora lui. Fausto non era più tranquillo con quell'uomo vicino, qualcosa aveva spezzato il vagare dei suoi pensieri, riportandolo nella misera e circoscritta realtà, sapeva che il giacchetto verde avrebbe voluto attaccare bottone in merito alla meteo, voleva andarsene ma scelse la cortesia e sorrise nuovamente incrociando lo sguardo dell'individuo, poi prese un sacchetto di quinoa e tentò di congedarsi tarmite linguaggio non verbale.

"Scusi ma..." disse però l'anziano...per Pattern fu come essere trattenuto da un amo da pesca incalgiatosi d'improvviso nel colletto della sua camicia.

Fausto si voltò e si preparò alla domanda in arrivo...era centrato, disponibile...quando ascoltava qualcuno lo faceva completamente...quando ascoltava qualcuno lo faceva insieme alla montagna, ai pellicani, ai castagni...insieme allo Zeppelin del 1958...ci provava perlomeno. Guardò rapidamente verso le vetrate tappezzate di pubblicità del supermercato, verso l'esterno, vide una siepe sfinita circondata dalle vetture cromate, poi guardò negli occhi l'anziano, che ricambiò lo sguardo e disse:
"Scusi ma...vi pagano per grattarvi il culo alla meteo?"

Fausto non se lo aspettava, non potè fare a meno di sorridere, era pronto e aperto anche a questo...tirò fuori la lucidità, faceva parte del tutto, faceva parte del gioco.

"Dipende da cosa intende per grattarsi il culo Signore"
"Mai una volta che ci azzeccate...ve le scrivono a caso le previsioni...e voi le leggete!"
"La previsione meteo è una scienza che prevede, non che indovina matematicamente, anche perchè abbiamo a che fare con aria, nuvole, correnti, universo insomma, sono cose che fortunatamente non si possono ancora inscatolare" Non gli dispiaceva questa risposta, addirittura un po' poetica.
"Per tanto così non fatele nemmeno, non servono a nulla." proseguì l'interlocutore reduce e veterano di una vita lunga.
"Invece possono servire, io ho studiato molto per far questo mestiere, non è facile, l'esposizione al pubblico televisivo è solo una piccola parte della scienza...in ogni caso se non le trova utili potrebbe anche non..."
"Scusi ma lei è quel Signor Pattern della meteo?" subentrò una terza persona interrompendolo...una donna dalla voce graffiante...aveva un figlio di un anno e mezzo nel carrello, di fianco alle costolette di agnello, il bambino non era curioso.
"Buongioro Signora, si sono io" Fausto non perse la cortesia...ma si ritrovò a pensare che l'energia di quella Signora era spiacevole come la luce improvvisa al cinema.
"Ho ascoltato cosa satava dicendo...e non è giusto...dovrebbero abolire le previsioni meteo, non dovremmo essere noi a dover cambiare canale o a non guardare la televisione! La televisione è un servizio pubblico e al giorno d'oggi non è normale perdere tempo con cose come le previsioni meteo o la religione." sentenziò la donna muovendo la testa quasi come per spingere le parole fuori dalla bocca.
"Signora mi scusi ma quale connessione c'e fra..." Provò a rispondere Fausto.
"Ha ragione la signora! lo interruppe l'anziano prima di proseguire...
"Fate pietà, ogni volta che mi dite di prendere l'ombrello me lo porto dietro per nulla e a volte lo perdo anche; quando dite che c'è il sole va sempre a finire che devo chiamare il taxi perchè piove! Sono anziano ma lo volete capire? Dove è finito il rispetto?"
"Sembra assurdo ma lei intanto, Signor Pattern, ha il culo al caldo...io quel culo glielo prenderei a calci...lei ha il suo bel lavoro da divo...e noi a casa nel precariato, e presi in giro da lei con le sue finte previsioni...con gli immigrati non fate così però...a loro li aiutate...noi siamo la vera Resistenza!" trombettò la donna con l'agnello nel carrello.
"Non seguo più questo discorso Signori...siamo arrivati ad accusarmi del precariato?"
"Esattamente! Rappresentate una classe di potere!" Urlò la Signora.

