giovedì 28 novembre 2019

Nuova pubblicazione



“Il mio nome era 125” è un romanzo storico sul tema delle misure coercitive a scopi assistenziali, metodi di internamento di minori e adulti che hanno caratterizzato il funzionamento sociale e istituzionale del nostro paese per molti decenni, fino all’inizio degli anni Ottanta. Il libro è biografico, è ambientato prevalentemente a Bellinzona ed è ispirato dalla reale storia di Piero, un bambino nato nel 1948 che viene internato presso l’Istituto von Mentlen, tutt’oggi attivo nella capitale ticinese. Piero viene separato dalla giovane madre all’età di 6 anni, in quanto quest’ultima, rimasta sola, non può più avvalersi della legittimità del suo ruolo genitoriale. Una ragazza madre all’epoca veniva facilmente delegittimata dalla comunità e dalle autorità, permeate da un moralismo obsoleto e giudicante, così per il piccolo Piero inizia un percorso fatto di grande sofferenza ed episodi traumatizzanti. Piero viene dichiarato illegittimo, giudicato “figlio di nessuno” e dopo ripetute pressioni nei confronti della madre da parte delle autorità, collocato. L’internamento di Piero dura dal 1954 al 1959 e in questo lasso di tempo il piccolo subisce ogni forma di abuso. Nonostante la durezza del tema la storia narra del potere della sopravvivenza e della magica resilienza umana. Piero “rimarrà a galla” e imparerà a nuotare con le proprie braccia. Questo racconto sprofonda le sue radici nell’ identità di Matteo Beltrami perché Piero è in realtà suo padre. Dopo quasi sessant’anni dalla sua uscita dall’istituto von Mentlen l’autore ha accompagnato Piero presso il Servizio per l’aiuto alle vittime di reati, dove nel 2017 hanno aperto uno sportello temporaneo per raccogliere le deposizioni di coloro che erano stati vittime delle misure coercitive a scopi assistenziali in Ticino. “Vedere mio padre raccontare quello che gli era successo in collegio mi ha portato a riflettere sulla possibilità/il tentativo di restituirgli un’infanzia che gli era stata sottratta, una storia che mettesse in risalto il valore della sua sopravvivenza e della sua forza.” Un racconto per cercare di ricostruire l’identità frammentata. 

sabato 23 novembre 2019

Non so più chi c'era (racconto vincitore del premio Castelli di carta 2019)


-C’erano un cinese, un messicano, un bianco e un nero, tutti e quattro…
- Alt! Non tollero le barzellette razziste.
- Ah, ma guarda che non è…
- Alt! Sai che esistono anche cinesi neri o messicani bianchi? E poi non potresti dare più dignità al personaggio bianco e a quello nero?
- Cinesi neri? Scusa, ora sono confuso e…
- Provaci!
- Va bene, scusa. C’erano un cinese nero, un messicano bianco, un ivoriano integrato professionalmente a Zugo e un bianco infermiere pediatrico.
- Alt!
- Però tu...
- No! Ora dimmi perché il cinese è diventato nero e il messicano bianco? E perché per avere una dignità il nero dev’essere per forza integrato a Zugo e il bianco un crocerossino?
- Ma perché tu prima…
- Sai bene che la barzelletta non può perdere la sua verve.
- Si, ora però mi è venuta come un’ansietà, scusa ma…
- Smettila di scusarti!
- Oddio. C’erano un cinese di stirpe filippina che comunque conviveva con una togolese, un messicano pro Trump con genitori emigrati a Dallas che comunque con regolare contratto si facevano un mazzo così nei campi per farlo studiare, un bravo fairtrade coffee producer ivoriano che dava lavoro agli amici e che comunque sosteneva a distanza anche famiglie svantaggiate di Zugo e infine un bianco che era amico degli anziani genitori del messicano, sai che anche lui era di Dallas? Tra l’altro spesso dava loro una mano con le faccende domestiche e bilancio permettendo con qualche contributo cash.
- Perché la togolese era in Cina?
- Ceppo comunista. Volle trasferirsi e conobbe il cinese.
- Cosa studiava il messicano?
- Da medico geriatra.
- Si può fare che l’ivoriano dava lavoro ad altri e non ai suoi amici?
- Affare fatto.
- Senti ma il bianco accompagna i genitori in Messico ogni tanto?
- No ma spesso paga al figlio il volo per Dallas.
- Certo che volare inquina.
-Si, scusa.

