Senza
precedenti esperienze, ma soprattutto senza precedenti riflessioni,
Seba si ritrovò a prostituirsi nei bagni della stazione di quella
cittadina...e aveva quattordici anni.
Non
sapeva cosa verametne fare con quel pene, ma sentiva che, e forse
questa era la peggiore fra le cose, non gli importava davvero. Iniziò
a stringerlo un po' e a leccarlo svogliatamente attorno alla punta,
sapeva di pelle spenta, rimaneva molle e non emanava nessun tipo di
energia erotica. Aveva già succhiato qualche cazzo, ma solo di
ragazzi che gli piacevano. Quel giorno non gli importava per davvero
neppure la dose di speed che gli sarebbe stata conseganta poco dopo
da Gago, il pusher con quel pisello rosso, infiammato dal freddo,
dall'alcool e dalla perenne notte buia, illuminata dal giallo a
chiazze dei lampioni candelabri. Gago con quel cazzo che nemmeno
diventava duro, quel cazzo con il quale voleva solo sentire
qualcosa...Gago che con quella pompa, pure lui, non faceva altro che
aggiungere elementi distorti alla sua storia, che però era pursempre
una storia, tale si manteneva, se no cosa gli rimaneva?
- Non ci pensare se non tira, mi basta che continui per un po' così.
- Si Gago, dimmi tu quando smettere-
- Due minuti ancora-
- Non dobbiamo perdere il treno, hai promesso- ricordò Seba
- Questo lo so-
Erano
entrambi sbronzi di vodka, Seba voleva solo andare a ballare con un
po di anfetamina e caffeina tagliate a cazzo nel corpo. Gago voleva
solo...mah, chi cazzo lo sa cosa voleva Gago, lui aveva una logica
senza fissa dimora.
La
consapevolezza peggiore, dicevamo, era che l'unica cosa importante
era esistere, in un modo o nell'altro, non solo respirare e
alimentare il battito cardiaco, ma esistere, almeno nella testa delle
persone, almeno nella testa di alcune persone, almeno nella propria
testa! Un immaginario, una qualsiasi identità, delle esperienze,
uguali quali, da poter narrare, da potersi ricordare, da potersi
raccontare, in tutto quel vuoto disseminato di decisioni macabre
prese da altri, da gentaglia come padri o madri, o dai loro
suppellettili legali.
Esistere
nel devasto, con la puzza di cazzo davanti al naso, nei cessi di una
stazione deserta, a quattordici anni, alla una di notte, mentre fuori
viene giù quel pantano di merda bianca bagnata chiamata acqua e
neve. La neve era solo la bamba, quando si faceva pettinare sui
tavolini di vetro degli appartamenti di persone di ogni ceto o
professione, tutto il resto era natura, ovvero una cosa molto
distante dalle sue percezioni. Giocare con il cazzo di uno senza
chiedersi perché si o perché no, mentre nessuno al mondo si stava
chiedendo dove lui si trovasse in quel momento. Gli avevano spiegato
da quando era piccolo che finché non raggiungevi la maggiore età
dovevi stare a certe regole, dicevano che non potevi considerarti
veramente libero, che ci pensavano loro a te, ma allora perché
nessuno se ne fotteva di dove si trovasse in quel momento e a fare
cosa? Niente scuola, niente genitori, niente lavoro, niente
appigli...e la strada era bagnata, viscida, scivolosa e cazzo, anche
in discesa.
Non
era giusto essere li, ma non ci pensava, provava disagio ma quello
era il pane, provava schifo ma quella era la sfida e mai vi furono
precedenti riflessioni, ne cognizioni di causa, nulla, solo il fluire
degli eventi e di un esistere trascinato, duro e deviato, disseminato
di traiettorie impossibili da prevedere, da valutare, impossibili da
gestire o trattenere, a quattordici anni, sganciato da tutto, come
una bomba.