Fausto cercò un punto di aggancio alla sua concentrazione...figlio di studiosi e studioso a sua volta, non era facile per lui udire vocaboli come "Resistenza" e "Classe di potere" nella bocca di una donna che al contempo minacciava di dare dei "calci nel culo" e che nel carrello portava dell'agnello ucciso in Brasile...ma Fausto, nonostante la confusione, non voleva fuggire, resisteva, lo sapeva che non doveva scivolare nel giudichevole. Ricordò un suo viaggio nello Sri Lanka, quando il suo cammino incrocò quello di un fachiro che per strada, usando i figli come assistenti, si faceva trafiggere i polpastrelli da degli artigli di tigre, mentre recitava con volto inespressivo delle litanie meravigliose...Fausto si diceva che doveva essere come quel fachiro...fra poco quei due individui si sarebbero dileguati e lui sarebbe ritornato nel suo appartamento del centro e avrebbe continuato a leggere quel caldo libro di Izzo, o quell'altro con le illustrazioni di Quino.
"Signori, purtroppo non condivido le vostre parole e penso che stiate scaricando su di me le vostre frustrazioni." si sforzò di dire comunque un po esausto nell'animo e iniziando con cautela a congedarsi fisicamente.
"Sempre e solo la stessa coa rispondete voi altolocati bugiardi!" Sinistroidi pseudo letterati!- replicò la signora.
"Una volta si metteva fuori il naso dalla finestra al mattino e si verificava di persona il clima della giornata! Una volta i nostri genitori sapevano dirci con esattezza la sera prima se l'indomani sarebbe stato freddo! Senza baggianate come le previsioni meteo fasulle!" rincarò la dose il novantenne di nylon imbottito.

Altre persone, nel frattempo, come comparse esperte di un teatro provato più volte, si erano fatte attorno alla scena della conversazione, si erano fatte coinvolgere, alcuni assentivano con il capo, altri, con molto stupore da parte di Pattern, lanciavano mezze frasi in direzione del trio implicato nel dibattito forzato.

"Siamo stufi!"..."Rubiamogli la giacca in sengo di protesta!"..."Calci in bocca a queste merde!"...
I suoni di queste parole agitarono il corpo del meteorologo, iniziò poi a sentirsi davvero a disagio quando vide che anche quelle persone gli si facevano attorno, bloccandolo.

Fausto Pattern, abituato all'educazione ma pursempre uomo di mondo, non si scomponeva tanto per la volgarità delle parole...spesso adoperava un linguaggio colorito o volgare a sua volta, sia per sfogarsi dalle frustrazioni che per accentuare aneddoti comici da raccontare agli amici , alle sue figlie, o alla sua amica che amava. Quello che Fausto Pattern non riconosceva come elemento famigliare in quella circonstanza, quello che gli creava nervosismo, era il contenuto dei dialoghi, non tanto il modo di esporli...di cosa stavano parlando quelle persone? Sulla base di quali sistemi di premesse? Sulla base di quali indicatori? Qualcuno si sarebbe azzardato veramente a darlgi un calcio sulla bocca? E il furto della giacca? Da dove venivano quei pensieri e perchè? Perchè era colpa delle previsioni meteo? Fausto era confrontato con un fenomeno antropologico senza precedenti nella sua esistenza, non sapeva come afferrare la tematica, perchè la tematica era diventata un'insalata, anzi un frullato...era diventata liquida, senza angoli ne punti d'appoggio stabili e composta da ingredienti a casaccio, non riusciva a collocarla fra i suoi riferimenti...sentiva ormai chiaro e netto il bisogno di fuggirla e non più di farne parte...visse questa sensazione come un passo indietro, come un tradimento alla sua resistenza culutrale interiore, la sua amata resistenza umana. Risultava incredibile il fatto, inoltre, che si stavano manifestando in vita fisica e concreta, proprio le riflessioni che da tempo lo stavano accompagnando, come se la sua mente e il suo corpo avessero voluto con anticipo offrire lui un trailer, un avvertimento.

