lunedì 8 gennaio 2018

Fausto Pattern della troposfera. La gente ama le previsioni meteo




Fausto Pattern era un meteorologo con lo spirito del maestro, calmo e grato, amante del pensiero e gentile, che stava affrontando un periodo di riflessione non indifferente. Il Signor Pattern era nato nel 1948 a Liegi, in Belgio; si era avvicinato al fantastico mondo delle atmosfere terrestri dopo aver sperimentato il volo con un dirigibile zeppelin, nel 1958 a Brema, in Germania, in gita con il nonno Rodolfo Pattern, docente di geografia e storia presso il legnoso liceo di Lucerna, in Svizzera.
Il Signor Pattern avrebbe potuto diventare tutto ciò che desiderava nella sua vita, pensate che una volta, quando era giovane, durante un viaggio, uno sciamano israeliano che incontrò su un'isola brasiliana gli disse: "você Fausto tem o poder de virar Maestro de qualquer coisa que você ama fazer...se você gosta da guitarra você pode ser Maestro, se você gosta da matematica tambem...e sò escolher".
Fausto Pattern rimase rassicurato dalle parole pronunicate dallo sciamano, intimamente sentì che andavano a confermare qualcosa che sapeva già, perchè lui non voleva conquistare le cose che faceva, lui le amava e dunque le faceva per offrirle agli altri. Le cose che si amano vanno liberate, regalate, questa era la massima che spesso si ripeteva Fausto Pattern...chissà poi perchè...ogni tanto cercava di ripercorrere a ritroso nel tempo i titoli dei libri che aveva letto, o dei film che aveva condiviso con le donne o gli amici che aveva conosciuto, cercava gli insegnamenti tratti, le sorgenti del suo pensiero attuale, del suo essere in situazione. Fausto si chiedeva il perchè; perchè era questo, perchè era quello...e alla fine si sentiva ricco di moltitudine, si sentiva questo e quello e amava le proprie contraddizioni, che si complementavano.

Scelse la meteorologia, andò così alla fine, forse perchè si sentiva nuvola, mutevole e mobile, ma al contempo fisso e stagliato controluce nelle visioni degli altri. La meteorologia fu il suo veicolo per esprimere la consapevolezza del mondo e delle relazioni umane, inoltre era un meteopatico e nella sua mente giocava spesso con le diagnosi e le cure; non si sposò mai, ma ebbe due figlie con una sua amica che amava. Le figlie volevano bene ai baffi di Fausto, così come alla sua pipa e alle sue storie. L'amica che amava lo sosteneva, per loro era una questione di distanza, cos'altro aggiungere, parole? No...loro si incontravano per casa ed era come ritrovare l'autunno, una costante naturale. Vivevano in una casa con due appartamenti separati, gli piaceva quella dimensione...a volte si cenava da lui...a volte da lei, era come coltivare l'emozione di essere ospite, o di ricevere visite.

La regione in cui il meteorologo viveva era piuttosto piccola, capitò che sull'arco della vita il Signor Patter entrò in contatto con diverse persone legate al mondo dell'informazione, così Fausto andava in onda sulla televisione pubblica Svizzera ogni sera, fra le 20:32 e le 20:41, subito dopo il telegiornale principale della giornata, esattamente prima del film serale, in sostanza rappresentava l'ultimo baluardo dell'infomrazione meteo, prima del grande salto nella notte. Tutti lo conoscevano, tutti conoscevano il suo volto affabile, cortese, preparato…Fausto che con la sua scienza tentava sempre di “andare verso” la gente…si proponeva. Fausto era stato chiamato in televisione per un unico e semplice motivo: lui era il migliore, il più esperto, il più luminoso perché illuminato dalla sua stessa scienza, la meteorologia.

L’amore di Fausto per la sua materia era autentico, leggendario, radicato nelle epoche più sognanti della sua più incontaminata infanzia, quando vedeva gli zii uscire di casa con il cappello e interessarsi profondamente alla pioggerella che non bagna, alla brina sulle margherite, alla forma delle nuvole che esplodevano dalle montagne, al sole pallido che non abbronza o alla precoce maturazione dei fichi e lui già capiva che l'universo sarebbe stata una materia complessa, ma ci si appassionava, perchè aveva stima di quegli zii.
Anche il periodo di riflessione di Fasto Pattern era autentico...per la prima volta nella sua carriera si ritrovava a pensare troppo…le sue non erano paturnie, paranoie, la sua non era titubanza…semplicemente ragionava, usando entrambi gli emisferi del cerebro, mettendosi al centro e ai margini dei suoi pensieri, usando la sua empatia, ma anche il suo ego professionale…il fatto è che da qualche anno lui sentiva, forse addirittura sapeva, che i telespettatori erano cambiati...forse non tutti, forse sempre di più, chi lo sa...ma erano sempre meno interessati alla scienza che contempla il mescolarsi dei respiri dell’universo…la gente sempre più desiderava solo una previsione, la gente voleva vedere il volto di Fausto Pattern mentre affermava: domani c’è il sole, mettete la crema protettiva ai pargoli, domani è mite, legate i cani e uscite, lasciate a casa l’ombrello e uscite, uscite e vivete...i telespettatori volevano una previsione, la gente voleva vedere Fausto prevedere il futuro.

Il fatto era che poi la gente voleva uscire di casa l’indomani e in fondo, alcuni direbbero inconsciamente, non voleva vedersi avverate le previsioni…le persone non lo volevano…loro…loro volevano solo uscire di casa con qua i Cristi e le Madonne in tasca…far due passi fino all’auto in riserva dalla sera prima, salirci e poi a denti stretti sibilare: “Gesù e Madonnina quel deficiente di Fausto Pattern, quel pirla, quell’asino, ma che lavoro fa? Non ci piglia mai, ma lo farà apposta?”

Fausto Pattern seguiva con interesse l'evorversi dei fenomeni sociali e comunicativi, lui era molto esposto, lui era un volto della comunicazione e della geografia imamginaria collettiva, nel pensiero della gente ubicato fra "butto le ossa sul divano mentre mangio un budino e faccio zapping, ma prima c'è la meteo" e "domani se fa freddo devo partire prima perchè con la strada gelata tutti van più piano e allo svincolo rimango blindato per quaranta minuti buoni, vediamo cosa dice quel bonaccione di un Pattern".

Pattern poi non comprendeva più i flussi dell'interesse delle persone...il suo lavoro poteva benissimo essere sostituito con delle informazioni automatiche, la gente era diventata ambivalente...tutti erano meteorologi, eppure in caso di previsione errata, le colpe erano solo sue.

“Non ci piglia mai” dicevano, e sapete…la verità era proprio rinchiusa in quell'affascinante affermazione e Fausto lo sapeva.…negli ultimi anni però aveva perfino ricevuto lettere intimidatorie, minacce, insulti. Non si sentiva titubante o paranoico sul suo operato, dicevamo…lui amava quel mestiere anche quelle volte in cui l’aria, le temperature, le correnti, riuscivano a sorprenderlo mentre dormiva…anche lui si svegliava al mattino e si diceva: “Ma Gesù, quanta bellezza, le previsioni sono state stravolte dalla natura, dal convergere casuale di fattori scientifici probabili ma soltanto ora riscontrabili…ora ne sappiamo di più”. Così si diceva Faustino...e se lo diceva a sè! Ma come dirlo alle persone?

La gente, pensava a volte, non desiderava la conoscenza. La gente, al di la degli schermi, voleva solo e semplicemente informazioni da interpretare, delle quali parlare…il lavoro di Fausto non poteva più prescindere da questo e lui lo sapeva, eppure non erano poche le volte in cui si sorprendeva nell'atto di immaginarsi dietro al bancone di un'osteria o di un bibliocafé, aveva altri progetti, i nuovi progetti sgorgavano e lui li ascoltava...sapeva che se i paradigmi si fossero modificati troppo nella loro struttura, anche lui avrebbe dovuto trasformarsi, cambiare lavoro, cambiare vita. 
Amava il pensiero, dicevamo, perciò Fausto Pattern sapeva anche che i telespettatori forse erano già troppo bombardati di informazioni e oneri, per arrivare ad apprezzare la sobrietà di una previsione meteorologica. Fausto lo sapeva e proprio per questo cercava di sospendere il giudizio nei loro confronti, perchè la sua visione ne avrebbe risentito troppo se anche lui si fosse arrabbiato, se anche lui si fosse deluso o lasciato sopraffare da quell'ansia da prestazione dilagante che gli volevano regalare beffardi.