Come
si sentiva bene quando, qualche tempo prima, usciva da scuola per
scomparire nella città, sapendo che i compagni e i docenti parlavano
di lui, in male, s'intende, con giudizio, ovvio.
"Posso
farlo", pensava. "È di mia competenza", sentiva, "io
faccio queste cose e anche di peggio, almeno questo lo posso fare,
rientra nel mio ruolo" diceva sventolando la sola bandiera che
possedeva del proprio carisma, del proprio io. "Sono il caso
sociale e questa non me la toglie nessuno, venite a rompermi il cazzo
e vi apro il petto, mi avete sempre detto di ascoltarvi e guardate
che merda, adulti del cazzo, compagni del cazzo, sistema del cazzo".
Aveva
dodici anni nell'epoca in cui iniziavano le prime sparizioni da
scuola. Camminava con gli auricolari nelle orecchie, andava fino al
lago, poi proseguiva per la stradina rossa che lo costeggiava, gli
sembrava di essere arrivato lontanissimo...era qualcuno di autonomo e
stava facendo qualcosa di personale. Loro non lo sapevano cosa aveva
già vissuto..e poi i casi come il suo si incontravano in giro per
gli spazi urbani, non si raccontavano nemmeno a vicenda la propria
storia, bastava condividere sguardi e brame. Senza precedenti
riflessioni iniziò a bere e fumare, a voler provare altra roba. Come
potevano pensare che gli fregasse qualcosa della formula per
calcolare il perimetro di un ottagono? Non sapeva nemmeno se voleva
vivere ancora. Sedeva su una panchina di fronte al lago e ne rollava
una di indoor con la coca sopra, magari in compagnia del Chino o di
Ghimli, o ancora della Zinga...e intanto a volte immaginava di
marciare sui fondali dell'ammasso di acqua che stava fermo davanti a
loro...con una pietra legata alla vita, senz'aria, senza bisogno di
sapere cosa capitava sopra, fuori, solo profondo silenzio e apnea e
inarrivabile oblio. Quel lago che gli sembrava buono solo ad
inghiottire i pensieri di chi ci si sedeva vicino, di chi lo guardava
da lontano.
Forse
si viveva meglio senz'aria, senza fluire di respiri o di pensieri.
Durante
le prime alienazioni immaginava spesso di assistere al suo
funerale...una musica in sottofondo e zero madre, già crepata, zero
padre, vivo solo per miracolo quotidiano...al suo funerale voleva
solo i grandi amici e il direttore della scuola, con il suo vice, il
bidello, la docente di sostegno e l'educatore...e lo psicologo e
l'assistente sociale del Comune e quelli dei servizi cantonali, tutti
e due o tre o quanti cazzo erano...ce n'era una che veniva a casa, e
altri due che invece si facevano trovare in quegli uffici, in fondo
ai labirinti. Voleva anche la sua vecchia maestra di scuola
elementare e il suo attuale docente di classe e la psichiatra e i
poliziotti di quartiere e il prete...e mettiamoci anche gli
psichiatri e il curatore amministrativo della sua famiglia, quel
coglione.
Il
coglione: "Il consiglio che vi posso dare per ora è quello di
mangiare per almeno due mesi solo alimenti basici, come riso in
bianco e pasta, dobbiamo risparmiare"
Il
padre: "Cazzo dici, fuori dalle palle"
A
parte che anche il padre era un coglione.
"Quando
un fiore giovane muore i suoi petali diventano fertilizzante per
altri fiori, insegnando loro che la vita è unica ed è triste quando
finisce così presto. Sebastian era un bambino molto energico e
creativo, vivace e comunicativo" avrebbe detto il prete al suo
funerale.
Questo
viveva a dodici anni Sebastian, questo faceva quando non andava a
scuola, fra le altre cose.
Ricordava
che ai tempi delle scuole elementari lo psichiatra di sua madre disse
così:
"Iperattivo
e con un'energia da canalizzare, il vostro Seba ha bisogno di una
stampella e nella chimica possiamo trovare un aiuto, lo dico per lui,
ma anche per gli adulti che hanno il dovere di trasmettere
un'educazione, così è impossibile Signora, così non ci riusciremo
mai"
In
antitesi con il prete del suo immaginario? Non poi tanto.