Due mutande all'alba

Sono apparse due mutande sul bagnasciuga dove all’alba vado a bere il primo caffè, una è bianca e l'altra è nera. Quella bianca è da donna, lo si vede dal pizzo che decora i bordi. Quella nera è da uomo, risulta chiaro dalla forma. Mi sono seduto sul solito masso a pochi centimetri dal punto variabile in cui le onde raggiungono con calma la riva. In natura non c'è mai silenzio, solo suoni ai quali non facciamo caso, ho ascoltato quei rumori di fondo e mi sono sentito calmo. Il lago stava ancora smaltendo l’inverno, la temperatura del caffè ha invaso il mio corpo. Voltato lo sguardo ho notato le due mutande a un paio di metri da me. Sembravano nuove, fresche di bucato. Fluttuavano a raso dell’acqua impigliate ad alcune radici di salice che sbucavano dalla sabbia soffice del fondale. Le due mutande erano vicine fra loro in un modo che mi è sembrato affettuoso, le onde le facevano dondolare sul posto, in sincronia. Sembravano addormentate. Il bianco di una e il nero dell’altra erano luminosi e vividi. Componevano una foglia di ninfea in cotone.
Penso che qualcuno se le sia sfilate durante la notte, perché ieri non c’erano. Potrebbe anche averle portate la corrente, forse erano cadute giorni prima da una barca o da un balcone a picco sul lago. Però sono rimaste vicine l’una all’altra.
Provo il chiaro sentore che quella notte qualcuno sul bagnasciuga ci ha fatto l’amore. Me ne compiaccio.
Non è scontato abbandonare le proprie mutande, né per scelta né per dimenticanza, perché un marcato senso di nudità ci rammenta della loro assenza. Penso a ciò che è naturale in questa vita e le osservo oscillare. Bianche o nere che siano, le mutante, ogni tanto ci va di sfilarcele e di dimenticarcele li, dove le abbiamo lasciate cadere per rimanere nudi, davanti agli altri o a noi stessi.

martedì 13 agosto 2019

Poesie confuse buffe

Poesia confusa buffa 

La quotidianità 
Mi confonde 
Mi mette alla prova 
Mi de 
Cen 
Tra 
Scen
De 
Le mie capacità 
Di mantenermi Calmo 
E allora
È una sfida continua 
Un dialogo interiore 
Srotolato Sconfinatamente 
E senza sosta 
Da apnea 
Certe volte Mi sveglio 
E penso alla mia Quotidianità
Me la figuro 
Mi agita 
Mi attiva fastidi 
E allora mi dico 
Cerca anche di godertela 
Che ne so 
Beviti un vino nella vasca 
Beviti un buon vino in piazza 
Appena finisci la riunione 
Mah, oppure
Potresti berti un buon vino 
Prima di guardare un bel film 
E vedrai che la quotidianità 
Risulterà più dolce 
Soave 
Tannica 
Ci abbini un formaggio a pasta dura 
I taralli 
Le olive taggiasche 
Poi penso che 
Se per reggerla 
Devo infilarci un buon vino 
Sempre 
Poi mi gonfio 
E se mi gonfio 
Son più teso 
Ah ok, dice allora il dialogo
E allora prova a correre 
Ma mi annoio 
Beh compensa con il veganesimo 
Che è un regime alimentare ipocalorico
No, è un regime alimentare ossessivo 
Beh e allora non bere 
Addolciscila con altro 
La quotidianità 
Con qualche bacio 
Non ne ho sempre a portata 
Il contatto con la natura 
Si, questo si 
Gli amici 
Già! Hai ragione! 
Scrivi una poesia sciocca
Anche! Giuro che lo farò!
Magari seduto 
Sull'argine del fiume 
Esci con i tuoi cani! 
Si! Anche! 
Pianifica un viaggio a Sarajevo! 
Si! Si! Si! Però...
Hai dubbi? 
Si. 
Sul viaggio in Bosnia?
No. È solo che... 
Siam chiamati per forza 
A riempirci di piaceri 
Per sopportare la quotidianità? 
Non potremmo semplicemente 
Starci? 
Mmm, capisco, però scusa, che male c’è? 
L’importante sai
È desiderare di riuscirci. 
Si, hai ragione, ma poi? 
Eh, poi nulla. Dopo un po’ si muore. Che vuoi 

