martedì 2 gennaio 2018

Gli sganciati (senza precedenti riflessioni)



Senza precedenti esperienze, ma soprattutto senza precedenti riflessioni, Seba si ritrovò a prostituirsi nei bagni della stazione di quella cittadina...e aveva quattordici anni.
Non sapeva cosa verametne fare con quel pene, ma sentiva che, e forse questa era la peggiore fra le cose, non gli importava davvero. Iniziò a stringerlo un po' e a leccarlo svogliatamente attorno alla punta, sapeva di pelle spenta, rimaneva molle e non emanava nessun tipo di energia erotica. Aveva già succhiato qualche cazzo, ma solo di ragazzi che gli piacevano. Quel giorno non gli importava per davvero neppure la dose di speed che gli sarebbe stata conseganta poco dopo da Gago, il pusher con quel pisello rosso, infiammato dal freddo, dall'alcool e dalla perenne notte buia, illuminata dal giallo a chiazze dei lampioni candelabri. Gago con quel cazzo che nemmeno diventava duro, quel cazzo con il quale voleva solo sentire qualcosa...Gago che con quella pompa, pure lui, non faceva altro che aggiungere elementi distorti alla sua storia, che però era pursempre una storia, tale si manteneva, se no cosa gli rimaneva?

  • Non ci pensare se non tira, mi basta che continui per un po' così.
  • Si Gago, dimmi tu quando smettere-
  • Due minuti ancora-
  • Non dobbiamo perdere il treno, hai promesso- ricordò Seba
  • Questo lo so-

Erano entrambi sbronzi di vodka, Seba voleva solo andare a ballare con un po di anfetamina e caffeina tagliate a cazzo nel corpo. Gago voleva solo...mah, chi cazzo lo sa cosa voleva Gago, lui aveva una logica senza fissa dimora.
La consapevolezza peggiore, dicevamo, era che l'unica cosa importante era esistere, in un modo o nell'altro, non solo respirare e alimentare il battito cardiaco, ma esistere, almeno nella testa delle persone, almeno nella testa di alcune persone, almeno nella propria testa! Un immaginario, una qualsiasi identità, delle esperienze, uguali quali, da poter narrare, da potersi ricordare, da potersi raccontare, in tutto quel vuoto disseminato di decisioni macabre prese da altri, da gentaglia come padri o madri, o dai loro suppellettili legali.
Esistere nel devasto, con la puzza di cazzo davanti al naso, nei cessi di una stazione deserta, a quattordici anni, alla una di notte, mentre fuori viene giù quel pantano di merda bianca bagnata chiamata acqua e neve. La neve era solo la bamba, quando si faceva pettinare sui tavolini di vetro degli appartamenti di persone di ogni ceto o professione, tutto il resto era natura, ovvero una cosa molto distante dalle sue percezioni. Giocare con il cazzo di uno senza chiedersi perché si o perché no, mentre nessuno al mondo si stava chiedendo dove lui si trovasse in quel momento. Gli avevano spiegato da quando era piccolo che finché non raggiungevi la maggiore età dovevi stare a certe regole, dicevano che non potevi considerarti veramente libero, che ci pensavano loro a te, ma allora perché nessuno se ne fotteva di dove si trovasse in quel momento e a fare cosa? Niente scuola, niente genitori, niente lavoro, niente appigli...e la strada era bagnata, viscida, scivolosa e cazzo, anche in discesa.

Non era giusto essere li, ma non ci pensava, provava disagio ma quello era il pane, provava schifo ma quella era la sfida e mai vi furono precedenti riflessioni, ne cognizioni di causa, nulla, solo il fluire degli eventi e di un esistere trascinato, duro e deviato, disseminato di traiettorie impossibili da prevedere, da valutare, impossibili da gestire o trattenere, a quattordici anni, sganciato da tutto, come una bomba.