Le
anfetamine alla fine le aveva conosciute che aveva 6 anni tramite
certi farmaci. Il metadone che aveva due giorni, la madre si faceva i
buchi nelle braccia quando lui era nella pancia e la prima cosa che
hanno dovuto fare i dottori è stata quella di disintossicarlo
dall'ero. Si era mai disintossicato dall'indifferenza? No, ne dalla
sua ne da quella degli altri.
La
vita della sua famiglia era stata tutta una grande, enorme,
chilometrica ricetta...la ricetta del tutto: come guarire, come
uscirne, come migliorare. La ricetta mutava sempre, e loro
peggioravano costantemente.
La
loro vita è sempre stata sotto i riflettori, esplosa, scoppiata,
rumorosa, sempre sotto lo sguardo altrui, di vicini di casa, di
specialisti, di familiari, di passanti.
Come
quella volta che il papà ha inseguito la mamma per tutta la piazza
prendendola a coltellate nelle natiche e sulle gambe.
Passanti,
passanti, passanti, passavano...appassiti, a passetti, guardavano e
andavano.
Seba
strillando di terrore inseguiva il papà, che inseguiva la mamma che
strillava, non di terrore, no, ma solo di dolore fisico. La sua
famiglia era terrificante ma non conosceva la paura. Nemmeno sul
punto di morte sua madre esternò la minima paura. La madre ansimava,
gorgogliava e farfugliava cose del tipo "faglielo tu il culo
piccolo Seba a tutta quella gente di merda...fatti giustizia, ci
hanno fottuti, ci hanno rovinati", lui aveva dieci anni.
Il
papà è passato dalla vita al punto di morte senza rendersene conto,
dunque Sebastian immaginava, ogni tanto, che le sue ultime parole
potessero essere state qualcosa del tipo: "devo
pisciare"...oppure ancora..."mi gira la testa, cazzo".
Il signor papà dopo una pera era seduto su un muretto ed era svenuto
cadendo all'indietro...era atterrato con la nuca dopo un volo di
quattro o cinque metri...si, insomma, era rimasto in coma per qualche
giorno e poi lo avevano spento e reso organico.
Della
famiglia non c'era nessun'altro, gli zii vivevano nel sud del mondo
ed erano invischiati in storie losche, i suoi in ogni caso, a suo
tempo, avevano rotto con tutti e i servizi stavano così tanto alle
calcagna della loro situazione che a Seba non vennero nemmeno in
mente soluzioni alternative all'istituto.
Dopo
la morte della madre, durante quel paio di anni prima che anche suo
padre morisse a causa del volo, lo avevano spostato in una famiglia
affidataria molto unita e organizzata, domiciliata vicino alla sede
scolastica che lui frequentava. Non era male, cercavano di essere
affettuosi con lui, ma lui percepiva quella situazione come
transitoria e vedeva gli ospitanti come gestori di un ostello per
bene e simpatico, nulla più.
In
affidamento ci era rimasto volentieri per quei due annetti, ma una
volta che anche suo papà aveva smesso di esistere le autorità
avevano optato per un collocamento in un centro educativo minorile,
non tanto perché la famiglia affidataria fosse stufa, ma piuttosto a
causa della tendenza che Seba stava sviluppando. Tendeva veramente a
fottersi tanto.