Attratti dal tafferuglio e dal vociare, come cani richiamati dallo scartoccaire delle confezioni del proprio mangime, sopraggiunsero alle leguminose anche alcuni addetti del supermercato, uno alla volta...senza fretta, dondolando, arrivarono in tre, uno era il gerente del negozio. Intanto Fausto senza neppure capire come, si era ritrovato con le spalle contro lo scaffale dei fagioli cinesi, le fave tailandesi, il pane si segale senegalese e le barrette ai quattro cereali africani, ne sentiva l'aroma mieloso, non gli piacque.
Gli addetti del supermercato riconobbero subito Fausto Pattern e si consultarono fra di loro a una decina di metri di distanza dalla scena della "conversazione" animata, per intenderci all'altezza delle liscive naturali.

"Ragazzi, quello è il tipo della meteo" disse il gerente del supermercato senza distogliere lo sguardo da Pattern in difficoltà.
"A quanto pare se la sta vedendo brutta" rispose il capo reparto chiodi e viti.
"Non so se voi credete nel Karma, io si, e quello che so è che quel tizio spesso non ci azzecca con le previsioni...è normale che la gente glielo rinfacci almeno un pochino" disse con fare dichiaratorio l'addetto al banco macelleria e pescheria.
"Stando alle norme del supermercato dovremmo intervenire, per calmare la situazione o eventualmente telefonando alla polizia" riferì il gerente.
"Oppure potremmo far finta di non aver visto nulla, sapete anche voi che tutto si risolverà in pochi minuti, la gente ha da fare, non può perdere la gioranta appresso a questo Pattern, per quanto si meriti un'alzata degna di nome" concluse mister chiodo.
Il gerente e il responsabile del ferro si scambiarono un cenno d'iintesa e fecero strisciare quei loro mocassini d'ordinanza contro le piastrelle impolverate e unte del magazzino, compiendo un mezzo giro su se stessi che sembrava una danza tribale di insetti caraibici illuminati di neon e infine incamminandosi verso le casse, attraverso i corridoi dei panni per i vetri appannati...volevano raccontare alle cassiere quello che stava capitando in zona leguminose. Il macellaio del supermercato invece non si mosse, rimase li a guardare ancora un po...ascoltando le frasi provenienti dal drappello di persone che pressavano Pattern e provando un senso di giustizia vedendo quest'ultimo iniziare visibilmente ad impallidire:

"Cosa pensi Pattern, che ci piace prendere insolazioni?"..."Ti meriteresti di annegare nella pioggia, brutta merda"..."Una volta mi sono quasi inchidato con l'auto per colpa tua Pattern...potevo avere mio figlio nel sedile posteriore!"..."Pattern lo scorso anno ci hai detto che le strade non gelavano, se avessi avuto una smart anziché una toyota, avrei potuto anche perdere il lavoro...e tu con il culo al caldo".

Il macellaio non resistì, staccò la spilla d'ordinanza con indicate le sue generalità dalla camicia rossa e si incamminò verso la scena.

Il gruppo di persone che quel giorno si fecero attorno al meteorologo con fare polemico e qualcosa in più, era così composto: la Signora con il figlio e le costolette d'agnello ucciso nel rispetto degli agnelli; il Signore anziano e in parte verde; una coppia di fidanzati con il pullover uguale; due meccanici gommisti che erano li (avrebbero dichiarato in seguito) per comprare le cicche; un maestro di scuola elementare annoiato...e infine, l'ultimo arrivato: il macellaio del supermercato appena autoprivatosi della sua identità lavorativa.

