venerdì 9 dicembre 2016

Tokyo Narita Terminal 2

Senza energia
Rimangono le coppie
Per tollerare con dolcezza
Quella vicinanza scontata
A volte flaccida
O pelosa o sudata
O stancante
E allora
Comunque non si separano
Nemmeno per un po'
Sarebbe bello ma non lo fanno
E non tacciono
Mai
Sarebbe bello ma non lo fanno
E continuano a spiegarsi
Quanto si amano
Come per dirselo
A se stessi medesimi
Se uno va via
L'altro sa dov'è
Se uno tace
L'altro sa perché

E non c'è più bellezza
Di quella che non si dice
Perché evapora
Sotto alla luce incandescente
E poco ecologica
Dei verbi richiesti
Del tepore preteso, comprato

E le coppie lo sanno
Eppure non ce la fanno
A onorare la definizione

lunedì 31 ottobre 2016

Poesia di un sabato sera

È stato un giorno solo
il giorno che ho trascorso da solo
sabato, che bella parola poi
Ne passo di giorni da solo
ma per oggi
un sabato solo
da solo
Prima della domenica
che passerò da solo
anche quella
Quella però è più stronza
fa le bizze
non ti lascia vivere
poi però
interviene la mia amata solitudine
che sa il fatto suo
che ne ha viste
e la fa felice
alla domenica
Oggi comunque è sabato
siamo già alla sera
la parte del sabato in cui tutto 
diviene
ancora più sabato
Non ho parlato con nessuno
a voce
in questo giorno di sabato
Mi sono solo scritto con gente
che mi ha raccontato
di cosa aveva mangiato
di cosa aveva visto
di cosa aveva detto
di cosa gli avevano detto
di cosa aveva pensato
di cosa aveva sentito
di cosa non aveva capito

poi non ho più parlato
perlpiù mi sono mosso
gesti fluidi e noti
fare dei caffè per me
aprire il sacchetto dei taralli
per me
guardare certe foglie 
attraverso la finestra
per me
guardare nel vuoto
per me

infine
ho visto un film dell'orrore
che domani è Ognissanti
ed ecco
ho appena scritto Ognissanti
e mi sono accordo che oggi non è sabato
ma lunedì trentuno ottobre
del duemilasedici

scusa poesia
qui finisci
non vai da nessuna parte
ti ho illusa
con la mia sbadataggine



M

Gli Uomini Neri (2010)

Inizialmente non ci feci molto caso. Solo in un secondo momento mi resi conto di averne già visti alcuni, durante le ultime settimane. 
Ero assorto nella registrazione di dati relativi ad una partita di calcio in corso; si sfidavano i ragazzi della Collina San Sebastian e quelli della Costa Nera. La partita si stava svolgendo su un campetto fatto di secca, asciutta terra battuta, a ridosso della Laguna Alalay, a Sud Ovest di Cochabamba. Il gioco era pesante, i giocatori affannati rotolavano lenti dentro nubi di polvere sabbiosa, la loro pelle inaridita trovava salato sollievo solo tramite il sudore sporco. Laringi infiammate e polmoni intasati dalle particelle flottanti, si esprimevano attraverso colpi di tosse arida ed ansimante. I giovani uomini in campo picchiavano, sapevano farsi male.
Guardavo lontano, verso la statua del Cristo de la Concordia, poi un uomo nero mi passò davanti. Non era il primo che vedevo, però solo in quel momento mi resi effettivamente conto del fatto che da qualche giorno, fra i ragazzi in situazione di strada di Cochabamba, alcuni erano diventati completamente neri, ricoperti da una specie di fuliggine. 
Non è una metafora, avevo visto “il rospo”, “la lumaca”, “il cameroon”, “il presidente”…ed ora stavo vedendo “Cesare”...il quinto uomo nero in tre settimane. Cosa stava succedendo?
Cesare si muoveva ansiosamente, non riusciva a stare fermo, le sue gambe schizzavano a destra e a sinistra mentre camminava; le sue braccia ruotavano e le sue dita si chiudevano e si riaprivano in pugni intermittenti. Cesare parlava mormorando, senza mantenere un filo logico di un discorso. Le sue mascelle sembravano scolpite nella pietra, la sua lingua sembrava fatta d’asfalto liquido, i suoi lineamenti erano pesanti…e per poco non lo riconoscevo. Cesare era completamente nero…ed io me lo ricordavo mulatto.

