martedì 30 dicembre 2014

Kyoto


Percorrendo il vuoto

Delle distanze ampie

Giganti eppure vuote

Ho visto con i miei occhi

E sentito con il mio corpo

Che in realtà

Le distanze non sono percorribili

Perché non esistono

Esiste solo l’immenso andare

E l’immensa illusione di partire

E arrivare

Ma siamo come i pensieri dello sbronzo

A volte tristi

A volte vivaci

E soprattutto senza pace

Siamo acqua nel Pacifico

Aria nel Monsone

Non si arriva

Non si va

Ed è impossibile restare

 
 
M

giovedì 25 dicembre 2014

Luna

Questa notte non ti ho osservata Luna, solitamente cerco di esplorarti intimidita dalla finestra, tu luna risplendi su di minuscoli esseri che si muovo freneticamente.
Risplendi sui volti dei viandanti che si aggirano per le strade di notte, alla ricerca di un qualcosa che possa intiepidirli.
Luna, quante volte ho cercato di assorbire la tua luce facendola mia...innumerevoli volte avrei voluto essere lontana come te, e allo stesso tempo far sognare l'animo delle persone.

lunedì 3 novembre 2008, ore 05.58, Pioggia

Mi faccio piccola sulla sedia ed ascolto il ticchettio...della pioggia che s'infrange lungo il davanzale della mia finestra...innumerevoli gocce di pioggia che scivolano dal cielo.
Non ho voglia di alzarmi per andare a chiudere la finestra, voglio ascoltare con l'orecchio teso i tumulti notturni.

I miei pensieri si focalizzano sulla mia esistenza priva di significato, assumono forme diverse, rendono tutto insopportabile.

...osservo le mie mani...sono vuote...vuote come la mia anima...

Cerco di non pensare a quello che mi opprime...ma un leggero dolore al petto mi obbliga ad alzarmi...mi muovo avanti e indietro lungo la stanza...

Cerco rifugio nelle tue parole...parole che mi hanno sempre rassicurata...protetta...

Forse dovrei andare a dormire invece di stare qui sveglia davanti ad un monitor che neanche mi parla...

Ho acceso un'ultima sigaretta nella speranza di placare quest'ansia che mi divora, vorrei riuscire a dormire almeno per qualche ora...vorrei adagiare il capo sul cuscino e sognare mondi fantastici...

ma che cavolo scrivo? Sognare mondi fantastici? Non esistono.