Il malcapitato Fausto Pattern era oramai arrivato allo stadio dell'allibito, si sentiva come se si fosse imbattuto in un sintomo orribile, un bozzo sotto l'ascella, del sangue da un'orecchio o qualcosa del genere...ormai era effettivamente spaventato, sia dal significato di quella situazione, che dalla situazione stessa. Voleva farsi largo fra il gruppo di persone ma queste gli ostacolavano con la forza il passaggio che l'avrebbe riportato al mondo...e lui non capiva perchè...era ostaggio dell'ignoranza...ma ancora resisteva...non la voleva chiamare ingnoranza, non avrebbe ceduto alla tentazione...quelli erano solo altri modi di stare al mondo, quelle persone erano lui, lui era quelle persone che a loro volta erano nuvole...solo che parlava e nessuno ascoltava, solo che così come un albero può caderti addosso impietoso, loro lo stavano offendendo...a nessuno interessava sapere di lui, del fatto che aveva vissuto nobilmente, o ci aveva provato...del fatto che aveva una cosiddetta famiglia e che viveva il suo mestiere con spirito di servizio. Non trovava la via per andarsene da li e quella ormai era diventata la priorità...prese un barlume di decisione quando udì i due fidanzati con il pullover identico parlottare fra di loro a bassa voce:

"vai a prendere una forbice amore, che lo sbarbiamo a questo..." bisbigliò lei.

Pattern poi vide il fidanzato correre via in punta di piedi...a quel punto si sentì come rapito dagli alieni e gli montò la rabbia, estrasse il telefonino dal cappotto, ma l'oggetto gli venne sottratto all'istante...Pattern iniziò a spintonare per cercare di crearsi un varco e fuggire alla velocità consentita a quelli nati nel 1948...ma...una mano...tragicamente abile, scivolò fra la folla in direzione del suo pomo d'adamo e lo trattenne con forza esercitando una pressione attorno alla sua gola e spingendolo nuovamente contro le leguminose falsamente bio...un'altra mano poi lo prese per i capelli, proprio sopra la fronte, dal ciuffo che ogni tanto al mattino presto veniva accarezzato dalla sua amica che amava...ora lui non capiva se le due mani che avevano repentinamente fatto contrarre il suo volto appartenevano alla stessa persona oppure no...però dopo alcuni secondi immobilizzato a quel modo smise perfino di percepire quelle mani come parti del corpo di una persona, di una psiche, di una maschera...erano solo mani, solo ossa con carne e materia...e si sentì battuto...la natura gli stava facendo quello, il tutto gli stava facendo quello...lui poteva volere bene al tutto, ma non doveva illudersi della reciprocità di questa scelta, non sapeva più cosa fosse quel "tutto".

In realtà le mani erano del macellaio del supermercato, che disse, mentre stringeva collo e ciuffo frontale di Pattern:

"Tu ora te ne stai qui buonoe ci ascolti ancora per un po, stronzo di un borghese".

Perfino il resto degli aggressori rimasero spiazzati da quel gesto, l'anziano quasi centenario fece alcuni passi indetro, e poi sentì che per lui era abbastanza...se ne andò, così fece anche il maestro annoiato, uno andò a comprare dei carciofi sott'olio e l'altro uscì dal supermercato.
In seguito fu proprio Fausto a parlare, lo fece rigidamente, conun filo di fiato, sempre arpionato dall'impiegato e oppresso dagli altri:

"Non capisco cosa sta succedendo" disse il più sinceramente possibile.
Conclusa questa frase Pattern sentì il suo corpo cedere, la pressione arteriosa ritirarsi dagli arti inferiori, il suo sistema nervoso tremolare stanco come una lampadina del cesso di una stazione vecchia, sentì di svenire, sentì che il reale diventava onirico.

Il macellaio percepì l'appesantirsi dell'involucro che stringeva, prima corpo teso e poi spugna imbevuta di fango.

"Pattern sta svenendo gente" avvisò, poco prima di lasciarlo andare.
"Ma si fotta Pattern!" intervenne la fidanzata, facendo nel frattempo una cosa molto grave.
La fidanzata vibrò, da sinistra verso destra, uno schiaffone sul volto di Fausto Pattern, nato nel 1948 a Liegi, in Belgio, nel momento esatto in cui il macellaio, sentendo come dicevamo il corpo della sua vittima afflosciarsi, mollò la presa dalla sua gola e dai suoi capelli.