All'epoca
della morte di suo padre Seba aveva dodici anni, questa come si
diceva, era anche la fase cruciale del suo allontanamento
dall'istituzione chiamata scuola. Sebastian passava le giornate
avvolto da una bolla di vuoto e intangibilità, era una paglia
consumata dall'aria. Oltre a fare le prime esperienze con le sostanze
rubava cibo e vestiti insieme agli altri. Rubavano felpe e pantaloni
per regalarsele a vicenda, rubavano il cibo per fare pic-nic chimici
sulle praterie di quella regione baciata dal sole. Tendeva anche a
fare da tramite in piccole compravendite di sostanze, usando come
sistema per il mantenimento dell'ordine, un agile e lungo coltello
che si era procurato in una stalla della campagna. Così, più o meno
in questo modo, era arrivato fino ai quattordici anni...noto un po' a
tutti, noto alla magistratura dei minorenni, noto ai maschi e alle
femmine, noto agli educatori di strada e ai titolari di negozi, così
come ai gerenti dei supermercati o dei bar...noto ai piccioni e al
porfido, noto ai bigliettai e alla pioggia di fine febbraio che
quando il carnevale si spegneva cadeva e nessuno incontrava per la
strada, se non lui, silenzioso e girovago, Seba. Privatamente,
umilmente, sviluppò anche un'abile poli-tossicomania e fra i 13 e i
14 anni conobbe, oltre che alle fedeli fumanti, lo speed e la coca,
che non disdegnava prima di una serata goa fra le mura di castelli
medievali, dei quali la regione era ben fornita, così come di vino e
prostitute.
In
istituto comunque aveva conosciuto nuovi educatori, nuovi progetti
sociali ai quali partecipare, nuovi psicologi e perfino delle nuove
persone che cucinavano per lui.
Sebastian
probabilmente non avrebbe mai fatto il liceo e non sarebbe mai
diventato marxista insomma, anche se molti intellettuali di sinistra
avrebbero spergiurato che Marx qualcosa per lui lo avrebbe potuto
fare. Anche il direttore dell'istituto era marxista, aveva una stampa
enorme con il volto di Marx in ufficio. Forse Seba sarebbe diventato
un giorno il direttore di quell'istituto, ma dobbiamo ricordarci,
tornando alla vicenda con la quale abbiamo iniziato questa danza, che
per ora gli stava capitando di dare baci neutri al cazzo del suo
pusher occasionale nei cessi della stazione e che il direttore
dell'istituto nel quale Seba era domiciliato, non lo sapeva, non lo
poteva nemmeno immaginare, non sarebbe stato concepibile per la sua
realtà sociale, politica, professionale, familiare. Il direttore
dell'istituto aveva avuto dei genitori tossici o aveva mai succhiato
genitali in luoghi pubblici? E Marx? Ognuno sta al mondo con quello
che ha, ognuno ci fa quello che riesce. Può capitarti che ti
infilino del metadone in gola a due giorni dalla nascita, oppure può
capitarti che a trent'anni dai da mangiare ai tuoi bambini le nespole
cresciute su una bellissima pianta, seminata dal tuo bisnonno nel
giardino di quella che ora è casa tua e che gestisci il tuo studio
legale.
Questa
cosa dell'omosessualità Sebastian non l'aveva mai presa troppo sul
serio, diciamo che non aveva mai dovuto confrontarsi con le
aspettative dei suoi capi biologici. Sentiva che tendeva a
confonderla con la rabbia, quando ardeva dentro e il sangue gli
andava alla testa per tutta la sua situazione, perché suo padre lo
picchiava, oppure perché da Mac Donalds finiva la promozione sui
nuggets, allora gli veniva voglia di baciare con la lingua dura un
maschio, tutto qui, cosa c'era da analizzare? Si chiedeva.
Qualche
psicologo ci aveva provato, uno in particolare, era gentile:
"Sono
frocio, non so perchè, mi sta bene, ci sono altre cose che mi
preoccupano adesso"
"Non
ti è mai capitato che ti deridessero?"
"Deridermi?
Mi è capitato che mi picchiassero in testa con la punta di un
cacciavite, ma deridermi no, sarebbe stato bello! Avrei potuto
provare a farmi valere a parole"
"Non
ti sei mai vergognato?"
"Si,
quella volta che mio padre ha provato a fare una rapina alle poste,
armato di una bottiglia rotta e con addosso la maschera di paperino,
però per il fatto di essere gay no"
C'era
del becero nella sua storia.