Capita

Richiudo il libro che sto leggendo e questo reagisce con un flaccido flap di stizza davvero poco efficace…è debole in tutto, io lo vedo così, non mi piacciono i libri che invece di raccontare mi annoiano parlando, parlando, restando fermi…penso di averlo offeso, ma non mi sento in colpa.
Lo spacco in due e lo butto via, lontano da me, è rotto, non parla più ora. Lo fisso per un tempo piuttosto corto, mi annoia, sfasciarlo non mi ha procurato effetto alcuno. Mi sento osservato, forse dal personaggio di quel libro, anzi no, dalle pareti, come se ci fossero telecamere ovunque, nascoste fra i granuli della vernice, quella vernice tanto bianca da farmi venire voglia di vomitarci sopra a spruzzo. Ora è questo il mio mondo, bianco, pulito, ordinato, in cui le mie pazzie più intime vengono quotidianamente messe in risalto a causa della perfezione che mi circonda, perché io non sono perfetto, io sono addirittura diventato pazzo, ma mi vogliono rieducare alla perfezione, o perlomeno alla normalità. Fuori è notte, ma qui dentro è giorno, la gente lavora, i neon bruciano e mi accecano forandomi le palpebre, altre persone gridano e le grasse donne delle pulizie strascicano, con quel loro valzer stanco, gli stracci fradici sul pavimento immacolato di squallido.
Anche io sembro la notte, diffondo una sorta di buio tutto intorno a me, ma dentro ho il giorno, un giorno attivo e caotico, uno di quei giorni in cui non sai da dove cominciare e vedi la gente che prende l’auto per andare al lavoro, ma tu non ce la fai, perché non riesci a darti un senso e fissi il soffitto, lo fisso il soffitto. Voglio uscire, voglio fare vedere a tutti che sono ancora capace di dare un senso al mio giorno. Allora ci provo, ma la porta è chiusa, lo so ancora prima di provare ad aprirla, dunque mi blocco. Stringo forte il cuscino, dapprima in un abbraccio affettuoso ed infantile, poi lo afferro con più forza ancora e serro le mani violentemente, sempre più violentemente, lo scuoto, lo lacero, lo spacco in due, spargo per la stanza quel gregge di pecorelle incantate. Sento una musica, una dolce melodia. Il sangue mi pompa e martella nelle vene, su fino al cervello, affluisce, affluisce ed io mi aggredisco, smetto di respirare, sollevo il letto e lo proietto metallico contro la porta che si ammacca sbriciolandosi di schegge, è fragile, forse non se lo aspettava la maledetta. Ormai ho cominciato, mi sederanno. Picchio la testa contro la porta ed è come se una lampo mi si aprisse sulla fronte, sbrodolo rosso e vedo rosso, ma non sto male, non riesco a stare peggio, sento la porta che ride. Un calcio, due, tre, rapidi, sconsiderati, folli almeno quanto mi sento folle io, al quarto una gamba sfonda e passa attraverso, sbrodolo anche dallo stinco, ma so di essere fuori, con altri due calci lo sono. Non c’è nessuno, sono scappati tutti, ritorneranno solo alcuni, solo i peggiori, i più pericolosi. Sono uscito di casa, ho iniziato la mia giornata anch’io, ce l’ho fatta di nuovo, non so ancora se ci credo, ma sono fuori e sto andando al lavoro. C’è traffico, l’autoradio è scollegata, non funziona, non conosco più le strade della mia città, mi inseguono. Non vogliono ancora, non posso, mi sono addosso e mi cantano delle poesie antichissime, le ascolto, mi pungono, punge come punge l’ape, mi infetta di un sonno che un’ape non sa cos’è, vorrei girarmi sulla pancia, per addormentarmi meglio, ma mi tengono fermo, ed infilano le loro dita nelle mie ferite, nella fronte, dentro fino al cranio, attraverso a questo, fino al cervello, lo plasmano ed io non esisto più, ci sono solo le mie paure addormentate che ormai fanno paura solo agli altri e non a me.
Passano giorni, notti che non distinguo, passano infermiere, passano flebo, passano radiografie, passano medicine colorate, passano incubi, esco da quello che credo sia un ospedale in un giorno di sole, nel tragitto in automobile vedo della gente per strada e mi ricordo di quando non ero ancora impazzito, di quando ancora non mi ero accorto di essere troppo sensibile. Mi viene voglia, voglia di tutto, di sudare soprattutto, ripercorro scompostamente i modi che adottavo per sudare, mi torna in mente lei, non è mai venuta a trovarmi.

Scendo dall’auto e ricevo degli applausi, forse nessuno è mai riuscito a sfondare una di quelle porte. Già nell’atrio sento una musica, vedo mentalmente il volto del cantante ma non ricordo il suo nome, alcune persone ballano, a me fanno paura, ho ancora paura. Mi domando che aspetto devo avere, forse sembro catatonico, non riesco a trovare un metodo per non apparirlo. So di gente che è guarita, non so se io potrò guarire…forse mai completamente, ma non sono nemmeno mai stato completamente guarito, e che cosa vuol dire poi: guarire. Un piccolo uomo mi invita al ballo, mi prende per un braccio, prima di impazzire ballavo spesso, sempre di meno però. Verso la fine a volte scomparivo dalla pista senza dire nulla a nessuno, mi ritrovavano addormentato in auto. Ballo, più che sentire la musica imito il piccolo uomo, il mio giudizio è che balla tremendamente male. Sono caduto dentro me stesso perché mi ci sono sporto troppo o perché mi ci hanno spinto dentro? Vedo una luce, lassù in alto, il piccolo uomo mi aiuta a raggiungerla, mi fa da scaletta con le mani mentre balla male, ma è troppo basso, dovrei infilare sotto i suoi piedi tutte le cataste di ricordi che posseggo. Dovrei capire come sono finito nel buco, oppure nemmeno questo.

M