Certe volte Fausto "viaggiava nella troposfera", lui diceva così, erano dei suoi momenti di concentrazione, poteva dare via a queste meditazioni mentre faceva compagnia alle piante in balcone nelle notti insonni o mentre fumava la pipa avvolto dalla nebbia mattutina del lungofiume.

Fausto Pattern chiudeva gli occhi trasformandosi in aria e iniziava a visualizzare una qualsiasi parte del suo corpo...di norma si concentrava sulle narici: con l'immaginazione le visualizzava dapprima da lontano, vedeva la sua persona un po' sbilenca ferma su un prato in autunno, quando ogni cosa è nitida e colorata eppure c'è la stessa energia emanata da una polaroid dei nonni...il pensiero si avvicinava all'immagine di se, andava a focalizzarsi dapprima sulle labbra ricoperte da baffi e barba, i denti leggermente visibili fra carne e pelo, sengnati dal caffè, dal tabacco e dalle matite rosicchiate, poi risalendo un millimetro alla volta verso il naso immaginava il rumore del suo respiro caldo e vedeva le narici, gigantesche, come le vedrebbero una pulce o una scintilla (anch'essa creatura): due varchi neri che avrebbero condotto all'interno di un pianeta, una galassia, di una selva ignota.

Le narici erano due varchi circondati da anelli di carne e cartilagine, pelle porosa...Fausto con il pensiero risaliva fino alla punta del naso ed entrava in uno dei pori, poteva farlo, poteva immaginarlo, andava dentro e ancora più dentro, facendosi minuscolo, anzi microscopico, sempre più dentro, nelle cellule, fino ai capillari, che si collegavano alle vene, circondate da materia, porosa, ossigenata...spazi vuoti attorno a lui...si trovava dentro a se stesso eppure aveva ancora tutto lo spazio di muoversi, ruotare su se stesso, accelerare attraverso le ossa del cranio, valutarne l'usura, volteggiare arioso nei polmoni, nuotare placido nel fegato, porsi all'imbocco del suo cuore dall'altro guardare giù, osservarlo battere di vita e con un tuffo soave attraversarlo al rallentatore, salutarlo, guardare da vicino le sue valvole e la sua struttura commovente, complimentarsi con lui per ogni battito.

Il ricordo di un dialogo ogni tanto gli sovveniva durante questi viaggi nella sua consapevolezza:

-Fausto te lo ricordi da quale direzione soffia il ghibli del deserto?-
-Si nonno, da sud-est-

-Bravo...e se ora lo zeppelin sul quale ci troviamo iniziasse ad andare alla deriva verso nord-ovest partendo da Brema, quale sarebbe la prima città maggiore che incontreremmo?-
-Nonno questo non potrebbe mai capitare, lo zeppelin è una costruzione altamente sofisticata e in ogni caso dovrebbe essere trasportato dal vento fino in Islanda, se non sbaglio, a Reykjavik-
-Avrei risposto allo stesso modo Fausto-

Fausto Pattern vagava per un tempo lungo, immaginava di uscire da quei fori del suo corpo chiamati pori, di tornare fuori, di ritrarsi da quel viaggio che poteva andare avanti all'infinito, anche altrove...sceglieva di sedersi su un'arcata sopracigliare e dopo un po' di spiccare il volo, riassumere dimensioni umane, volare verso le sue amate nuovole, raggiungerle sentendo la loro gelida umidità sotto i polpastrelli fluttuanti, ritrovare lo stesso spazio per muoversi, respirare a fondo e constatare la temperatura dell'aria di alta quota, attraversare il becco di un pellicano che migra verso la costa pacifica del Nicaragua, seguirlo nel suo volo istintivo per un po e poi scendere in picchiata verso una montagna, vederla avvicinarsi da lontano, bellissima e solo apparentemente immobile. La montagna si muove, la montagna scivola...e Fausto Pattern, sempre con gli occhi chiusi, concentrato, si avvicinava a lei con il pensiero, alla magestica montagna, sfiorando dapprima con le dita le cime degli alberi più alti, per poi calarsi sospeso nel vuoto fra la selva...ridimensionandosi ancora e nuovamente, diventando un organismo in grando di essere assorbito da una meravigliosa foglia di castagno, ampia e spessa, verde e nera.

La foglia lo conduceva fin dentro alle sue venature, fin dentro al suo ramo originario e giù attraverso l'interno del tronco di quell'albero che aveva scelto, salutando formiche e gufi, respirando esalazioni resinose e bagnandosi con la corteccia porosa e umida...per uscire poi dall'albero, tuffarsi in un ruscello e risalirlo contro corrente, fino alla sua sorgente, da dove nasce tutto, da dove nascono anche le persone, corpi, elementi naturali di questa terra, così come un battere sta al corpo umano, un corpo umano sta al suo contintente.

-Fausto ma secondo te perchè gli esseri umani si distruggono?-
-Non lo so nonno, ma non ci pensare adesso, respira nonno, ti voglio bene-
-Chiedilo alle tue bambine Fausto, loro sanno rispondere meglio di noi-
-Stai calmo nonnino, respira-
-Secondo te cosa salverà il mondo Fausto?-
-Tu nonno...e lo hai già salvato...lo salvi ogni minuto...la bellezza salverà il mondo-

Entrare nei meandri della montagna si diceva, giù fino alle falde freatiche naturali e li rimanere in totale silenzio, ascoltando il suono del nulla acquatico rotondo e originario. Fausto arrivava alle falde freatiche della sua anima e rimaneva in osservazione...le vedeva nei minimi dettagli, riuscendo a respirare, riuscendo ad emozionarsi e ad incorporarle, a guardarle come si guarda un'opera d'arte, senza fretta...poi, senza perdere la sua attenzione nei confronti del suono del silenzio, riapriva gli occhi lentamente, lasciandosi invadere ancora dal mondo circostante...piante sul balcone, lungofiume all'alba, o altro.

Fausto Pattern faceva ogni tanto questo esercizio, viaggiava dall'interno del suo corpo fino a qualche parte del pianeta, entrando nella materia e riscontrando che gli umani sono montagne, i pellicani sono falde freatiche, la neve è carta e le nuvole sono capelli. Ogni cosa è ovunque, ogni cosa è collegata, ogni cosa è composta dalla stessa materia, gli uomini avevano la coscienza per poter comprendere questo eppure non lo capivano, si barricavano dietro a convinzioni determinanti e castranti. Gli uomini, le persone, potevano avvalersi della consapevolezza relativa al fatto di essere dei semplici organismi in transito su questo corpo immenso chiamato pianeta terra...eppure non ci riuscivano...a mantenere questa consapevolezza...si rifacevano a ruoli, a giochi di potere, si deludevano, di arrovellavano nelle paure più sciocche, scrivevano lettere di insulti al meteorologo che prevedeva sole ma come tutti riceveva ombra.
Fausto Pattern pensava a questo, in quel periodo...ciò nonostante, amava anche gli esseri umani.

Nel frattempo, in giro per il paese, come ad esempio in un ascensore, si udivano conversazioni fra un Signore e una Signora:
- Ci prendono per i fondelli, ho preso su l’ombrello per cosa? Per nulla! Ha!-
- Valà, lasci perdere…e son pagati con soldi pubblici-
- Chissà stasera cosa ci dicono-
- Lasci perdere valà, io seguo solo i proverbi dei nostri nonni e mi fido solo di quello che vedo quando apro la finestra valà-
- Si ma il fatto è che se uno si mette ad esempio alla guida per un lungo viaggio pensando che è bel tempo e poi arriva la grandine? È un servizio pubblico mica possono depistarci così-
- Valà che sono arrivato, buona serata arrivederci signora-

Capite? Fausto sapeva di non poter sapere, ma d'altronde la sua scienza era una previsione, mica doveva indovinare…eppure la gente aveva bisogno delle previsioni meteo per potersi lamentare.