Come si sentiva bene quando, qualche tempo prima, usciva da scuola per scomparire nella città, sapendo che i compagni e i docenti parlavano di lui, in male, s'intende, con giudizio, ovvio.
"Posso farlo", pensava. "È di mia competenza", sentiva, "io faccio queste cose e anche di peggio, almeno questo lo posso fare, rientra nel mio ruolo" diceva sventolando la sola bandiera che possedeva del proprio carisma, del proprio io. "Sono il caso sociale e questa non me la toglie nessuno, venite a rompermi il cazzo e vi apro il petto, mi avete sempre detto di ascoltarvi e guardate che merda, adulti del cazzo, compagni del cazzo, sistema del cazzo".
Aveva dodici anni nell'epoca in cui iniziavano le prime sparizioni da scuola. Camminava con gli auricolari nelle orecchie, andava fino al lago, poi proseguiva per la stradina rossa che lo costeggiava, gli sembrava di essere arrivato lontanissimo...era qualcuno di autonomo e stava facendo qualcosa di personale. Loro non lo sapevano cosa aveva già vissuto..e poi i casi come il suo si incontravano in giro per gli spazi urbani, non si raccontavano nemmeno a vicenda la propria storia, bastava condividere sguardi e brame. Senza precedenti riflessioni iniziò a bere e fumare, a voler provare altra roba. Come potevano pensare che gli fregasse qualcosa della formula per calcolare il perimetro di un ottagono? Non sapeva nemmeno se voleva vivere ancora. Sedeva su una panchina di fronte al lago e ne rollava una di indoor con la coca sopra, magari in compagnia del Chino o di Ghimli, o ancora della Zinga...e intanto a volte immaginava di marciare sui fondali dell'ammasso di acqua che stava fermo davanti a loro...con una pietra legata alla vita, senz'aria, senza bisogno di sapere cosa capitava sopra, fuori, solo profondo silenzio e apnea e inarrivabile oblio. Quel lago che gli sembrava buono solo ad inghiottire i pensieri di chi ci si sedeva vicino, di chi lo guardava da lontano.
Forse si viveva meglio senz'aria, senza fluire di respiri o di pensieri.
Durante le prime alienazioni immaginava spesso di assistere al suo funerale...una musica in sottofondo e zero madre, già crepata, zero padre, vivo solo per miracolo quotidiano...al suo funerale voleva solo i grandi amici e il direttore della scuola, con il suo vice, il bidello, la docente di sostegno e l'educatore...e lo psicologo e l'assistente sociale del Comune e quelli dei servizi cantonali, tutti e due o tre o quanti cazzo erano...ce n'era una che veniva a casa, e altri due che invece si facevano trovare in quegli uffici, in fondo ai labirinti. Voleva anche la sua vecchia maestra di scuola elementare e il suo attuale docente di classe e la psichiatra e i poliziotti di quartiere e il prete...e mettiamoci anche gli psichiatri e il curatore amministrativo della sua famiglia, quel coglione.

Il coglione: "Il consiglio che vi posso dare per ora è quello di mangiare per almeno due mesi solo alimenti basici, come riso in bianco e pasta, dobbiamo risparmiare"
Il padre: "Cazzo dici, fuori dalle palle"

A parte che anche il padre era un coglione.

"Quando un fiore giovane muore i suoi petali diventano fertilizzante per altri fiori, insegnando loro che la vita è unica ed è triste quando finisce così presto. Sebastian era un bambino molto energico e creativo, vivace e comunicativo" avrebbe detto il prete al suo funerale.

Questo viveva a dodici anni Sebastian, questo faceva quando non andava a scuola, fra le altre cose.

Ricordava che ai tempi delle scuole elementari lo psichiatra di sua madre disse così:

"Iperattivo e con un'energia da canalizzare, il vostro Seba ha bisogno di una stampella e nella chimica possiamo trovare un aiuto, lo dico per lui, ma anche per gli adulti che hanno il dovere di trasmettere un'educazione, così è impossibile Signora, così non ci riusciremo mai"

In antitesi con il prete del suo immaginario? Non poi tanto.

Le anfetamine alla fine le aveva conosciute che aveva 6 anni tramite certi farmaci. Il metadone che aveva due giorni, la madre si faceva i buchi nelle braccia quando lui era nella pancia e la prima cosa che hanno dovuto fare i dottori è stata quella di disintossicarlo dall'ero. Si era mai disintossicato dall'indifferenza? No, ne dalla sua ne da quella degli altri.

La vita della sua famiglia era stata tutta una grande, enorme, chilometrica ricetta...la ricetta del tutto: come guarire, come uscirne, come migliorare. La ricetta mutava sempre, e loro peggioravano costantemente.
La loro vita è sempre stata sotto i riflettori, esplosa, scoppiata, rumorosa, sempre sotto lo sguardo altrui, di vicini di casa, di specialisti, di familiari, di passanti.

Come quella volta che il papà ha inseguito la mamma per tutta la piazza prendendola a coltellate nelle natiche e sulle gambe.