Una
miriade di volti, stipendiati per farlo crescere, ma nessuno avebbe
mai potuto immaginare, nessuno avrebbe aperto la porta di quel cesso
per prendere a schiaffi ben caricati sia lui che il pusher Gago.
Pochi
giorni prima della notte in questione, quella che chiameremo "la
notte del pompino in cambio di roba", a Seba era arrivata una
notizia: durante una riunione lo avevano informato del fatto che
sarebbe stato trasferito per tre mesi in una comunità oltre confine,
questo per permettergli uno stacco da tutto e da tutti.
Le
comunità oltre confine spesso erano dei rifugi nei quali si
mischiavano fottuti di ogni tipo, dal maggiorenne psichiatrico alla
ragazzina figlia di puttana (senza giudizio ovvio, in termini
tecnici, scientifici).
"Da
tutto e da tutti" continuava a ripetere Sebastian mentre le
facce adulte annuivano attorno a quel tavolo di noce, con quell'aria
che vagava fra il comprensivo e il coercitivo.
"Non
sapete quanto mi va di prendermi una pausa da tutte e tutti, peccato
che non l'ho chiesta io questa riunione e non ho chiesto io di
crescere con due tossici...peccato che nel posto dove mi mandate ci
saranno altre facce e altre cose da affrontare e peccato che non sto
più capendo il senso di tutte queste manovre...io voglio solo stare
in strada, senza direzione...e non venitemi a raccontare che devo
seguire la vostra direzione, perché nemmeno voi ne avete una...e mi
riempiranno di merda in compresse"
Quella
stessa notte Seba era fuggito dall'istituto, aveva preso un treno che
lo aveva portato alla città del pompino. Sentiva di vivere in un
acquario di merda, lo sentiva perché gli bastava fare venti
chilometri in treno per sentirsi altrove.
Senza
precedenti riflessioni poi si era affiancato ad un gruppo di ragazzi
più grandi che sostava in stazione, in passato aveva già avuto modo
di interagire con loro e in questa occasione gli avevano consegnato
quasi subito della droga (da consumare in parte, ma in prevalenza da
vendere), cibo e un letto un po' imboscato su cui dormire.
Seba
si rifugiò a casa di quei ragazzi; dopo tre giorni di latitanza
qualche sitarello internet regionale del cazzo aveva iniziato a
inneggiare alla sua scomparsa, avevano scaricato le foto del suo
profilo facebook e le avevano pubblicate. Lui se ne stava a casa di
questa gente e guardava dal telefonino le notizie relative alla sua
fuga.
I
ragazzi che lo ospitavano vivevano di assistenza, senza tempo ne
incombenze, se non quelle che loro stessi si creavano, alle volte
deliranti. Sebastian iniziò a pensare che quell'esistenza sembrava
quasi plausibile, perlomeno era qualcosa. I ragazzi erano spesso
rabbiosi, nervosi,litigavano molto, anche con le loro ragazze, ma non
si mollavano mai, ne fra amici ne fra innamorati. Nemmeno i suoi
genitori si erano mai mollati, non bastavano le coltellate
figuriamoci la rabbia.
Durante
il pomeriggio del terzo giorno però uno dell'appartamento al quale
era intitolato il contratto d'affitto, comunicò gentilmente a Seba
che se ne doveva andare, che loro non volevano cazzi con la polizia e
che se attirava l'attenzione su quella dimora erano tutti fottuti.
Non ci potevano dormire in così tanti, lo facevano per sostenersi e
per gestire meglio un certo traffico.
Sebastian
non oppose resistenza, comprese...il suo volto era in internet,
dunque infilò le sue poche cose nello zaino, restituì la droga e i
soldi e uscì all'aria aperta.