Fausto Pattern viveva un periodo di grandi riflessioni, comparava le previsioni meteo a tutto il resto...ma che mondo sarebbe stato senza più persone in grado di accettare l'incertezza che deriva proprio dalla certezza di una scienza nobile? Come poteva trasformarsi di conseguenza?

Il meteorologo stava diventando un tormentato filosofo, eppure si sentiva sulla strada giusta, voleva comprendere la nuova fenomenologia della sua società, senza traguardi ne mete, ma desiderava intraprendere nuovi percorsi della mente.

Capitò che Pattern un girono sostava calmo ed incerto fra gli scaffali delle leguminose di un piccolo supermercato di Zugo, in Svizzera. Fausto osservata quei milioni di semi e piccoli chicchi provenienti da chissà dove e raccolti da chissà chi, quando un Signore sulla novantina e la giacca verde di nylon imbottito lo avvicinò. Fausto rimase sorpreso dalla mobilità fisica denotata da quella figura umana antica che ormai era vicino a lui.

"Scusi ma lei è mica quel Fausto Pattern della meteo?" disse con tono sorprendentemente scandito e grave l'anziano.
"Buongiorno signore, si sono io" rispose Fausto senza molta voglia di conversare, ma sorridente seppur senza essere ricambiato della cortesia.

Il Signore che lo aveva avvicinato lo osservò ancora per un po', camminandogli attorno, guardando ora le leguminose e ora lui. Fausto non era più tranquillo con quell'uomo vicino, qualcosa aveva spezzato il vagare dei suoi pensieri, riportandolo nella misera e circoscritta realtà, sapeva che il giacchetto verde avrebbe voluto attaccare bottone in merito alla meteo, voleva andarsene ma scelse la cortesia e sorrise nuovamente incrociando lo sguardo dell'individuo, poi prese un sacchetto di quinoa e tentò di congedarsi tarmite linguaggio non verbale.

"Scusi ma..." disse però l'anziano...per Pattern fu come essere trattenuto da un amo da pesca incalgiatosi d'improvviso nel colletto della sua camicia.

Fausto si voltò e si preparò alla domanda in arrivo...era centrato, disponibile...quando ascoltava qualcuno lo faceva completamente...quando ascoltava qualcuno lo faceva insieme alla montagna, ai pellicani, ai castagni...insieme allo Zeppelin del 1958...ci provava perlomeno. Guardò rapidamente verso le vetrate tappezzate di pubblicità del supermercato, verso l'esterno, vide una siepe sfinita circondata dalle vetture cromate, poi guardò negli occhi l'anziano, che ricambiò lo sguardo e disse:
"Scusi ma...vi pagano per grattarvi il culo alla meteo?"

Fausto non se lo aspettava, non potè fare a meno di sorridere, era pronto e aperto anche a questo...tirò fuori la lucidità, faceva parte del tutto, faceva parte del gioco.

"Dipende da cosa intende per grattarsi il culo Signore"
"Mai una volta che ci azzeccate...ve le scrivono a caso le previsioni...e voi le leggete!"
"La previsione meteo è una scienza che prevede, non che indovina matematicamente, anche perchè abbiamo a che fare con aria, nuvole, correnti, universo insomma, sono cose che fortunatamente non si possono ancora inscatolare" Non gli dispiaceva questa risposta, addirittura un po' poetica.
"Per tanto così non fatele nemmeno, non servono a nulla." proseguì l'interlocutore reduce e veterano di una vita lunga.
"Invece possono servire, io ho studiato molto per far questo mestiere, non è facile, l'esposizione al pubblico televisivo è solo una piccola parte della scienza...in ogni caso se non le trova utili potrebbe anche non..."
"Scusi ma lei è quel Signor Pattern della meteo?" subentrò una terza persona interrompendolo...una donna dalla voce graffiante...aveva un figlio di un anno e mezzo nel carrello, di fianco alle costolette di agnello, il bambino non era curioso.
"Buongioro Signora, si sono io" Fausto non perse la cortesia...ma si ritrovò a pensare che l'energia di quella Signora era spiacevole come la luce improvvisa al cinema.
"Ho ascoltato cosa satava dicendo...e non è giusto...dovrebbero abolire le previsioni meteo, non dovremmo essere noi a dover cambiare canale o a non guardare la televisione! La televisione è un servizio pubblico e al giorno d'oggi non è normale perdere tempo con cose come le previsioni meteo o la religione." sentenziò la donna muovendo la testa quasi come per spingere le parole fuori dalla bocca.
"Signora mi scusi ma quale connessione c'e fra..." Provò a rispondere Fausto.
"Ha ragione la signora! lo interruppe l'anziano prima di proseguire...
"Fate pietà, ogni volta che mi dite di prendere l'ombrello me lo porto dietro per nulla e a volte lo perdo anche; quando dite che c'è il sole va sempre a finire che devo chiamare il taxi perchè piove! Sono anziano ma lo volete capire? Dove è finito il rispetto?"
"Sembra assurdo ma lei intanto, Signor Pattern, ha il culo al caldo...io quel culo glielo prenderei a calci...lei ha il suo bel lavoro da divo...e noi a casa nel precariato, e presi in giro da lei con le sue finte previsioni...con gli immigrati non fate così però...a loro li aiutate...noi siamo la vera Resistenza!" trombettò la donna con l'agnello nel carrello.
"Non seguo più questo discorso Signori...siamo arrivati ad accusarmi del precariato?"
"Esattamente! Rappresentate una classe di potere!" Urlò la Signora.

Fausto cercò un punto di aggancio alla sua concentrazione...figlio di studiosi e studioso a sua volta, non era facile per lui udire vocaboli come "Resistenza" e "Classe di potere" nella bocca di una donna che al contempo minacciava di dare dei "calci nel culo" e che nel carrello portava dell'agnello ucciso in Brasile...ma Fausto, nonostante la confusione, non voleva fuggire, resisteva, lo sapeva che non doveva scivolare nel giudichevole. Ricordò un suo viaggio nello Sri Lanka, quando il suo cammino incrocò quello di un fachiro che per strada, usando i figli come assistenti, si faceva trafiggere i polpastrelli da degli artigli di tigre, mentre recitava con volto inespressivo delle litanie meravigliose...Fausto si diceva che doveva essere come quel fachiro...fra poco quei due individui si sarebbero dileguati e lui sarebbe ritornato nel suo appartamento del centro e avrebbe continuato a leggere quel caldo libro di Izzo, o quell'altro con le illustrazioni di Quino.
"Signori, purtroppo non condivido le vostre parole e penso che stiate scaricando su di me le vostre frustrazioni." si sforzò di dire comunque un po esausto nell'animo e iniziando con cautela a congedarsi fisicamente.
"Sempre e solo la stessa coa rispondete voi altolocati bugiardi!" Sinistroidi pseudo letterati!- replicò la signora.
"Una volta si metteva fuori il naso dalla finestra al mattino e si verificava di persona il clima della giornata! Una volta i nostri genitori sapevano dirci con esattezza la sera prima se l'indomani sarebbe stato freddo! Senza baggianate come le previsioni meteo fasulle!" rincarò la dose il novantenne di nylon imbottito.

Altre persone, nel frattempo, come comparse esperte di un teatro provato più volte, si erano fatte attorno alla scena della conversazione, si erano fatte coinvolgere, alcuni assentivano con il capo, altri, con molto stupore da parte di Pattern, lanciavano mezze frasi in direzione del trio implicato nel dibattito forzato.

