Richiudo
il libro che sto leggendo e questo reagisce con un flaccido flap di stizza
davvero poco efficace…è debole in tutto, io lo vedo così, non mi piacciono i
libri che invece di raccontare mi annoiano parlando, parlando, restando
fermi…penso di averlo offeso, ma non mi sento in colpa.
Lo
spacco in due e lo butto via, lontano da me, è rotto, non parla più ora. Lo
fisso per un tempo piuttosto corto, mi annoia, sfasciarlo non mi ha procurato
effetto alcuno. Mi sento osservato, forse dal personaggio di quel libro, anzi
no, dalle pareti, come se ci fossero telecamere ovunque, nascoste fra i granuli
della vernice, quella vernice tanto bianca da farmi venire voglia di vomitarci
sopra a spruzzo. Ora è questo il mio mondo, bianco, pulito, ordinato, in cui le
mie pazzie più intime vengono quotidianamente messe in risalto a causa della
perfezione che mi circonda, perché io non sono perfetto, io sono addirittura
diventato pazzo, ma mi vogliono rieducare alla perfezione, o perlomeno alla
normalità. Fuori è notte, ma qui dentro è giorno, la gente lavora, i neon
bruciano e mi accecano forandomi le palpebre, altre persone gridano e le grasse
donne delle pulizie strascicano, con quel loro valzer stanco, gli stracci
fradici sul pavimento immacolato di squallido.
Anche
io sembro la notte, diffondo una sorta di buio tutto intorno a me, ma dentro ho
il giorno, un giorno attivo e caotico, uno di quei giorni in cui non sai da
dove cominciare e vedi la gente che prende l’auto per andare al lavoro, ma tu
non ce la fai, perché non riesci a darti un senso e fissi il soffitto, lo fisso
il soffitto. Voglio uscire, voglio fare vedere a tutti che sono ancora capace
di dare un senso al mio giorno. Allora ci provo, ma la porta è chiusa, lo so
ancora prima di provare ad aprirla, dunque mi blocco. Stringo forte il cuscino,
dapprima in un abbraccio affettuoso ed infantile, poi lo afferro con più forza
ancora e serro le mani violentemente, sempre più violentemente, lo scuoto, lo
lacero, lo spacco in due, spargo per la stanza quel gregge di pecorelle
incantate. Sento una musica, una dolce melodia. Il sangue mi pompa e martella
nelle vene, su fino al cervello, affluisce, affluisce ed io mi aggredisco,
smetto di respirare, sollevo il letto e lo proietto metallico contro la porta
che si ammacca sbriciolandosi di schegge, è fragile, forse non se lo aspettava
la maledetta. Ormai ho cominciato, mi sederanno. Picchio la testa contro la
porta ed è come se una lampo mi si aprisse sulla fronte, sbrodolo rosso e vedo
rosso, ma non sto male, non riesco a stare peggio, sento la porta che ride. Un
calcio, due, tre, rapidi, sconsiderati, folli almeno quanto mi sento folle io, al
quarto una gamba sfonda e passa attraverso, sbrodolo anche dallo stinco, ma so
di essere fuori, con altri due calci lo sono. Non c’è nessuno, sono scappati
tutti, ritorneranno solo alcuni, solo i peggiori, i più pericolosi. Sono uscito
di casa, ho iniziato la mia giornata anch’io, ce l’ho fatta di nuovo, non so
ancora se ci credo, ma sono fuori e sto andando al lavoro. C’è traffico,
l’autoradio è scollegata, non funziona, non conosco più le strade della mia
città, mi inseguono. Non vogliono ancora, non posso, mi sono addosso e mi
cantano delle poesie antichissime, le ascolto, mi pungono, punge come punge
l’ape, mi infetta di un sonno che un’ape non sa cos’è, vorrei girarmi sulla
pancia, per addormentarmi meglio, ma mi tengono fermo, ed infilano le loro dita
nelle mie ferite, nella fronte, dentro fino al cranio, attraverso a questo,
fino al cervello, lo plasmano ed io non esisto più, ci sono solo le mie paure
addormentate che ormai fanno paura solo agli altri e non a me.
Passano
giorni, notti che non distinguo, passano infermiere, passano flebo, passano
radiografie, passano medicine colorate, passano incubi, esco da quello che
credo sia un ospedale in un giorno di sole, nel tragitto in automobile vedo
della gente per strada e mi ricordo di quando non ero ancora impazzito, di
quando ancora non mi ero accorto di essere troppo sensibile. Mi viene voglia,
voglia di tutto, di sudare soprattutto, ripercorro scompostamente i modi che
adottavo per sudare, mi torna in mente lei, non è mai venuta a trovarmi.
Scendo dall’auto e ricevo degli applausi, forse
nessuno è mai riuscito a sfondare una di quelle porte. Già nell’atrio sento una
musica, vedo mentalmente il volto del cantante ma non ricordo il suo nome,
alcune persone ballano, a me fanno paura, ho ancora paura. Mi domando che
aspetto devo avere, forse sembro catatonico, non riesco a trovare un metodo per
non apparirlo. So di gente che è guarita, non so se io potrò guarire…forse mai
completamente, ma non sono nemmeno mai stato completamente guarito, e che cosa
vuol dire poi: guarire. Un piccolo uomo mi invita al ballo, mi prende per un
braccio, prima di impazzire ballavo spesso, sempre di meno però. Verso la fine
a volte scomparivo dalla pista senza dire nulla a nessuno, mi ritrovavano
addormentato in auto. Ballo, più che sentire la musica imito il piccolo uomo,
il mio giudizio è che balla tremendamente male. Sono caduto dentro me stesso
perché mi ci sono sporto troppo o perché mi ci hanno spinto dentro? Vedo una
luce, lassù in alto, il piccolo uomo mi aiuta a raggiungerla, mi fa da scaletta
con le mani mentre balla male, ma è troppo basso, dovrei infilare sotto i suoi
piedi tutte le cataste di ricordi che posseggo. Dovrei capire come sono finito
nel buco, oppure nemmeno questo.
M
M
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