Passanti, passanti, passanti, passavano...appassiti, a passetti, guardavano e andavano.

Seba strillando di terrore inseguiva il papà, che inseguiva la mamma che strillava, non di terrore, no, ma solo di dolore fisico. La sua famiglia era terrificante ma non conosceva la paura. Nemmeno sul punto di morte sua madre esternò la minima paura. La madre ansimava, gorgogliava e farfugliava cose del tipo "faglielo tu il culo piccolo Seba a tutta quella gente di merda...fatti giustizia, ci hanno fottuti, ci hanno rovinati", lui aveva dieci anni.
Il papà è passato dalla vita al punto di morte senza rendersene conto, dunque Sebastian immaginava, ogni tanto, che le sue ultime parole potessero essere state qualcosa del tipo: "devo pisciare"...oppure ancora..."mi gira la testa, cazzo". Il signor papà dopo una pera era seduto su un muretto ed era svenuto cadendo all'indietro...era atterrato con la nuca dopo un volo di quattro o cinque metri...si, insomma, era rimasto in coma per qualche giorno e poi lo avevano spento e reso organico.
Della famiglia non c'era nessun'altro, gli zii vivevano nel sud del mondo ed erano invischiati in storie losche, i suoi in ogni caso, a suo tempo, avevano rotto con tutti e i servizi stavano così tanto alle calcagna della loro situazione che a Seba non vennero nemmeno in mente soluzioni alternative all'istituto.
Dopo la morte della madre, durante quel paio di anni prima che anche suo padre morisse a causa del volo, lo avevano spostato in una famiglia affidataria molto unita e organizzata, domiciliata vicino alla sede scolastica che lui frequentava. Non era male, cercavano di essere affettuosi con lui, ma lui percepiva quella situazione come transitoria e vedeva gli ospitanti come gestori di un ostello per bene e simpatico, nulla più.
In affidamento ci era rimasto volentieri per quei due annetti, ma una volta che anche suo papà aveva smesso di esistere le autorità avevano optato per un collocamento in un centro educativo minorile, non tanto perché la famiglia affidataria fosse stufa, ma piuttosto a causa della tendenza che Seba stava sviluppando. Tendeva veramente a fottersi tanto.

All'epoca della morte di suo padre Seba aveva dodici anni, questa come si diceva, era anche la fase cruciale del suo allontanamento dall'istituzione chiamata scuola. Sebastian passava le giornate avvolto da una bolla di vuoto e intangibilità, era una paglia consumata dall'aria. Oltre a fare le prime esperienze con le sostanze rubava cibo e vestiti insieme agli altri. Rubavano felpe e pantaloni per regalarsele a vicenda, rubavano il cibo per fare pic-nic chimici sulle praterie di quella regione baciata dal sole. Tendeva anche a fare da tramite in piccole compravendite di sostanze, usando come sistema per il mantenimento dell'ordine, un agile e lungo coltello che si era procurato in una stalla della campagna. Così, più o meno in questo modo, era arrivato fino ai quattordici anni...noto un po' a tutti, noto alla magistratura dei minorenni, noto ai maschi e alle femmine, noto agli educatori di strada e ai titolari di negozi, così come ai gerenti dei supermercati o dei bar...noto ai piccioni e al porfido, noto ai bigliettai e alla pioggia di fine febbraio che quando il carnevale si spegneva cadeva e nessuno incontrava per la strada, se non lui, silenzioso e girovago, Seba. Privatamente, umilmente, sviluppò anche un'abile poli-tossicomania e fra i 13 e i 14 anni conobbe, oltre che alle fedeli fumanti, lo speed e la coca, che non disdegnava prima di una serata goa fra le mura di castelli medievali, dei quali la regione era ben fornita, così come di vino e prostitute.

In istituto comunque aveva conosciuto nuovi educatori, nuovi progetti sociali ai quali partecipare, nuovi psicologi e perfino delle nuove persone che cucinavano per lui.