"Siamo stufi!"..."Rubiamogli la giacca in sengo di protesta!"..."Calci in bocca a queste merde!"...
I suoni di queste parole agitarono il corpo del meteorologo, iniziò poi a sentirsi davvero a disagio quando vide che anche quelle persone gli si facevano attorno, bloccandolo.

Fausto Pattern, abituato all'educazione ma pursempre uomo di mondo, non si scomponeva tanto per la volgarità delle parole...spesso adoperava un linguaggio colorito o volgare a sua volta, sia per sfogarsi dalle frustrazioni che per accentuare aneddoti comici da raccontare agli amici , alle sue figlie, o alla sua amica che amava. Quello che Fausto Pattern non riconosceva come elemento famigliare in quella circonstanza, quello che gli creava nervosismo, era il contenuto dei dialoghi, non tanto il modo di esporli...di cosa stavano parlando quelle persone? Sulla base di quali sistemi di premesse? Sulla base di quali indicatori? Qualcuno si sarebbe azzardato veramente a darlgi un calcio sulla bocca? E il furto della giacca? Da dove venivano quei pensieri e perchè? Perchè era colpa delle previsioni meteo? Fausto era confrontato con un fenomeno antropologico senza precedenti nella sua esistenza, non sapeva come afferrare la tematica, perchè la tematica era diventata un'insalata, anzi un frullato...era diventata liquida, senza angoli ne punti d'appoggio stabili e composta da ingredienti a casaccio, non riusciva a collocarla fra i suoi riferimenti...sentiva ormai chiaro e netto il bisogno di fuggirla e non più di farne parte...visse questa sensazione come un passo indietro, come un tradimento alla sua resistenza culutrale interiore, la sua amata resistenza umana. Risultava incredibile il fatto, inoltre, che si stavano manifestando in vita fisica e concreta, proprio le riflessioni che da tempo lo stavano accompagnando, come se la sua mente e il suo corpo avessero voluto con anticipo offrire lui un trailer, un avvertimento.

Attratti dal tafferuglio e dal vociare, come cani richiamati dallo scartoccaire delle confezioni del proprio mangime, sopraggiunsero alle leguminose anche alcuni addetti del supermercato, uno alla volta...senza fretta, dondolando, arrivarono in tre, uno era il gerente del negozio. Intanto Fausto senza neppure capire come, si era ritrovato con le spalle contro lo scaffale dei fagioli cinesi, le fave tailandesi, il pane si segale senegalese e le barrette ai quattro cereali africani, ne sentiva l'aroma mieloso, non gli piacque.
Gli addetti del supermercato riconobbero subito Fausto Pattern e si consultarono fra di loro a una decina di metri di distanza dalla scena della "conversazione" animata, per intenderci all'altezza delle liscive naturali.

"Ragazzi, quello è il tipo della meteo" disse il gerente del supermercato senza distogliere lo sguardo da Pattern in difficoltà.
"A quanto pare se la sta vedendo brutta" rispose il capo reparto chiodi e viti.
"Non so se voi credete nel Karma, io si, e quello che so è che quel tizio spesso non ci azzecca con le previsioni...è normale che la gente glielo rinfacci almeno un pochino" disse con fare dichiaratorio l'addetto al banco macelleria e pescheria.
"Stando alle norme del supermercato dovremmo intervenire, per calmare la situazione o eventualmente telefonando alla polizia" riferì il gerente.
"Oppure potremmo far finta di non aver visto nulla, sapete anche voi che tutto si risolverà in pochi minuti, la gente ha da fare, non può perdere la gioranta appresso a questo Pattern, per quanto si meriti un'alzata degna di nome" concluse mister chiodo.
Il gerente e il responsabile del ferro si scambiarono un cenno d'iintesa e fecero strisciare quei loro mocassini d'ordinanza contro le piastrelle impolverate e unte del magazzino, compiendo un mezzo giro su se stessi che sembrava una danza tribale di insetti caraibici illuminati di neon e infine incamminandosi verso le casse, attraverso i corridoi dei panni per i vetri appannati...volevano raccontare alle cassiere quello che stava capitando in zona leguminose. Il macellaio del supermercato invece non si mosse, rimase li a guardare ancora un po...ascoltando le frasi provenienti dal drappello di persone che pressavano Pattern e provando un senso di giustizia vedendo quest'ultimo iniziare visibilmente ad impallidire:

"Cosa pensi Pattern, che ci piace prendere insolazioni?"..."Ti meriteresti di annegare nella pioggia, brutta merda"..."Una volta mi sono quasi inchidato con l'auto per colpa tua Pattern...potevo avere mio figlio nel sedile posteriore!"..."Pattern lo scorso anno ci hai detto che le strade non gelavano, se avessi avuto una smart anziché una toyota, avrei potuto anche perdere il lavoro...e tu con il culo al caldo".

Il macellaio non resistì, staccò la spilla d'ordinanza con indicate le sue generalità dalla camicia rossa e si incamminò verso la scena.

Il gruppo di persone che quel giorno si fecero attorno al meteorologo con fare polemico e qualcosa in più, era così composto: la Signora con il figlio e le costolette d'agnello ucciso nel rispetto degli agnelli; il Signore anziano e in parte verde; una coppia di fidanzati con il pullover uguale; due meccanici gommisti che erano li (avrebbero dichiarato in seguito) per comprare le cicche; un maestro di scuola elementare annoiato...e infine, l'ultimo arrivato: il macellaio del supermercato appena autoprivatosi della sua identità lavorativa.

Il malcapitato Fausto Pattern era oramai arrivato allo stadio dell'allibito, si sentiva come se si fosse imbattuto in un sintomo orribile, un bozzo sotto l'ascella, del sangue da un'orecchio o qualcosa del genere...ormai era effettivamente spaventato, sia dal significato di quella situazione, che dalla situazione stessa. Voleva farsi largo fra il gruppo di persone ma queste gli ostacolavano con la forza il passaggio che l'avrebbe riportato al mondo...e lui non capiva perchè...era ostaggio dell'ignoranza...ma ancora resisteva...non la voleva chiamare ingnoranza, non avrebbe ceduto alla tentazione...quelli erano solo altri modi di stare al mondo, quelle persone erano lui, lui era quelle persone che a loro volta erano nuvole...solo che parlava e nessuno ascoltava, solo che così come un albero può caderti addosso impietoso, loro lo stavano offendendo...a nessuno interessava sapere di lui, del fatto che aveva vissuto nobilmente, o ci aveva provato...del fatto che aveva una cosiddetta famiglia e che viveva il suo mestiere con spirito di servizio. Non trovava la via per andarsene da li e quella ormai era diventata la priorità...prese un barlume di decisione quando udì i due fidanzati con il pullover identico parlottare fra di loro a bassa voce:

"vai a prendere una forbice amore, che lo sbarbiamo a questo..." bisbigliò lei.

Pattern poi vide il fidanzato correre via in punta di piedi...a quel punto si sentì come rapito dagli alieni e gli montò la rabbia, estrasse il telefonino dal cappotto, ma l'oggetto gli venne sottratto all'istante...Pattern iniziò a spintonare per cercare di crearsi un varco e fuggire alla velocità consentita a quelli nati nel 1948...ma...una mano...tragicamente abile, scivolò fra la folla in direzione del suo pomo d'adamo e lo trattenne con forza esercitando una pressione attorno alla sua gola e spingendolo nuovamente contro le leguminose falsamente bio...un'altra mano poi lo prese per i capelli, proprio sopra la fronte, dal ciuffo che ogni tanto al mattino presto veniva accarezzato dalla sua amica che amava...ora lui non capiva se le due mani che avevano repentinamente fatto contrarre il suo volto appartenevano alla stessa persona oppure no...però dopo alcuni secondi immobilizzato a quel modo smise perfino di percepire quelle mani come parti del corpo di una persona, di una psiche, di una maschera...erano solo mani, solo ossa con carne e materia...e si sentì battuto...la natura gli stava facendo quello, il tutto gli stava facendo quello...lui poteva volere bene al tutto, ma non doveva illudersi della reciprocità di questa scelta, non sapeva più cosa fosse quel "tutto".