Cesare!- lo chiamo

Il ventunenne si voltò verso una posizione indefinita nello spazio, guardando poi verso il cielo.
Provai a richiamarlo, mi notò.

Ciao Matteo! Scusa non sto bene- farfugliò.
Cos’hai?-
È che mi sono drogato moltissimo- non la smetteva di girare in circolo barcollando.
E perché sei nero?-
Non so…sono sporco…è colpa della droga-

Questa la sua risposta.
Lo osservai camminare scompostamente e ansiosamente ancora per qualche minuto, senza rendersene conto era arrivato quasi al centro del campo da gioco; l’arbitro dovette interrompere la partita e farlo allontanare. Cesare sparì fra alcuni alberi che oscillavano lenti vicini alla laguna.

Circa una settimana dopo, tornai a lavorare per un paio d’ore nella Piazza San Sebastian. Era da tempo che non ci ripassavo, avevamo avuto dei problemi con alcuni ragazzi più violenti e minacciosi di altri.
Tornai perché dovevo parlare con “il soldato”, un giovane uomo di 31 anni che da 6 mesi stava aspettando un letto in un centro di recupero. Finalmente il letto si sarebbe liberato, di li a due mesi.
Era importante comunicarglielo, affinché iniziasse a prepararsi mentalmente a lasciare la strada e magari a ridurre gli abusi.
Entrai nella Piazza e subito notai il sesto uomo nero, si trattava de “il matto”. Il giovane, appena maggiorenne, ballonzolava sorridendo inebetito per la piazza, era in mutande…era completamente nero, era sotto l’effetto di una droga potente. Si notava che nutriva una certa voglia di buttarsi nella fontana (dire fontana è un eufemismo), per lavarsi o ripigliarsi dall’effetto, ma il freddo o chissà quale pensiero lo vincolavano.
“Il matto” aveva gli stessi sintomi di Cesare…la stessa frenesia nei movimenti…mentre lo osservavo alcune idee si riunirono ed iniziarono a formare un pensiero razionale.
Quella frenesia impastata, quello stato mentale che li fa sembrare isolati dal mondo, probabilmente, pensai, si erano entrambi fatti di “pasta base”.

La pasta base è una droga composta dagli scarti ottenuti durante il procedimento usato per raffinare la cocaina (trasformazione della foglia di coca naturale in cocaina pura).
Viene estratta dalle foglie di coca (che di per se non sono una droga), con un processo di macerazione e amalgamazione con solventi come il cherosene, l’ammoniaca, la paraffina, la benzina o gli acidi. Questi solventi sono sostanze altamente tossiche, per questo la pasta base è molto dannosa per l’organismo e crea molto rapidamente dipendenze potentissime. Normalmente si consuma fumandola, mischiata con tabacco o marijuana.

Amico! Come stai?- Prima di individuarmi fece due giri su se stesso.
Matteo! Scusa sono molto drogato- le parole sembravano rimanere aggrappate alle pareti interne della sua acida bocca.
Ma perché sei nero?- faceva fatica a capire le mie parole.
Te l’ho detto amico, è che mi sono drogato moltissimo-
Hai fumato pasta base?-
Si si…tanto…-
E perché sei nero?-
Ho fumato in montagna-

“Il Matto” si allontanò, raggiunse il bordo della “fontana”, si sfilò le mutande e accennò a tuffarsi…non ci riuscì, rimase impietrito ed infreddolito, mi sembrò una tragica statua d’altri tempi.
Disse di aver fumato in montagna, era un’informazione in più, ma non mi aiutava molto…da dove venivano gli uomini neri? Perché erano tanto sporchi? Avevo guardato da vicino “il matto”; la sostanza che aveva sul corpo sembrava un sottilissimo strato di catrame, faceva impressione l’uniformità e la compattezza di quel rivestimento anomalo.
Dopo alcuni passi raggiunsi “il soldato”, lo informai della sua nuova possibilità, mi piacque vederlo illuminarsi come un bambino. Sarebbe stato disposto ad attendere altri due mesi, mi disse anche che aveva già smesso di bere e che si faceva di “clefa” solo un paio di volte alla settimana.