Sebastian probabilmente non avrebbe mai fatto il liceo e non sarebbe mai diventato marxista insomma, anche se molti intellettuali di sinistra avrebbero spergiurato che Marx qualcosa per lui lo avrebbe potuto fare. Anche il direttore dell'istituto era marxista, aveva una stampa enorme con il volto di Marx in ufficio. Forse Seba sarebbe diventato un giorno il direttore di quell'istituto, ma dobbiamo ricordarci, tornando alla vicenda con la quale abbiamo iniziato questa danza, che per ora gli stava capitando di dare baci neutri al cazzo del suo pusher occasionale nei cessi della stazione e che il direttore dell'istituto nel quale Seba era domiciliato, non lo sapeva, non lo poteva nemmeno immaginare, non sarebbe stato concepibile per la sua realtà sociale, politica, professionale, familiare. Il direttore dell'istituto aveva avuto dei genitori tossici o aveva mai succhiato genitali in luoghi pubblici? E Marx? Ognuno sta al mondo con quello che ha, ognuno ci fa quello che riesce. Può capitarti che ti infilino del metadone in gola a due giorni dalla nascita, oppure può capitarti che a trent'anni dai da mangiare ai tuoi bambini le nespole cresciute su una bellissima pianta, seminata dal tuo bisnonno nel giardino di quella che ora è casa tua e che gestisci il tuo studio legale.

Questa cosa dell'omosessualità Sebastian non l'aveva mai presa troppo sul serio, diciamo che non aveva mai dovuto confrontarsi con le aspettative dei suoi capi biologici. Sentiva che tendeva a confonderla con la rabbia, quando ardeva dentro e il sangue gli andava alla testa per tutta la sua situazione, perché suo padre lo picchiava, oppure perché da Mac Donalds finiva la promozione sui nuggets, allora gli veniva voglia di baciare con la lingua dura un maschio, tutto qui, cosa c'era da analizzare? Si chiedeva.

Qualche psicologo ci aveva provato, uno in particolare, era gentile:

"Sono frocio, non so perchè, mi sta bene, ci sono altre cose che mi preoccupano adesso"
"Non ti è mai capitato che ti deridessero?"
"Deridermi? Mi è capitato che mi picchiassero in testa con la punta di un cacciavite, ma deridermi no, sarebbe stato bello! Avrei potuto provare a farmi valere a parole"
"Non ti sei mai vergognato?"
"Si, quella volta che mio padre ha provato a fare una rapina alle poste, armato di una bottiglia rotta e con addosso la maschera di paperino, però per il fatto di essere gay no"

C'era del becero nella sua storia.

Una miriade di volti, stipendiati per farlo crescere, ma nessuno avebbe mai potuto immaginare, nessuno avrebbe aperto la porta di quel cesso per prendere a schiaffi ben caricati sia lui che il pusher Gago.

Pochi giorni prima della notte in questione, quella che chiameremo "la notte del pompino in cambio di roba", a Seba era arrivata una notizia: durante una riunione lo avevano informato del fatto che sarebbe stato trasferito per tre mesi in una comunità oltre confine, questo per permettergli uno stacco da tutto e da tutti.

Le comunità oltre confine spesso erano dei rifugi nei quali si mischiavano fottuti di ogni tipo, dal maggiorenne psichiatrico alla ragazzina figlia di puttana (senza giudizio ovvio, in termini tecnici, scientifici). 

"Da tutto e da tutti" continuava a ripetere Sebastian mentre le facce adulte annuivano attorno a quel tavolo di noce, con quell'aria che vagava fra il comprensivo e il coercitivo.

"Non sapete quanto mi va di prendermi una pausa da tutte e tutti, peccato che non l'ho chiesta io questa riunione e non ho chiesto io di crescere con due tossici...peccato che nel posto dove mi mandate ci saranno altre facce e altre cose da affrontare e peccato che non sto più capendo il senso di tutte queste manovre...io voglio solo stare in strada, senza direzione...e non venitemi a raccontare che devo seguire la vostra direzione, perché nemmeno voi ne avete una...e mi riempiranno di merda in compresse"

Quella stessa notte Seba era fuggito dall'istituto, aveva preso un treno che lo aveva portato alla città del pompino. Sentiva di vivere in un acquario di merda, lo sentiva perché gli bastava fare venti chilometri in treno per sentirsi altrove.

Senza precedenti riflessioni poi si era affiancato ad un gruppo di ragazzi più grandi che sostava in stazione, in passato aveva già avuto modo di interagire con loro e in questa occasione gli avevano consegnato quasi subito della droga (da consumare in parte, ma in prevalenza da vendere), cibo e un letto un po' imboscato su cui dormire.