In realtà le mani erano del macellaio del supermercato, che disse, mentre stringeva collo e ciuffo frontale di Pattern:

"Tu ora te ne stai qui buonoe ci ascolti ancora per un po, stronzo di un borghese".

Perfino il resto degli aggressori rimasero spiazzati da quel gesto, l'anziano quasi centenario fece alcuni passi indetro, e poi sentì che per lui era abbastanza...se ne andò, così fece anche il maestro annoiato, uno andò a comprare dei carciofi sott'olio e l'altro uscì dal supermercato.
In seguito fu proprio Fausto a parlare, lo fece rigidamente, conun filo di fiato, sempre arpionato dall'impiegato e oppresso dagli altri:

"Non capisco cosa sta succedendo" disse il più sinceramente possibile.
Conclusa questa frase Pattern sentì il suo corpo cedere, la pressione arteriosa ritirarsi dagli arti inferiori, il suo sistema nervoso tremolare stanco come una lampadina del cesso di una stazione vecchia, sentì di svenire, sentì che il reale diventava onirico.

Il macellaio percepì l'appesantirsi dell'involucro che stringeva, prima corpo teso e poi spugna imbevuta di fango.

"Pattern sta svenendo gente" avvisò, poco prima di lasciarlo andare.
"Ma si fotta Pattern!" intervenne la fidanzata, facendo nel frattempo una cosa molto grave.
La fidanzata vibrò, da sinistra verso destra, uno schiaffone sul volto di Fausto Pattern, nato nel 1948 a Liegi, in Belgio, nel momento esatto in cui il macellaio, sentendo come dicevamo il corpo della sua vittima afflosciarsi, mollò la presa dalla sua gola e dai suoi capelli.

Il cerchio del drappello di oppressori si allargò in un un movimento quasi coreografico, sembrava che lo schiaffo fosse stato un sasso caduto nell'acqua e che le persone fossero gli evocativi cerchi vellutati che ne conseguivano.

Allora accadde che il corpo svenuto di Fausto Pattern inizò uno strano viaggio fisico, in quel supermercato di Zugo, solo che stavolta non c'era consapevolezza, non c'era meditazione e nemmeno poesia. La testa era piuttosto maestosa, piena di ricordi, incoronata da molti capelli grigi e bianchi, fitti e spettinati; l'arcata sopracigliare era come un balcone decorato da gerani di cristallo; il naso, che tanto aveva respirato, era la cappa fumaria dell'anima, la valvola dei polmoni, sacchi resistentissimi ripieni di voli emozionali, a volte incompresi. La testa, dopo aver ricevuto il suggerimento dalla mano della fidanzata, diede via ad una traiettoria precisa e fluida, che dall'alto delle leguminose la condusse al basso delle piastrelle azzurre. Il corpo era arcuato e sempre più chiuso su se stesso, le mani si congiunsero durante il percorso, anche questo fu un riflesso; i piedi erano perfettamente paralleli, le gambe formavano una X e reggevano ancora il resto di Fausto solo perchè le ginocchia di erano baciate e unite nella loro parte interna. La traiettoria della testa però fu la cosa che effettivamente sorprese tutti, Pattern cadde di lato, allungato come una scopa mossa da una corrente d'aria. Nulla e nessuno si contrappose al richiamo severo delle piastrelle azzurre...la sua tempia sinistra non resistette e con tutto il peso esercitato dal mischiarsi di chili e altezza, andò a cozzare violentemente contro il suolo di cemento plastificato, traumatizzandosi, fratturandosi, stridendo come se fosse a sua volta di sasso...ma in fondo non c'è da stupirsi, era di osso...la pelle che proteggeva il cranio si dilaniò con l'impatto in un tempo impercettibile e proprio l'osso del cranio, pietra adattata alla biologia, entrò in contatto con il pavimento, li alle leguminose.
Il corpo di Fausto Pattern fu defitivamente privato della coscienza, o della consapevolezza di essa...nulla ora lo distingueva dalla montagna...la montagna non aveva la facoltà di far esistere le persone, di raccontarle, di immaginarle, ma le persone lo potevano fare nei confronti della montagna. Smisero di esistere perfino i pellicani, figuriamoci.

Fausto Pattern morì in quel supermercato, esplose uno scandalo, tutti ne parlarono per settimane, giornali, giornalai, baristi, alcolisti, preti, anziani, padroni di cani durante i giri con i cani...alcune persone crearono una pagina facebook a sostegno del drappello di oppressori che aggredirono Fausto e la chiamarono: "solidarietà per chi ha provato a far sentire la propria voce, Fausto Pattern non è morto di omicidio". Altri, affranti dalla morte di Fausto, crearono un'altra pagina e la chiamarono: "Siamo tutti Fausto Pattern".
Un giornalista fu promosso per un articolo che scrisse; un fotografo fu promosso per una foto che scattò di nascosto a una delle figlie di Fausto mentre lavava i piatti. Una squadra di calcio quando fu promossa in campionato fece due minuti di silenzio in memoria di Pattern. La regione rimase per un bel po' senza previsioni meteorologiche...molti meteopatici gaurirono, alcuni anziani si tolsero la vita. Un ragazzo, abitante di Taipei, lesse la notizia ma la interpretò male, capì che in Europa avevano ucciso un politico importante e lo raccontò alla sua amica che amava, lei gli credette.
Fausto Pattern fu cremato, fu la sua amica amata a scegliere questa opzione, nemmeno lei capì nulla di tutta quella vicenda, mapochi giorni dopo il funerale del suo amato amico, iniziò a fumare la pipa.

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martedì 2 gennaio 2018

Gli sganciati (senza precedenti riflessioni)



Senza precedenti esperienze, ma soprattutto senza precedenti riflessioni, Seba si ritrovò a prostituirsi nei bagni della stazione di quella cittadina...e aveva quattordici anni.
Non sapeva cosa verametne fare con quel pene, ma sentiva che, e forse questa era la peggiore fra le cose, non gli importava davvero. Iniziò a stringerlo un po' e a leccarlo svogliatamente attorno alla punta, sapeva di pelle spenta, rimaneva molle e non emanava nessun tipo di energia erotica. Aveva già succhiato qualche cazzo, ma solo di ragazzi che gli piacevano. Quel giorno non gli importava per davvero neppure la dose di speed che gli sarebbe stata conseganta poco dopo da Gago, il pusher con quel pisello rosso, infiammato dal freddo, dall'alcool e dalla perenne notte buia, illuminata dal giallo a chiazze dei lampioni candelabri. Gago con quel cazzo che nemmeno diventava duro, quel cazzo con il quale voleva solo sentire qualcosa...Gago che con quella pompa, pure lui, non faceva altro che aggiungere elementi distorti alla sua storia, che però era pursempre una storia, tale si manteneva, se no cosa gli rimaneva?

  • Non ci pensare se non tira, mi basta che continui per un po' così.
  • Si Gago, dimmi tu quando smettere-
  • Due minuti ancora-
  • Non dobbiamo perdere il treno, hai promesso- ricordò Seba
  • Questo lo so-

Erano entrambi sbronzi di vodka, Seba voleva solo andare a ballare con un po di anfetamina e caffeina tagliate a cazzo nel corpo. Gago voleva solo...mah, chi cazzo lo sa cosa voleva Gago, lui aveva una logica senza fissa dimora.
La consapevolezza peggiore, dicevamo, era che l'unica cosa importante era esistere, in un modo o nell'altro, non solo respirare e alimentare il battito cardiaco, ma esistere, almeno nella testa delle persone, almeno nella testa di alcune persone, almeno nella propria testa! Un immaginario, una qualsiasi identità, delle esperienze, uguali quali, da poter narrare, da potersi ricordare, da potersi raccontare, in tutto quel vuoto disseminato di decisioni macabre prese da altri, da gentaglia come padri o madri, o dai loro suppellettili legali.
Esistere nel devasto, con la puzza di cazzo davanti al naso, nei cessi di una stazione deserta, a quattordici anni, alla una di notte, mentre fuori viene giù quel pantano di merda bianca bagnata chiamata acqua e neve. La neve era solo la bamba, quando si faceva pettinare sui tavolini di vetro degli appartamenti di persone di ogni ceto o professione, tutto il resto era natura, ovvero una cosa molto distante dalle sue percezioni. Giocare con il cazzo di uno senza chiedersi perché si o perché no, mentre nessuno al mondo si stava chiedendo dove lui si trovasse in quel momento. Gli avevano spiegato da quando era piccolo che finché non raggiungevi la maggiore età dovevi stare a certe regole, dicevano che non potevi considerarti veramente libero, che ci pensavano loro a te, ma allora perché nessuno se ne fotteva di dove si trovasse in quel momento e a fare cosa? Niente scuola, niente genitori, niente lavoro, niente appigli...e la strada era bagnata, viscida, scivolosa e cazzo, anche in discesa.