Soldato, perché ci sono in giro ragazzi completamente neri?-

Il mio interlocutore rise per un bel pezzo, ed io mi sforzai di farlo con lui.

Non lo sai perché sono neri?-
No, puoi dirmelo?-
Vanno a farsi di pasta base alle falde della cordigliera, non è molto lontano-
E perché vanno li?-
Da circa due mesi, li, stanno bruciando copertoni…per questo che diventano neri…sono rivestiti di gomma bruciata...gli si appiccica addosso come miele e non se ne va per settimane…non si lavano nemmeno-

L’informazione risolveva quasi completamente il mistero.

Ma come mai vanno a fumare pasta base proprio li?-
Per aumentare l’effetto…anche respirare il fumo dei copertoni bruciati ti manda all’altro mondo…ti fa volare…sono pieni di solventi…e la combinazione con la pasta base provoca un effetto che può durare per giorni-

Quasi non mi sembrava vero  quello che “il soldato” mi stava raccontando…eppure decisi di crederci. Gli uomini neri allora esistevano…non mi facevano paura…a tutto c’era un perché.


M

Quella volta che mi volevano rapinare (2010)

Svogliato ma desideroso di un gelato, mi spinsi fuori casa alle dieci della piatta sera in questione.
Subito fuori, mi venne un po’ paura di poter essere morso da un cane, ce n’erano alcuni di passaggio che mi guardavano in maniera luminosa ed aggressivamente vispa e che forse percepivano la tensione che nasceva in me, incrociando il loro sguardo.
Smisi di camminare, decisi di aspettare il passaggio di un taxi; i cani erano lontani ormai e non si muovevano. La notte in quel luogo del quartiere era silenziosa come un felino; a sua volta mi agitava.
Non sapevo più se avevo ancora voglia di un gelato, ma ormai ero uscito ed ero certo di non avere voglia di tornare a casa.
Vidi due fari avvicinarsi e senza neppure distinguere il tipo di veicolo alzai un braccio, speculando sul fatto che fosse un taxi.
Era come se il conducente ed io fossimo le uniche due persone sulla terra; lui, io, i cani e la notte felina.
L’automobile era rossa, si fermò ed io salii; si trattava di un taxi indipendente, ovvero che non faceva parte di una compagnia registrata ufficialmente.
Quanto mi fai pagare fino al Brasilian café?-
Otto- il suo tono di voce era piuttosto alto e delicato.
Feci un cenno affermativo con la mia pesante testa ovattata, rilassandomi poi guardando il resto del mondo scorrere, attraverso il finestrino semi aperto ed opaco, sporco di strada.
Può pagare in monete frazionate signore?- mi chiese il conducente dal tono flebile.
No- risposi io lievemente sorpreso, ma senza rendermi conto di esserlo.
Presi a pensare che fare il taxista in quella città non mi sarebbe piaciuto. Avrei avuto sempre le mani occupate, così come la testa. Non avrei potuto scrivere, non avrei potuto leggere, non avrei avuto la possibilità di fermarmi o di perdermi, mai in tutto il giorno, tutti i giorni. Pensavo questo.

Sentii il cellulare vibrarmi all’interno della tasca dei jeans, lo estrassi e lessi il messaggio che mi era appena arrivato: “La tua telefonia ti informa che da oggi puoi scaricare gratis…”. Soppressi il mio interesse per quel breve testo ed eliminai il messaggio.
Fu allora che il tassista prese la decisione di arrestare il veicolo in una zona deserta, per poi estrarre un coltello a serramanico dal suo giubbotto nero e senza maniche di nylon imbottito.

-Dammi il telefono e tutti i soldi, poi scendi dal taxi, coglione di merda- disse in maniera decisa.
-Coglione di merda?- mi uscì dalla bocca.
-Non perdere tempo scemo!- Urlò lui punzecchiandomi a ripetizione la giacca con il coltello, all'altezza della spalla sinistra.
-Scemo?- risposi stupendomi parzialmente della mia incosciente irriverenza.