Cercò
di camuffarsi con un cappuccio e degli occhiali da sole, ma la strada
è ampia e il sole la illumina, la strada poi è poca in quelle
cittadine di provincia e un quattordicenne fuggitivo viene visto,
viene visto in fretta. Il primo a fermarlo fu proprio Gago, storico
caso sociale di quelle parti, sulla trentina, famoso spacciatore di
sostanze soggette a pene minori, famoso consumatore di vita insensata
e di chimica, famoso per tutti, anche per la polizia. Gago era stato
dentro per furto e per altre cose legate alla notte della ragione.
"Cazzo
fai in giro oh...ti cercano, torna in istituto coglione"
"Non
ci torno Gago, che mi vengano a prendere se proprio, ma mi devono
beccare"
"Vieni
da me?"
C'era
qualcosa in quel "vieni da me". Sebastian forse, a
quattordici anni, era ancora troppo acerbo per percepirlo, oppure già
abbastanza sveglio per approfittarne.
Gago
era praticamente un personaggio asessuato, nessuno lo aveva mai visto
con una donna e nemmeno con un uomo, lui era sposato con la sua
devianza, lo spaccio e il consumo erano le sue espressività. La sua
storia lo aveva portato in quei luoghi da molto lontano, la sua
storia la conoscevano in pochi, ma quei pochi avevano ricevuto la
conferma del fatto che il terrore esiste nel mondo e nel mondo esiste
tutto ciò che un essere umano può arrivare ad immaginare. La madre
di Gago aveva sposato un uomo svizzero che l'aveva fatta trasferire
nella città del pompino. La madre di Gago non era convinta di quel
trasferimento, però a casa sua faceva la fame e la puttana e certe
notti venivano i topi nella loro baracca per provare a mangiarsi
Gago, che aveva pochi mesi all'epoca. Il padre di Gago picchiava sia
lui che la madre e una volta aveva dato due punti di sutura alla
bocca del bambino, con un ago e dello spago, per farlo smettere di
piangere. Non erano delle buone premesse per una crescita sana, ma la
madre di Gago pensava anche a se stessa, non solo al figlio. Il padre
di Gago poi era morto ammazzato; per un buon tempo la madre di Gago e
lo svizzero si frequentavano solo quando quest'ultimo andava in
vacanza al caldo, poi l'amante dei tropici riuscì a racimolare la
grana per far viaggiare la donna con suo figlio, ormai cresciuto.
Dopo il trasferimento in Svizzera, avvenuto quando Gago aveva si e no
sei anni, la strada fece il resto. Gago crebbe in fretta e quella
cittadina divenne il suo parco giochi. La madre per un po' continuò
a prostituirsi, ma poi divorziò dallo svizzero e tornò al sud. Lo
svizzero beveva molto e fu ricoverato, per poi in seguito morire.
Gago venne su come poteva, portò in quella cittadina una certa legge
urbana e un certo concetto della non-dimora e dello spazio pubblico.
L'omosessualità
di Sebastian, comunque, era manifesta e chiara a tutti.
Capitò
allora che quella sera Sena e Gago si misero a bere. Seba voleva solo
un nascondiglio e delle vie di fuga mentali, aveva deciso che quella
poteva essere anche la sua ultima notte sul pianeta terra, sentiva
che poteva anche morire. Bevvero una bottiglia di vodka, poi
un'altra, mischiarono tutto con succo di ananas. Dopo la prima
bottiglia iniziarono a nuotare nell'aria, verso metà della seconda
si imbruttirono e si caricarono molto di pensieri e di
immagini...pronti al collasso, flirtando con il crollo, compensando
con stimolanti in polvere, zero cibo.
"Cazzo
se bevi"
"Anche
tu"
"Si
ma io ho ventotto anni, tu quattordici primavere del cazzo"
"Fanculo"
Uscirono
che il giorno era finito da un pezzo, la notte li voleva condurre
all'Orange, una discoteca raggiungibile solo con il treno a
quell'ora.
Camminarono
fino in stazione, in giro non c'era anima viva ma per sicurezza Gago
aveva prestato a Seba dei vestiti diversi e un cappello.