Non era giusto essere li, ma non ci pensava, provava disagio ma quello era il pane, provava schifo ma quella era la sfida e mai vi furono precedenti riflessioni, ne cognizioni di causa, nulla, solo il fluire degli eventi e di un esistere trascinato, duro e deviato, disseminato di traiettorie impossibili da prevedere, da valutare, impossibili da gestire o trattenere, a quattordici anni, sganciato da tutto, come una bomba.

Come si sentiva bene quando, qualche tempo prima, usciva da scuola per scomparire nella città, sapendo che i compagni e i docenti parlavano di lui, in male, s'intende, con giudizio, ovvio.
"Posso farlo", pensava. "È di mia competenza", sentiva, "io faccio queste cose e anche di peggio, almeno questo lo posso fare, rientra nel mio ruolo" diceva sventolando la sola bandiera che possedeva del proprio carisma, del proprio io. "Sono il caso sociale e questa non me la toglie nessuno, venite a rompermi il cazzo e vi apro il petto, mi avete sempre detto di ascoltarvi e guardate che merda, adulti del cazzo, compagni del cazzo, sistema del cazzo".
Aveva dodici anni nell'epoca in cui iniziavano le prime sparizioni da scuola. Camminava con gli auricolari nelle orecchie, andava fino al lago, poi proseguiva per la stradina rossa che lo costeggiava, gli sembrava di essere arrivato lontanissimo...era qualcuno di autonomo e stava facendo qualcosa di personale. Loro non lo sapevano cosa aveva già vissuto..e poi i casi come il suo si incontravano in giro per gli spazi urbani, non si raccontavano nemmeno a vicenda la propria storia, bastava condividere sguardi e brame. Senza precedenti riflessioni iniziò a bere e fumare, a voler provare altra roba. Come potevano pensare che gli fregasse qualcosa della formula per calcolare il perimetro di un ottagono? Non sapeva nemmeno se voleva vivere ancora. Sedeva su una panchina di fronte al lago e ne rollava una di indoor con la coca sopra, magari in compagnia del Chino o di Ghimli, o ancora della Zinga...e intanto a volte immaginava di marciare sui fondali dell'ammasso di acqua che stava fermo davanti a loro...con una pietra legata alla vita, senz'aria, senza bisogno di sapere cosa capitava sopra, fuori, solo profondo silenzio e apnea e inarrivabile oblio. Quel lago che gli sembrava buono solo ad inghiottire i pensieri di chi ci si sedeva vicino, di chi lo guardava da lontano.
Forse si viveva meglio senz'aria, senza fluire di respiri o di pensieri.
Durante le prime alienazioni immaginava spesso di assistere al suo funerale...una musica in sottofondo e zero madre, già crepata, zero padre, vivo solo per miracolo quotidiano...al suo funerale voleva solo i grandi amici e il direttore della scuola, con il suo vice, il bidello, la docente di sostegno e l'educatore...e lo psicologo e l'assistente sociale del Comune e quelli dei servizi cantonali, tutti e due o tre o quanti cazzo erano...ce n'era una che veniva a casa, e altri due che invece si facevano trovare in quegli uffici, in fondo ai labirinti. Voleva anche la sua vecchia maestra di scuola elementare e il suo attuale docente di classe e la psichiatra e i poliziotti di quartiere e il prete...e mettiamoci anche gli psichiatri e il curatore amministrativo della sua famiglia, quel coglione.

Il coglione: "Il consiglio che vi posso dare per ora è quello di mangiare per almeno due mesi solo alimenti basici, come riso in bianco e pasta, dobbiamo risparmiare"
Il padre: "Cazzo dici, fuori dalle palle"

A parte che anche il padre era un coglione.

"Quando un fiore giovane muore i suoi petali diventano fertilizzante per altri fiori, insegnando loro che la vita è unica ed è triste quando finisce così presto. Sebastian era un bambino molto energico e creativo, vivace e comunicativo" avrebbe detto il prete al suo funerale.

Questo viveva a dodici anni Sebastian, questo faceva quando non andava a scuola, fra le altre cose.

Ricordava che ai tempi delle scuole elementari lo psichiatra di sua madre disse così:

"Iperattivo e con un'energia da canalizzare, il vostro Seba ha bisogno di una stampella e nella chimica possiamo trovare un aiuto, lo dico per lui, ma anche per gli adulti che hanno il dovere di trasmettere un'educazione, così è impossibile Signora, così non ci riusciremo mai"

In antitesi con il prete del suo immaginario? Non poi tanto.

Le anfetamine alla fine le aveva conosciute che aveva 6 anni tramite certi farmaci. Il metadone che aveva due giorni, la madre si faceva i buchi nelle braccia quando lui era nella pancia e la prima cosa che hanno dovuto fare i dottori è stata quella di disintossicarlo dall'ero. Si era mai disintossicato dall'indifferenza? No, ne dalla sua ne da quella degli altri.

La vita della sua famiglia era stata tutta una grande, enorme, chilometrica ricetta...la ricetta del tutto: come guarire, come uscirne, come migliorare. La ricetta mutava sempre, e loro peggioravano costantemente.
La loro vita è sempre stata sotto i riflettori, esplosa, scoppiata, rumorosa, sempre sotto lo sguardo altrui, di vicini di casa, di specialisti, di familiari, di passanti.

Come quella volta che il papà ha inseguito la mamma per tutta la piazza prendendola a coltellate nelle natiche e sulle gambe.

Passanti, passanti, passanti, passavano...appassiti, a passetti, guardavano e andavano.

Seba strillando di terrore inseguiva il papà, che inseguiva la mamma che strillava, non di terrore, no, ma solo di dolore fisico. La sua famiglia era terrificante ma non conosceva la paura. Nemmeno sul punto di morte sua madre esternò la minima paura. La madre ansimava, gorgogliava e farfugliava cose del tipo "faglielo tu il culo piccolo Seba a tutta quella gente di merda...fatti giustizia, ci hanno fottuti, ci hanno rovinati", lui aveva dieci anni.
Il papà è passato dalla vita al punto di morte senza rendersene conto, dunque Sebastian immaginava, ogni tanto, che le sue ultime parole potessero essere state qualcosa del tipo: "devo pisciare"...oppure ancora..."mi gira la testa, cazzo". Il signor papà dopo una pera era seduto su un muretto ed era svenuto cadendo all'indietro...era atterrato con la nuca dopo un volo di quattro o cinque metri...si, insomma, era rimasto in coma per qualche giorno e poi lo avevano spento e reso organico.
Della famiglia non c'era nessun'altro, gli zii vivevano nel sud del mondo ed erano invischiati in storie losche, i suoi in ogni caso, a suo tempo, avevano rotto con tutti e i servizi stavano così tanto alle calcagna della loro situazione che a Seba non vennero nemmeno in mente soluzioni alternative all'istituto.
Dopo la morte della madre, durante quel paio di anni prima che anche suo padre morisse a causa del volo, lo avevano spostato in una famiglia affidataria molto unita e organizzata, domiciliata vicino alla sede scolastica che lui frequentava. Non era male, cercavano di essere affettuosi con lui, ma lui percepiva quella situazione come transitoria e vedeva gli ospitanti come gestori di un ostello per bene e simpatico, nulla più.
In affidamento ci era rimasto volentieri per quei due annetti, ma una volta che anche suo papà aveva smesso di esistere le autorità avevano optato per un collocamento in un centro educativo minorile, non tanto perché la famiglia affidataria fosse stufa, ma piuttosto a causa della tendenza che Seba stava sviluppando. Tendeva veramente a fottersi tanto.