Ma infatti


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Un piano zanzariano
per domare l’umanità

Re Zanza
Sanguinario
Dittatore zambiano
Guidava infiniti sciami famelici
Per espandere il suo regno
Conobbe sua moglie in Tibet
La Zara Zen Ymalayana
Che voleva salvare il mondo
Dalle ansie e dall’insonnia
Vegana per scelta
Si nutriva di anguria
I due eran diversi
Eppure in breve tempo
Reputarono affini
I loro interessi
Zanza desiderava
Conquistare
Tutte le specie
Anche i cactus
Anche gli uomini
Zara invece
Voleva regalare
A ogni cosa
Il sonno
La calma che mancava
Nel mondo
Dopo attenta analisi
Compresero che
Un elemento prettamente umano
Sarebbe stato in grado
Sia di domare
Che ti gratificare
Sia di possedere
Che di beare
Gli umani
Perché l’uomo
ne aveva creati
Di marchingegni efficaci
Diabolici
Potenti
Alchemici
Mesmerizzanti
Eclatanti
Ma nessuno di questi
Aveva mai raggiungo
La portata
L’importanza
La potenza
L’influenza
dell’Amore
Così Re Zanza
E la Zara Zen
Soli soletti
Senza l’aiuto di nessuno
Iniziarono a vagare per il mondo
Succhiando sangue umano
Un po’ di qua e un po’ di la
Dalle vene di coloro
Che di amore
ne sapevano di più
Ovvero i cuori infranti
Alcuni genitori
Guardiani di animali
Ostetriche
Dottori
Con lo scopo di creare
Nei loro laboratori di Zanzibar
Un essere umano
Speciale
Un condottiero
Né uomo né donna
Né bianco né nero
Né adulto né bambino
Né bravo né cattivo
Né giusto né sbagliato
Animato unicamente
Da un istinto amoroso
Autentico e puro
Quel nuovo umano
Sarebbe diventato
Il loro strumento
Il loro Godzilla!
Avrebbe dominato gli umani!
Zanza bramava
La coercizione dei sentimenti
Gli umani avrebbero sorriso
Mentre lui conquistava il mondo
Provando l’ebrezza
Di sentirsi amati per davvero
Zara desiderava
Accedere ai cuori
E far capire agli umani
Che in fondo
c’era da star tranquilli
Se una notte dunque
Udirete il ronzio
Di due zanzare
Rapide e abilissime
Osservatele bene
Forse avranno
Delle piccole corone in testa
E in ogni caso
Evitate di far loro del male
Aprite una finestra
Spruzzatevi l’antibrumm
Avvolgetevi con il lenzuolo
Prendetevi un sonnifero potente
Loro hanno un piano
E chi siamo noi
Per ostacolarlo





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Poesia che ti dimentichi


Dal principio è importante
Ritirare il bucato
O dal turno dopo
Ci lasciano un post-it

Far partire il caffè
Mentre si sfamano i cani
E si dice loro
Che fra poco si esce

Ci piace lavarci i denti
Prima di colazione
Dici che è illogico
Ma proprio per questo

La chiavi del lavoro
Nello zaino
Quella di casa
Tasca destra dei jeans

Quella dell’auto
Tasca sinistra dei jeans
Quella dell’autorimessa
Nel fodero interno della giacca

Il telefono
Il portafogli
Nelle tasche laterali
In estate nello zaino

La coppola di cuoio
Che la lobbia da pioggia
L’ho dimenticata in giro
Il giorno prima

I collari dei cani
I guinzagli dei cani
I sacchetti per la merda
Anche se i miei la fanno nel bosco
Li usiamo solo se qualcuno ci vede

Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse
Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse
Le piastre sono spente
Le finestre sono chiuse

La chiave di casa?
Nello zaino
No quello è il posto
Delle chiavi del lavoro
Erano nello zaino?
Si sono attorcigliate
Al cavo delle auricolari