Capitò
poi qualcosa di strano, senza precedenti. Mentre aspettavano il treno
ridevano un po' e accennavano qualche passo di danza su una base
tecno emessa da un cellulare...Gago iniziò a manifestare una certa
attitudine fisica, diversa, sempre asessuata, ma diversa, più
vicina, più richiedente.
Il
pusher non rifletté molto quando disse:
"Ora
ti verrà da ridere ma son così fuori che mi farei fare una sega da
te" lo disse così, senza precedenti riflessioni, ne preamboli,
solo percependo le parole che uscivano dalla sua bocca...però lo
disse.
"Vaffanculo
Gago" rispose Seba ridendo.
"Ma
come vaffanculo..."
"Cos'è
sta storia della sega?"
"Ma
che ne so, scherzavo, sono fuori"
Calò
però un certo silenzio e i passi di danza tecno si fecero strisciar
di suole e poi sassi, poco dopo venne fuori la labilità di Gago.
"Mi
levo dalle palle frocetto, vacci da solo testa di cazzo in discoteca"
sibilò.
"Ma
che cazzo stai dicendo, dai accompagnami Gago, lo sai che non entro
senza di te, sei tu che li conosci tutti quelli che ci lavorano, e
poi sono minorenne"
Ancora
silenzio.
Gago
era impallidito, sentiva un potere e non sapeva se poterlo usare e la
vodka aveva smesso di essere divertente.
"Vuoi
solo entrare in quel posto e tirare un po di anfe che io corro il
rischio di portare nelle mutande, non ti frega un cazzo della nostra
amicizia" biascicò.
Seba
non provava niente, non sentiva nulla, era perfino oltre al senso di
vuoto, non pensava e non si sentiva in colpa di un cazzo, inoltre
Gago aveva ragione.
Seba
voleva solo procedere, senza interruzioni, senza intralci, risoluto,
evidente e fluido come sangue improvviso dal naso...voleva solo
allontanarsi con la mente da ogni istituto, ogni tecnico
dell'educazione, ogni progetto pedagogico, ogni timeout fra gli
sfollati della legge Basaglia che ogni tanto dovevano svernare.
"Si
esatto, voglio fottermi tutta la notte e voglio ballare e perdermi e
non sapere più chi sono e sopratutto non voglio fermarmi a pensare a
un cazzo, non voglio riflettere su nulla, perciò non mi rompere i
coglioni con le tue stronzate, non mi mollare adesso, dimmi cosa
cazzo vuoi in cambio"
"Ho
qui diversa roba, il treno è fra venti minuti, però voglio che mi
fai qualcosa"
"Cosa"
Gago
era impietrito, i suoi occhi un po' strabuzzavano, aveva paura, era
quasi incredulo che lo stesse facendo veramente, mai lo avrebbe
immaginato...chiedere questa cosa proprio a quel Sebastian apparso
sui siti di informazioni proprio quel pomeriggio, che storia...ma non
si fermò...era tutta vita no? Lo avrebbe raccontato, o quantomeno lo
avrebbero raccontato di lui...dimmi cosa hai combinato e ti dirò chi
sei...ma l'importante era essere, per non svanire.
"Andiamo
al cesso e ti chiedo una cosa" disse infine.
Sebastian
aveva già capito, anzi, non sapeva se si trovava prima o oltre alla
comprensione...senza riflessioni prese quel fottuto di Gago per la
manica della giacca in nylon e iniziò a camminare veloce attraverso
gli spazi echeggianti della stazione che li separavano dai cessi
illuminati di azzurro.
Era
vuoto...eppure per un istante, mentre dava vita ai primi lunghi passi
in direzione del cesso, si sentì profondamente triste e
abbandonato...e pensò:
"Chissà
se un giorno potrò farci qualcosa con questa oceanica tristezza"
Poi
si svuotò nuovamente e proseguì la sua marcia.
m

Nessun commento:
Posta un commento