Seba si rifugiò a casa di quei ragazzi; dopo tre giorni di latitanza qualche sitarello internet regionale del cazzo aveva iniziato a inneggiare alla sua scomparsa, avevano scaricato le foto del suo profilo facebook e le avevano pubblicate. Lui se ne stava a casa di questa gente e guardava dal telefonino le notizie relative alla sua fuga.
I ragazzi che lo ospitavano vivevano di assistenza, senza tempo ne incombenze, se non quelle che loro stessi si creavano, alle volte deliranti. Sebastian iniziò a pensare che quell'esistenza sembrava quasi plausibile, perlomeno era qualcosa. I ragazzi erano spesso rabbiosi, nervosi,litigavano molto, anche con le loro ragazze, ma non si mollavano mai, ne fra amici ne fra innamorati. Nemmeno i suoi genitori si erano mai mollati, non bastavano le coltellate figuriamoci la rabbia.
Durante il pomeriggio del terzo giorno però uno dell'appartamento al quale era intitolato il contratto d'affitto, comunicò gentilmente a Seba che se ne doveva andare, che loro non volevano cazzi con la polizia e che se attirava l'attenzione su quella dimora erano tutti fottuti. Non ci potevano dormire in così tanti, lo facevano per sostenersi e per gestire meglio un certo traffico.
Sebastian non oppose resistenza, comprese...il suo volto era in internet, dunque infilò le sue poche cose nello zaino, restituì la droga e i soldi e uscì all'aria aperta.

Cercò di camuffarsi con un cappuccio e degli occhiali da sole, ma la strada è ampia e il sole la illumina, la strada poi è poca in quelle cittadine di provincia e un quattordicenne fuggitivo viene visto, viene visto in fretta. Il primo a fermarlo fu proprio Gago, storico caso sociale di quelle parti, sulla trentina, famoso spacciatore di sostanze soggette a pene minori, famoso consumatore di vita insensata e di chimica, famoso per tutti, anche per la polizia. Gago era stato dentro per furto e per altre cose legate alla notte della ragione.

"Cazzo fai in giro oh...ti cercano, torna in istituto coglione"
"Non ci torno Gago, che mi vengano a prendere se proprio, ma mi devono beccare"
"Vieni da me?"

C'era qualcosa in quel "vieni da me". Sebastian forse, a quattordici anni, era ancora troppo acerbo per percepirlo, oppure già abbastanza sveglio per approfittarne.

Gago era praticamente un personaggio asessuato, nessuno lo aveva mai visto con una donna e nemmeno con un uomo, lui era sposato con la sua devianza, lo spaccio e il consumo erano le sue espressività. La sua storia lo aveva portato in quei luoghi da molto lontano, la sua storia la conoscevano in pochi, ma quei pochi avevano ricevuto la conferma del fatto che il terrore esiste nel mondo e nel mondo esiste tutto ciò che un essere umano può arrivare ad immaginare. La madre di Gago aveva sposato un uomo svizzero che l'aveva fatta trasferire nella città del pompino. La madre di Gago non era convinta di quel trasferimento, però a casa sua faceva la fame e la puttana e certe notti venivano i topi nella loro baracca per provare a mangiarsi Gago, che aveva pochi mesi all'epoca. Il padre di Gago picchiava sia lui che la madre e una volta aveva dato due punti di sutura alla bocca del bambino, con un ago e dello spago, per farlo smettere di piangere. Non erano delle buone premesse per una crescita sana, ma la madre di Gago pensava anche a se stessa, non solo al figlio. Il padre di Gago poi era morto ammazzato; per un buon tempo la madre di Gago e lo svizzero si frequentavano solo quando quest'ultimo andava in vacanza al caldo, poi l'amante dei tropici riuscì a racimolare la grana per far viaggiare la donna con suo figlio, ormai cresciuto. Dopo il trasferimento in Svizzera, avvenuto quando Gago aveva si e no sei anni, la strada fece il resto. Gago crebbe in fretta e quella cittadina divenne il suo parco giochi. La madre per un po' continuò a prostituirsi, ma poi divorziò dallo svizzero e tornò al sud. Lo svizzero beveva molto e fu ricoverato, per poi in seguito morire. Gago venne su come poteva, portò in quella cittadina una certa legge urbana e un certo concetto della non-dimora e dello spazio pubblico.

L'omosessualità di Sebastian, comunque, era manifesta e chiara a tutti.

Capitò allora che quella sera Sena e Gago si misero a bere. Seba voleva solo un nascondiglio e delle vie di fuga mentali, aveva deciso che quella poteva essere anche la sua ultima notte sul pianeta terra, sentiva che poteva anche morire. Bevvero una bottiglia di vodka, poi un'altra, mischiarono tutto con succo di ananas. Dopo la prima bottiglia iniziarono a nuotare nell'aria, verso metà della seconda si imbruttirono e si caricarono molto di pensieri e di immagini...pronti al collasso, flirtando con il crollo, compensando con stimolanti in polvere, zero cibo.