All'epoca della morte di suo padre Seba aveva dodici anni, questa come si diceva, era anche la fase cruciale del suo allontanamento dall'istituzione chiamata scuola. Sebastian passava le giornate avvolto da una bolla di vuoto e intangibilità, era una paglia consumata dall'aria. Oltre a fare le prime esperienze con le sostanze rubava cibo e vestiti insieme agli altri. Rubavano felpe e pantaloni per regalarsele a vicenda, rubavano il cibo per fare pic-nic chimici sulle praterie di quella regione baciata dal sole. Tendeva anche a fare da tramite in piccole compravendite di sostanze, usando come sistema per il mantenimento dell'ordine, un agile e lungo coltello che si era procurato in una stalla della campagna. Così, più o meno in questo modo, era arrivato fino ai quattordici anni...noto un po' a tutti, noto alla magistratura dei minorenni, noto ai maschi e alle femmine, noto agli educatori di strada e ai titolari di negozi, così come ai gerenti dei supermercati o dei bar...noto ai piccioni e al porfido, noto ai bigliettai e alla pioggia di fine febbraio che quando il carnevale si spegneva cadeva e nessuno incontrava per la strada, se non lui, silenzioso e girovago, Seba. Privatamente, umilmente, sviluppò anche un'abile poli-tossicomania e fra i 13 e i 14 anni conobbe, oltre che alle fedeli fumanti, lo speed e la coca, che non disdegnava prima di una serata goa fra le mura di castelli medievali, dei quali la regione era ben fornita, così come di vino e prostitute.

In istituto comunque aveva conosciuto nuovi educatori, nuovi progetti sociali ai quali partecipare, nuovi psicologi e perfino delle nuove persone che cucinavano per lui.

Sebastian probabilmente non avrebbe mai fatto il liceo e non sarebbe mai diventato marxista insomma, anche se molti intellettuali di sinistra avrebbero spergiurato che Marx qualcosa per lui lo avrebbe potuto fare. Anche il direttore dell'istituto era marxista, aveva una stampa enorme con il volto di Marx in ufficio. Forse Seba sarebbe diventato un giorno il direttore di quell'istituto, ma dobbiamo ricordarci, tornando alla vicenda con la quale abbiamo iniziato questa danza, che per ora gli stava capitando di dare baci neutri al cazzo del suo pusher occasionale nei cessi della stazione e che il direttore dell'istituto nel quale Seba era domiciliato, non lo sapeva, non lo poteva nemmeno immaginare, non sarebbe stato concepibile per la sua realtà sociale, politica, professionale, familiare. Il direttore dell'istituto aveva avuto dei genitori tossici o aveva mai succhiato genitali in luoghi pubblici? E Marx? Ognuno sta al mondo con quello che ha, ognuno ci fa quello che riesce. Può capitarti che ti infilino del metadone in gola a due giorni dalla nascita, oppure può capitarti che a trent'anni dai da mangiare ai tuoi bambini le nespole cresciute su una bellissima pianta, seminata dal tuo bisnonno nel giardino di quella che ora è casa tua e che gestisci il tuo studio legale.

Questa cosa dell'omosessualità Sebastian non l'aveva mai presa troppo sul serio, diciamo che non aveva mai dovuto confrontarsi con le aspettative dei suoi capi biologici. Sentiva che tendeva a confonderla con la rabbia, quando ardeva dentro e il sangue gli andava alla testa per tutta la sua situazione, perché suo padre lo picchiava, oppure perché da Mac Donalds finiva la promozione sui nuggets, allora gli veniva voglia di baciare con la lingua dura un maschio, tutto qui, cosa c'era da analizzare? Si chiedeva.

Qualche psicologo ci aveva provato, uno in particolare, era gentile:

"Sono frocio, non so perchè, mi sta bene, ci sono altre cose che mi preoccupano adesso"
"Non ti è mai capitato che ti deridessero?"
"Deridermi? Mi è capitato che mi picchiassero in testa con la punta di un cacciavite, ma deridermi no, sarebbe stato bello! Avrei potuto provare a farmi valere a parole"
"Non ti sei mai vergognato?"
"Si, quella volta che mio padre ha provato a fare una rapina alle poste, armato di una bottiglia rotta e con addosso la maschera di paperino, però per il fatto di essere gay no"

C'era del becero nella sua storia.

Una miriade di volti, stipendiati per farlo crescere, ma nessuno avebbe mai potuto immaginare, nessuno avrebbe aperto la porta di quel cesso per prendere a schiaffi ben caricati sia lui che il pusher Gago.

Pochi giorni prima della notte in questione, quella che chiameremo "la notte del pompino in cambio di roba", a Seba era arrivata una notizia: durante una riunione lo avevano informato del fatto che sarebbe stato trasferito per tre mesi in una comunità oltre confine, questo per permettergli uno stacco da tutto e da tutti.

Le comunità oltre confine spesso erano dei rifugi nei quali si mischiavano fottuti di ogni tipo, dal maggiorenne psichiatrico alla ragazzina figlia di puttana (senza giudizio ovvio, in termini tecnici, scientifici). 

"Da tutto e da tutti" continuava a ripetere Sebastian mentre le facce adulte annuivano attorno a quel tavolo di noce, con quell'aria che vagava fra il comprensivo e il coercitivo.

"Non sapete quanto mi va di prendermi una pausa da tutte e tutti, peccato che non l'ho chiesta io questa riunione e non ho chiesto io di crescere con due tossici...peccato che nel posto dove mi mandate ci saranno altre facce e altre cose da affrontare e peccato che non sto più capendo il senso di tutte queste manovre...io voglio solo stare in strada, senza direzione...e non venitemi a raccontare che devo seguire la vostra direzione, perché nemmeno voi ne avete una...e mi riempiranno di merda in compresse"

Quella stessa notte Seba era fuggito dall'istituto, aveva preso un treno che lo aveva portato alla città del pompino. Sentiva di vivere in un acquario di merda, lo sentiva perché gli bastava fare venti chilometri in treno per sentirsi altrove.

Senza precedenti riflessioni poi si era affiancato ad un gruppo di ragazzi più grandi che sostava in stazione, in passato aveva già avuto modo di interagire con loro e in questa occasione gli avevano consegnato quasi subito della droga (da consumare in parte, ma in prevalenza da vendere), cibo e un letto un po' imboscato su cui dormire.

Seba si rifugiò a casa di quei ragazzi; dopo tre giorni di latitanza qualche sitarello internet regionale del cazzo aveva iniziato a inneggiare alla sua scomparsa, avevano scaricato le foto del suo profilo facebook e le avevano pubblicate. Lui se ne stava a casa di questa gente e guardava dal telefonino le notizie relative alla sua fuga.
I ragazzi che lo ospitavano vivevano di assistenza, senza tempo ne incombenze, se non quelle che loro stessi si creavano, alle volte deliranti. Sebastian iniziò a pensare che quell'esistenza sembrava quasi plausibile, perlomeno era qualcosa. I ragazzi erano spesso rabbiosi, nervosi,litigavano molto, anche con le loro ragazze, ma non si mollavano mai, ne fra amici ne fra innamorati. Nemmeno i suoi genitori si erano mai mollati, non bastavano le coltellate figuriamoci la rabbia.
Durante il pomeriggio del terzo giorno però uno dell'appartamento al quale era intitolato il contratto d'affitto, comunicò gentilmente a Seba che se ne doveva andare, che loro non volevano cazzi con la polizia e che se attirava l'attenzione su quella dimora erano tutti fottuti. Non ci potevano dormire in così tanti, lo facevano per sostenersi e per gestire meglio un certo traffico.
Sebastian non oppose resistenza, comprese...il suo volto era in internet, dunque infilò le sue poche cose nello zaino, restituì la droga e i soldi e uscì all'aria aperta.