Prese a fissarmi…ed io seppi con certezza che non mi avrebbe mai accoltellato.
Fu proprio mentre pensavo questo che lui alzò il braccio quasi fino al tettuccio dell’automobile, per poi lasciarlo precipitare armato sulla mia coscia sinistra. Il coltello mi penetrò carne e muscolo per circa otto o dieci centimetri, li sentii cedere per lasciar spazio alla lama, fecero una specie di crepitio, quei centimetri. Gridai a denti stretti spaventandomi, però ci fu di positivo che riuscii a bloccargli la mano armata e senza capire bene come, gli feci cadere il serramanico. Nel’atto mi ferii anche entrambe le mani. Sentivo svanire la gamba, che allo stesso tempo aveva preso a pulsare e formicolare.
Lui cercò di mettermi K.O con alcuni pugni di rovescio, io aprii la portiera e rotolai fuori accorgendomi di non poter appoggiarmi completamente sulla gamba ferita.
Ero in ginocchio, le gambe fuori e il petto dentro all'automobile; vidi l’arma da taglio sul tappetino, quasi sotto al sedile del passeggero, lo raccolsi ed era mio. Il tassista mise in moto per smammare, io senza neppure valutare alternative più intelligenti, mi issai sul veicolo già in movimento graffiandomi le ginocchia sull'asfalto. Riuscii in un istante a rimettermi a sedere e puntare l’arma verso il mio ex rapinatore.  La ferita alla gamba ora pungeva forte, fascicolazioni mi agitavano l’arto, una tempesta elettrica da nord a sud, dall'inguine e l'anca, al malleolo. Tutto avvenne in pochi istanti...pensai questo...pensai che non avrei mai pensato di pensare ad una frase così in una circostanza simile...ed ero ancora stato fortunato.
-Fermati!- urlai spargendo particelle di saliva, adrenalina e paura. L’arma sfiorava ora il suo collo.
L’aggressore arrestò nuovamente il veicolo, staccò le mani da volante, alzò le braccia a mezz'aria.
Tutto tacque, lui si voltò lentamente e mi guardò sconcertato, preoccupato, voleva andarsene.
Aveva dei baffetti del cazzo formati da una peluria beige, voleva i miei soldi e il mio telefono, io in fondo lo capivo.
Come prima cosa cercai di controllare il mio ansimare, respirai profondamente e trattenni il fiato, i miei battiti cardiaci si calmarono un po’; scrollai il capo per riprendermi, poi aprii bocca:
Coglione di merda, scemo, portami all'ospedale, clinica Copacabana, subito-
Ok- disse lui già pronto a muoversi e a dimenticare quella strana serata di lavoro.
Mentre guidava posai con decisione la lama del coltello sulla sua gola, lateralmente.
Mi pregò più volte di non ferirlo, di non ucciderlo, di non farlo sbandare; io restavo muto, nutrendo la sua angoscia, il suo pentimento.
Arrivammo all’ospedale rapidamente, come scivolando sull’asfalto nero e libero dal traffico; arrivammo in ospedale inosservati, forse inesistenti. L’amico fermò l’automobile ad alcuni metri dall’entrata principale, di fianco a due cassonetti della spazzatura, ed esalò un lungo alito di tensione. Spense il motore, io lo stavo lasciando fare. Prima di scendere dal veicolo cercai i suoi occhi e gli dissi scandendo le parole:
Dammi tutti i soldi che hai e anche il cellulare-
Lui si voltò di scatto rischiando di ferirsi da solo il collo, aveva l’espressione di uno al quale hanno appena posato una vespa sul naso.
Cosa?-
Muoviti, lo sai che sono pazzo, te lo senti nella piscia no? Sono pazzo-
Il suo labbro inferiore danzò un breve passo di una danza sconosciuta, poi con frenesia parzialmente controllata si mosse, iniziando a far di si con la capoccia sudata.
Tirò fuori il borsellino, e racimolò il ricavato della serata di lavoro, mi passò il tutto. Poi estrasse il cellulare e mi passò anche quello. Non smisi mai di pungerlo con il suo coltello sul collo, lui non smise mai di fare di si con la testa.
Prima di defilarmi, come un lampo gli piantai rapido la lama nella coscia destra, proprio sopra il ginocchio, per circa otto o dieci centimetri. Lui lascò partire un urlo sibilato ed afono, accompagnato da una scorreggia probabilmente farcita.
Scesi dall’auto più ricco materialmente, ma non solo. Il taxi si allontanò e sparì; buttai il coltello in uno dei due cassonetti, così come il cellulare spento e i documenti di identità che trovai nel borsellino.