Il cerchio del drappello di oppressori si allargò in un un movimento quasi coreografico, sembrava che lo schiaffo fosse stato un sasso caduto nell'acqua e che le persone fossero gli evocativi cerchi vellutati che ne conseguivano.

Allora accadde che il corpo svenuto di Fausto Pattern inizò uno strano viaggio fisico, in quel supermercato di Zugo, solo che stavolta non c'era consapevolezza, non c'era meditazione e nemmeno poesia. La testa era piuttosto maestosa, piena di ricordi, incoronata da molti capelli grigi e bianchi, fitti e spettinati; l'arcata sopracigliare era come un balcone decorato da gerani di cristallo; il naso, che tanto aveva respirato, era la cappa fumaria dell'anima, la valvola dei polmoni, sacchi resistentissimi ripieni di voli emozionali, a volte incompresi. La testa, dopo aver ricevuto il suggerimento dalla mano della fidanzata, diede via ad una traiettoria precisa e fluida, che dall'alto delle leguminose la condusse al basso delle piastrelle azzurre. Il corpo era arcuato e sempre più chiuso su se stesso, le mani si congiunsero durante il percorso, anche questo fu un riflesso; i piedi erano perfettamente paralleli, le gambe formavano una X e reggevano ancora il resto di Fausto solo perchè le ginocchia di erano baciate e unite nella loro parte interna. La traiettoria della testa però fu la cosa che effettivamente sorprese tutti, Pattern cadde di lato, allungato come una scopa mossa da una corrente d'aria. Nulla e nessuno si contrappose al richiamo severo delle piastrelle azzurre...la sua tempia sinistra non resistette e con tutto il peso esercitato dal mischiarsi di chili e altezza, andò a cozzare violentemente contro il suolo di cemento plastificato, traumatizzandosi, fratturandosi, stridendo come se fosse a sua volta di sasso...ma in fondo non c'è da stupirsi, era di osso...la pelle che proteggeva il cranio si dilaniò con l'impatto in un tempo impercettibile e proprio l'osso del cranio, pietra adattata alla biologia, entrò in contatto con il pavimento, li alle leguminose.
Il corpo di Fausto Pattern fu defitivamente privato della coscienza, o della consapevolezza di essa...nulla ora lo distingueva dalla montagna...la montagna non aveva la facoltà di far esistere le persone, di raccontarle, di immaginarle, ma le persone lo potevano fare nei confronti della montagna. Smisero di esistere perfino i pellicani, figuriamoci.

Fausto Pattern morì in quel supermercato, esplose uno scandalo, tutti ne parlarono per settimane, giornali, giornalai, baristi, alcolisti, preti, anziani, padroni di cani durante i giri con i cani...alcune persone crearono una pagina facebook a sostegno del drappello di oppressori che aggredirono Fausto e la chiamarono: "solidarietà per chi ha provato a far sentire la propria voce, Fausto Pattern non è morto di omicidio". Altri, affranti dalla morte di Fausto, crearono un'altra pagina e la chiamarono: "Siamo tutti Fausto Pattern".
Un giornalista fu promosso per un articolo che scrisse; un fotografo fu promosso per una foto che scattò di nascosto a una delle figlie di Fausto mentre lavava i piatti. Una squadra di calcio quando fu promossa in campionato fece due minuti di silenzio in memoria di Pattern. La regione rimase per un bel po' senza previsioni meteorologiche...molti meteopatici gaurirono, alcuni anziani si tolsero la vita. Un ragazzo, abitante di Taipei, lesse la notizia ma la interpretò male, capì che in Europa avevano ucciso un politico importante e lo raccontò alla sua amica che amava, lei gli credette.
Fausto Pattern fu cremato, fu la sua amica amata a scegliere questa opzione, nemmeno lei capì nulla di tutta quella vicenda, mapochi giorni dopo il funerale del suo amato amico, iniziò a fumare la pipa.

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