Cercò di camuffarsi con un cappuccio e degli occhiali da sole, ma la strada è ampia e il sole la illumina, la strada poi è poca in quelle cittadine di provincia e un quattordicenne fuggitivo viene visto, viene visto in fretta. Il primo a fermarlo fu proprio Gago, storico caso sociale di quelle parti, sulla trentina, famoso spacciatore di sostanze soggette a pene minori, famoso consumatore di vita insensata e di chimica, famoso per tutti, anche per la polizia. Gago era stato dentro per furto e per altre cose legate alla notte della ragione.

"Cazzo fai in giro oh...ti cercano, torna in istituto coglione"
"Non ci torno Gago, che mi vengano a prendere se proprio, ma mi devono beccare"
"Vieni da me?"

C'era qualcosa in quel "vieni da me". Sebastian forse, a quattordici anni, era ancora troppo acerbo per percepirlo, oppure già abbastanza sveglio per approfittarne.

Gago era praticamente un personaggio asessuato, nessuno lo aveva mai visto con una donna e nemmeno con un uomo, lui era sposato con la sua devianza, lo spaccio e il consumo erano le sue espressività. La sua storia lo aveva portato in quei luoghi da molto lontano, la sua storia la conoscevano in pochi, ma quei pochi avevano ricevuto la conferma del fatto che il terrore esiste nel mondo e nel mondo esiste tutto ciò che un essere umano può arrivare ad immaginare. La madre di Gago aveva sposato un uomo svizzero che l'aveva fatta trasferire nella città del pompino. La madre di Gago non era convinta di quel trasferimento, però a casa sua faceva la fame e la puttana e certe notti venivano i topi nella loro baracca per provare a mangiarsi Gago, che aveva pochi mesi all'epoca. Il padre di Gago picchiava sia lui che la madre e una volta aveva dato due punti di sutura alla bocca del bambino, con un ago e dello spago, per farlo smettere di piangere. Non erano delle buone premesse per una crescita sana, ma la madre di Gago pensava anche a se stessa, non solo al figlio. Il padre di Gago poi era morto ammazzato; per un buon tempo la madre di Gago e lo svizzero si frequentavano solo quando quest'ultimo andava in vacanza al caldo, poi l'amante dei tropici riuscì a racimolare la grana per far viaggiare la donna con suo figlio, ormai cresciuto. Dopo il trasferimento in Svizzera, avvenuto quando Gago aveva si e no sei anni, la strada fece il resto. Gago crebbe in fretta e quella cittadina divenne il suo parco giochi. La madre per un po' continuò a prostituirsi, ma poi divorziò dallo svizzero e tornò al sud. Lo svizzero beveva molto e fu ricoverato, per poi in seguito morire. Gago venne su come poteva, portò in quella cittadina una certa legge urbana e un certo concetto della non-dimora e dello spazio pubblico.

L'omosessualità di Sebastian, comunque, era manifesta e chiara a tutti.

Capitò allora che quella sera Sena e Gago si misero a bere. Seba voleva solo un nascondiglio e delle vie di fuga mentali, aveva deciso che quella poteva essere anche la sua ultima notte sul pianeta terra, sentiva che poteva anche morire. Bevvero una bottiglia di vodka, poi un'altra, mischiarono tutto con succo di ananas. Dopo la prima bottiglia iniziarono a nuotare nell'aria, verso metà della seconda si imbruttirono e si caricarono molto di pensieri e di immagini...pronti al collasso, flirtando con il crollo, compensando con stimolanti in polvere, zero cibo.

"Cazzo se bevi"
"Anche tu"
"Si ma io ho ventotto anni, tu quattordici primavere del cazzo"
"Fanculo"

Uscirono che il giorno era finito da un pezzo, la notte li voleva condurre all'Orange, una discoteca raggiungibile solo con il treno a quell'ora.
Camminarono fino in stazione, in giro non c'era anima viva ma per sicurezza Gago aveva prestato a Seba dei vestiti diversi e un cappello.
Capitò poi qualcosa di strano, senza precedenti. Mentre aspettavano il treno ridevano un po' e accennavano qualche passo di danza su una base tecno emessa da un cellulare...Gago iniziò a manifestare una certa attitudine fisica, diversa, sempre asessuata, ma diversa, più vicina, più richiedente.

Il pusher non rifletté molto quando disse:

"Ora ti verrà da ridere ma son così fuori che mi farei fare una sega da te" lo disse così, senza precedenti riflessioni, ne preamboli, solo percependo le parole che uscivano dalla sua bocca...però lo disse.

"Vaffanculo Gago" rispose Seba ridendo.
"Ma come vaffanculo..."
"Cos'è sta storia della sega?"
"Ma che ne so, scherzavo, sono fuori"

Calò però un certo silenzio e i passi di danza tecno si fecero strisciar di suole e poi sassi, poco dopo venne fuori la labilità di Gago.

"Mi levo dalle palle frocetto, vacci da solo testa di cazzo in discoteca" sibilò.
"Ma che cazzo stai dicendo, dai accompagnami Gago, lo sai che non entro senza di te, sei tu che li conosci tutti quelli che ci lavorano, e poi sono minorenne"

Ancora silenzio.
Gago era impallidito, sentiva un potere e non sapeva se poterlo usare e la vodka aveva smesso di essere divertente.

"Vuoi solo entrare in quel posto e tirare un po di anfe che io corro il rischio di portare nelle mutande, non ti frega un cazzo della nostra amicizia" biascicò.

Seba non provava niente, non sentiva nulla, era perfino oltre al senso di vuoto, non pensava e non si sentiva in colpa di un cazzo, inoltre Gago aveva ragione.

Seba voleva solo procedere, senza interruzioni, senza intralci, risoluto, evidente e fluido come sangue improvviso dal naso...voleva solo allontanarsi con la mente da ogni istituto, ogni tecnico dell'educazione, ogni progetto pedagogico, ogni timeout fra gli sfollati della legge Basaglia che ogni tanto dovevano svernare.

"Si esatto, voglio fottermi tutta la notte e voglio ballare e perdermi e non sapere più chi sono e sopratutto non voglio fermarmi a pensare a un cazzo, non voglio riflettere su nulla, perciò non mi rompere i coglioni con le tue stronzate, non mi mollare adesso, dimmi cosa cazzo vuoi in cambio"

"Ho qui diversa roba, il treno è fra venti minuti, però voglio che mi fai qualcosa"

"Cosa"

Gago era impietrito, i suoi occhi un po' strabuzzavano, aveva paura, era quasi incredulo che lo stesse facendo veramente, mai lo avrebbe immaginato...chiedere questa cosa proprio a quel Sebastian apparso sui siti di informazioni proprio quel pomeriggio, che storia...ma non si fermò...era tutta vita no? Lo avrebbe raccontato, o quantomeno lo avrebbero raccontato di lui...dimmi cosa hai combinato e ti dirò chi sei...ma l'importante era essere, per non svanire.

"Andiamo al cesso e ti chiedo una cosa" disse infine.

Sebastian aveva già capito, anzi, non sapeva se si trovava prima o oltre alla comprensione...senza riflessioni prese quel fottuto di Gago per la manica della giacca in nylon e iniziò a camminare veloce attraverso gli spazi echeggianti della stazione che li separavano dai cessi illuminati di azzurro.
Era vuoto...eppure per un istante, mentre dava vita ai primi lunghi passi in direzione del cesso, si sentì profondamente triste e abbandonato...e pensò:

"Chissà se un giorno potrò farci qualcosa con questa oceanica tristezza"

Poi si svuotò nuovamente e proseguì la sua marcia.



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