Entrai in ospedale saltellando sulla gamba sana, due infermiere mi vennero incontro.
Mi volevano rapinare-
Dissi con affannato però calmo. 
Mi sentivo sincero.


M.

venerdì 13 maggio 2016

Jurij


Avevo pensieri lisci quel giorno, rotondi e di vetro, pragmatici e chiari...in parte associavo questo superpotere all'uso smodato del caffè e immaginavo che chi si faceva di bamba buona doveva sentirsi come me in quel giorno ma amplificando la sensazione per 5...poi non lo pensai più, a volte i pensieri erano inutili, dei semplici sottofondi non indotti, come un film sulle battaglie legali di avvocati militari che continua a scorrere in salotto mentre fai il bagno caldo nella vasca...era solo un pensiero caricato con criterio su un vagone di altri pensieri...vagone dei pensieri che componeva insieme ad altri vagoni dei pensieri, il treno dei miei pensieri, che quel lucido giorno mi stava facendo scorrere fra cranio e stomaco ad intervalli di 3 minuti. I 3 minuti dei miei pensieri, pensai...ero colmo di vagoni che sfrecciavano, tutti pieni di immagini.
Caricato su di un vagone, di fianco alle scene essenzialmente vaneggianti di cocainomani in divisa gessata, c'era questo aviatore militare cresciuto fra le bolle del bagnoschiuma comunista, nell'Unione sovietica delle decadi fredde. L'aviatore dei miei pensieri volava così bene che alla fine risultava praticamente poetico e un giorno i suoi capi dell'esercito gli dissero che se voleva poteva diventare il primo uomo a volare nello spazio...nello spazio sovietico, si intende.
-Jurij, l'anno prossimo ti va di andare lassù e darci la conferma che Dio non esiste?-
- Va bene comunisti, ma posso dire anche qualcosa di mio?-
-Sì ma occhio agli strafalcioni che sarai in diretta-
-Ok-
-Ok?-
-Perché chiedi la conferma dell' "Ok" Jurij, c'è qualcosa sotto?-
-No compagni ma non mi chiedete cosa voglio dire?-
-Si, certamente, te lo avremmo chiesto Jurij, dobbiamo stabilire insieme le cose "tue" da dire al mondo-
-Vorrei dire qualcosa sulla grandezza e sulla bellezza della specie umana-
-Sulla grandezza e sulla bellezza della specie umana comunista Jurij?-
-Beh, si, riguarderà un mio punto di vista, da uomo cresciuto nel comunismo-
-Ma del tipo: "Il primo uomo a volare nello spazio è Jurij Gagarin ed è sovietico?-
-Gradirei molto Signori esprimere un punto di vista magari meno oggettivo...quello appena espresso quale esempio è un semplice dato di fatto!-
-Si Jurij, ma non sbilanciarti in filosofie dettate dalle emozioni del momento, è probabile che nonostante si sia cercato di inocularti una certa oggettività, li per lì magari per il trambusto del viaggio, tu possa cadere in retoriche filosofiche-
-Va bene, starò attento-
-Grazie Jurij-


Camminavo per la città, mi muovevo da un appuntamento all'altro, da un appartamento all'altro, da un bar all'altro...e parlavo con persone, parlavo dei loro problemi e le ascoltavo immedesimandomi nelle loro vite...trovando in ogni vicenda, in ogni storia, delle similitudini con la mia esistenza; mi era sempre capitato, prima di rispondere qualcosa a qualcuno che condivideva con me i suoi problemi, il mio cervello passava in rassegna tutte le esperienze anche solo lontanamente simili che avevo vissuto personalmente...avevo letto che si chiamava "empatia"...che ero uno "empatico"...ma io avevo sviluppato il rigetto per quella parola e quell'aggettivo...non so bene il perché...per me il tutto era spiegabile solo tramite immagini e fantasie e storie su storie...per me non esisteva la realtà di uno e quella di un altro, ma eravamo tutti goccioline di una pozzanghera, o organismi di un virus...o peli di un manto di cervo, fitto e impermeabile, fragrante all'olfatto e destinato ad andare dove la natura andava, illudendoci del contrario.