"Cazzo se bevi"
"Anche tu"
"Si ma io ho ventotto anni, tu quattordici primavere del cazzo"
"Fanculo"

Uscirono che il giorno era finito da un pezzo, la notte li voleva condurre all'Orange, una discoteca raggiungibile solo con il treno a quell'ora.
Camminarono fino in stazione, in giro non c'era anima viva ma per sicurezza Gago aveva prestato a Seba dei vestiti diversi e un cappello.
Capitò poi qualcosa di strano, senza precedenti. Mentre aspettavano il treno ridevano un po' e accennavano qualche passo di danza su una base tecno emessa da un cellulare...Gago iniziò a manifestare una certa attitudine fisica, diversa, sempre asessuata, ma diversa, più vicina, più richiedente.

Il pusher non rifletté molto quando disse:

"Ora ti verrà da ridere ma son così fuori che mi farei fare una sega da te" lo disse così, senza precedenti riflessioni, ne preamboli, solo percependo le parole che uscivano dalla sua bocca...però lo disse.

"Vaffanculo Gago" rispose Seba ridendo.
"Ma come vaffanculo..."
"Cos'è sta storia della sega?"
"Ma che ne so, scherzavo, sono fuori"

Calò però un certo silenzio e i passi di danza tecno si fecero strisciar di suole e poi sassi, poco dopo venne fuori la labilità di Gago.

"Mi levo dalle palle frocetto, vacci da solo testa di cazzo in discoteca" sibilò.
"Ma che cazzo stai dicendo, dai accompagnami Gago, lo sai che non entro senza di te, sei tu che li conosci tutti quelli che ci lavorano, e poi sono minorenne"

Ancora silenzio.
Gago era impallidito, sentiva un potere e non sapeva se poterlo usare e la vodka aveva smesso di essere divertente.

"Vuoi solo entrare in quel posto e tirare un po di anfe che io corro il rischio di portare nelle mutande, non ti frega un cazzo della nostra amicizia" biascicò.

Seba non provava niente, non sentiva nulla, era perfino oltre al senso di vuoto, non pensava e non si sentiva in colpa di un cazzo, inoltre Gago aveva ragione.

Seba voleva solo procedere, senza interruzioni, senza intralci, risoluto, evidente e fluido come sangue improvviso dal naso...voleva solo allontanarsi con la mente da ogni istituto, ogni tecnico dell'educazione, ogni progetto pedagogico, ogni timeout fra gli sfollati della legge Basaglia che ogni tanto dovevano svernare.

"Si esatto, voglio fottermi tutta la notte e voglio ballare e perdermi e non sapere più chi sono e sopratutto non voglio fermarmi a pensare a un cazzo, non voglio riflettere su nulla, perciò non mi rompere i coglioni con le tue stronzate, non mi mollare adesso, dimmi cosa cazzo vuoi in cambio"

"Ho qui diversa roba, il treno è fra venti minuti, però voglio che mi fai qualcosa"

"Cosa"

Gago era impietrito, i suoi occhi un po' strabuzzavano, aveva paura, era quasi incredulo che lo stesse facendo veramente, mai lo avrebbe immaginato...chiedere questa cosa proprio a quel Sebastian apparso sui siti di informazioni proprio quel pomeriggio, che storia...ma non si fermò...era tutta vita no? Lo avrebbe raccontato, o quantomeno lo avrebbero raccontato di lui...dimmi cosa hai combinato e ti dirò chi sei...ma l'importante era essere, per non svanire.

"Andiamo al cesso e ti chiedo una cosa" disse infine.

Sebastian aveva già capito, anzi, non sapeva se si trovava prima o oltre alla comprensione...senza riflessioni prese quel fottuto di Gago per la manica della giacca in nylon e iniziò a camminare veloce attraverso gli spazi echeggianti della stazione che li separavano dai cessi illuminati di azzurro.
Era vuoto...eppure per un istante, mentre dava vita ai primi lunghi passi in direzione del cesso, si sentì profondamente triste e abbandonato...e pensò:

"Chissà se un giorno potrò farci qualcosa con questa oceanica tristezza"

Poi si svuotò nuovamente e proseguì la sua marcia.



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