Vabè
Iniziamo ad aprire la porta
Teniamo i cani al guinzaglio
Con la mano sinistra
Che non vadano da soli
Per le scale del condominio
E con la destra
Cerchiamo le Chiavi
Ma quali?
Troviamo e Rimettiamo
le chiavi del lavoro
Nella tasca destra
Insieme a quelle dell’auto
Con le auricolari
Dell’autorimessa
Di casa
Del lavoro
Le Chiavi della bici
Ah erano qui

Non capiamo come
Ma Estraiamo con la mano destra
La chiave di casa
Dal fodero interno
E Chiudiamola sta casa!
Rimettiamo la chiave di casa
Nella tasca destra
Usando la mano sinistra
Quella del guinzaglio
Insieme a quella dell’auto e a quelle del lavoro

E i cavi delle auricolari
Che divorano tutto

Abbiamo mandato l’e-mail al collega?
No ma all'assicuratore si
E al responsabile degli apprendisti?
No ma al portinaio si
Le piastre
Scendiamo  le scale

Le finestre
Facciamo shh ai cani
È ancora buio
È ancora presto

Bip-Bip
Tutti in auto
Le finestre erano chiuse
Non abbiamo preso
il caricatore del telefono

Diciamo ai cani che torniamo subito
Le chiavi di casa
Del lavoro
Di casa
Sono sparite
Tiro il cavo delle auricolari
Ora è nella tasca laterale della giacca
Insieme a tutte le Chiavi e al guinzaglio
Esce un’anomala
massa di Chiavi catturare

E ritrovo anche una multa

Apriamo
Il caricatore è di fianco al letto
La finestra della stanza era aperta
Dovremo prelevare al bancomat
Fare benzina al distributore

Arriviamo al distributore
Benzina e caffè
Non abbiamo prelevato
Paghiamo con la carta
Scade il mese prossimo
Nip pin EC drin drin
95 ottani senza piombo

Possiamo bere il secondo caffè
Far mente locale
Ascoltare il suono che fa
Dentro di noi
La conversazione fra due anziani
Che bevono la birra
Alle sette del mattino
Al bar del distributore

-Mi ha detto così
-Proprio così
-E tu cosa gli hai detto
-Ma cosa vuoi dire
-Detto niente
-Ma non gliel'ho mica comprato


E poi han fatto cito

L’emozione che inizia
A palpitare nella gola
Pensando alla giornata
Cercando di ricordare il perché
Perché procediamo
Perché continuiamo
A liberare
mazzi di Chiavi
Da cavi di auricolari
Liberare Cani da guinzagli
Liberare Posteggi da auto
Letti da corpi
Menti da pensieri
Piatti dal cibo
Facce dalle barbe
Agende da date libere

Perché? Per chi? 

E poi ci ricordiamo
Di tutte quelle cose
Che conteniamo nel cranio
Di quelle che ci illudiamo di ricordare
Di noi, di voi
Ma per ricordare ci vuole tempo
E comunque dopo un po’
Non ci si ricorda più
Ne arrivano altre

E le rimpiazzano

È una corsa in cerca di senso
Un viaggio di piacere
Forse è ancora lungo
Mettiamoci a sedere


venerdì 12 luglio 2019

La spina

Ero al mare da un mese
Alloggiavo in una remota 
Casa di calce
Attorno a me il vuoto naturale 
La commuovente vastità 
Della benamata solitudine 
Solo che 
Mi dovevo liberare
Di una spina
Mi si era infilata
Nel centro del tallone sinistro
Mentre camminando fra gli ulivi 
Cercando di schivare
Tutte le altre spine
Beh 
Non stiamo parlando
Di una suocera avara di complimenti 
Un vu comprà mentre hai addosso la spesa 
e piove 
Un debito con il meccanico 
Un figlio 
Un vicino di casa che suona il djembé 
Le formiche nel frigo
Una cicala all'alba 
Le aspettative di un amico metodico 
Una donna a cui piace piacere 
a cui tu non piaci
Le briciole di pane 
fra le cuciture dei sedili dell’auto 
Eppure 
Da solo non ci riuscivo 
Assumevo posizioni ridicole
La vedevo
La toccavo
Ne capivo il posizionamento
La traiettoria
La profondità
Ma non riuscivo a liberarmene 
E allora 
Mi sono sentito fragile
E l’ho lasciata lì 
Inarrivabile 
A pungermi

Mb