-In pratica dopo le scuole medie non ho più fatto nulla- mi stava dicendo quella ragazza magrolina che sembrava rimasta incastrata perennemente in una pausa pranzo noiosa di periferia.
-Nemmeno io sapevo cosa fare dopo le medie...poi ho fatto una cosa qualsiasi, l'ho iniziata e l'ho finita anche se spesso volevo lasciarla, interromperla...poi mi sono venute altre idee-
-Vorrei fare anche io così, ma se vado a fare un apprendistato al supermercato mi vengono gli attacchi di panico, non so cosa fare...ho fatto decine di stages e per una ragione o per l'altra qualcosa è sempre andato storto...all'ultimo stage, quello nella fiduciaria, volevano anche assumermi come apprendista ma poi il padrone della ditta è morto di infarto e hanno chiuso-
-Ma come è morto di infarto!- esclamai fuori controllo. Ero palesemente disorientato, non mi era mai capitato nulla di simile, ma dovevo stare attento perché potevo dare l’idea di voler appesantire ulteriormente il senso di sfiga della magrolina.
-Eh si, che sfiga vero? Una sfiga che mi perseguita- disse tirando su col naso e tirandosi su gli occhiali col dito medio.
Ecco, appunto, pensai.
-E non aveva figli che potevano prendersi a carico…-zitto, zitto, altra puttanata.
-Esistono 4 figli da 3 matrimoni diversi, ma nessuno di loro parlava più con lui da molto tempo-
-Tu vuoi un altro caffè?- dissi, sentendo un’ondata di astrazione pervadermi.
La ragazza proseguì a parlare, non ricordo esattamente di cosa, ma io tornai in un lampo al mio vagone di pensieri, ci entrai, e aprii lo scatolone con dentro Jurij e i comunisti e il cosmo e l’esercito sovietico.
-Jurij domani vai lassù, cosa pensi della tua preparazione?-
-Sono un cosmonauta da quando sono nato, voi della stampa dovete dire al mondo che io lo faccio per tutti quanti, senza la minima preoccupazione o paura, sono pronto!-
-Jurij, incontrerai Dio?-
-Dio è qui in terra Signori, Dio siamo noi, ovvero le persone che lo hanno creato-


Jurij Gagarin partì per lo spazio affaticato ma con il sorriso, pioveva e certi contadini pensarono che col brutto non si poteva volare, ma lui ci andò, era il 12 aprile del 1961.
Tutti attendevano la prima comunicazione radio, sprofondati in quel silenzio di chi abbandona ogni giudizio o previsione; lui, l’eroe nazionale, aviatore dell’esercito, capitano istruttore, cosmonauta per primo, sapeva bene che sulla terra stavano aspettando le sue frequenze…si godette quel momento, guardava giù, oppure su, ora non so…ma se ne stava li a guardare tutto quel pianeta da lontano…come un terapista sistemico che osserva una famiglia nelle loro dinamiche relazionali, senza farne parte……come quando vai al cinema la domenica pomeriggio e sei da solo nella sala, pensando alla tua vita fuori.
Jurij sospirò, ma nessuno lo sentì…quasi quasi che non voleva nemmeno parlare…ma solo staccare gli auricolari e mandare tutto a puttane. Colmo di speranza e di rassegnazione, così come ogni suo simile era sempre stato, chiuse un momento gli occhi e disse:
-Da quassù la terra è bellissima, senza frontiere ne confini- silenzio
Poi ancora
-Quassù non c’è il vostro Dio-
E giù sulla terra intanto il bordello…ma tanto ce lo avevano mandato loro quel battere terrestre nello spazio…erano certi di avergli inculcato la disumanità…erano certi di poter udire qualcosa di sovietico…e invece Jurij se ne stava nello spazio a sparar meraviglie su meraviglie, andava a naso, non ci capiva un tubo…come nessuno mai d'altronde.
C’è chi quando non capisce un tubo si chiude, e chi invece si apre, si butta, cerca di capire.
La ragazza magrolina aveva pronunciato la parola "fotografia" e io mi ricordai che c’era una mostra di Salgado a Milano.
-Il mio sogno è quello di diventare fotografa e modella-
-È un bel sogno, complimenti-
-Ma non so come fare per raggiungerlo-
-Non so se sia proprio il caso di raggiungerlo, aspetta…desideralo ancora per un po’…e nel frattempo fai qualcos’altro…capisci?-
-No-


Jurij pensò che aveva sempre amato con tutto se stesso il sogno di essere li in quel momento…e si rese conto del fatto che un sogno quando lo realizzi lo perdi…tornò sulla terra, sempre per primo. Pensò per qualche anno, non molti, alla riflessione che aveva fatto nello spazio, sui suoi sogni e sulla propulsione alla vita…sul dosaggio e sull’intensità dell’avidità umana, sull’incapacità di certi alla rinuncia…poi un giorno decise di morire lasciandosi precipitare con un piccolo aereo da turismo.
“Penso che per me la libertà sia un'utopia irraggiungibile come la poesia...e francamente penso sia meglio così...perché la libertà quando la ottieni poi la perdi...la libertà è solo una buona stella da seguire, se credi nelle stelle...la libertà è la cultura sulla quale poggiamo le nostre scarpe vecchie passo dopo passo. La libertà è un sogno che mi ha fatto riflettere ad ogni minuto, tanto quanto l'idea della morte...la sua valenza è infinita, ma non potrà mai essere toccata con mano. Non la desidero ne la inseguo la libertà, ma la contemplo. Come definirmi libero? In relazione a cosa? Sulla base di cosa? Sono più libero rispetto ad altri? Fintanto che esisterà coscienza in merito al concetto di libertà, e per noi uomini sempre esisterà, vorrà dire che l'essere umano sta vivendo l'esperienza della privazione della libertà. Forse dire umano e dire libero, nella stessa frase non è possibile...libero è chi non sa nemmeno di esserlo.”
La figlia di Jurji trovò questo biglietto in un cassetto del solaio, anni dopo la sua morte...o perlomeno al tavolino di quel bar con la magrolina, io me lo immaginai.
Dopo alcuni convenevoli mi congedai dalla ragazza, lei mi disse che quel pomeriggio voleva andare a fare delle fotografie nel bosco…aveva una macchina fotografica immensa, che le pesava sul collo…pensai che o cambiava collo o cambiava macchina…ma rimasi comunque con la voglia di vedere le sue foto.
Ripresi a camminare per la città, non avevo incontri per circa tre ore ma volevo prendermi qualcosa da mangiare e andare in riva al lago. Tirava un vento freddo e c’era frenesia, negli scontrini che volavano via rapidi dai tavoli con attorno seduti i tedeschi, alcuni obesi e cremosi, altri magri e con i bastoni da walking viola o verdi…i tedeschi che bevevano il caffè con la panna e mangiavano la pizza con l’ananas…erano belli…nel mondo c’erano i ghepardi, c’erano le coccinelle, c’ero io e c’erano i tedeschi, tutto qui. Quando uno scontrino volava i tedeschi facevano il gesto placido di allungare un arto…o un braccio rosa o una gamba con sandalo, o un bastone da walking…poi lo scontrino andava e iniziava il suo giro per il mondo.
C’era quel vento freddo anche fra i tossici al parchetto…i famigerati old school…quelli delle pere, della lozza e dell’AIDS…del due franchi per il carrello o della paglia…magri e grigi oppure gonfi e bianchi. C’erano gli avocado alla coop, le fabbriche di caffè, i pellicani sul pacifico, c’ero io e c’erano i tossici al parchetto. Dovrebbero fare la pagina facebook dei tossici al parchetto…un sacco di like.
Perché alla fine siamo tutti da qualche parte un po’ tossici al parchetto, nel senso che fanno parte della paesaggistica della nostra geografia immaginaria, del nostro paesaggio timico…nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni c’è sempre spazio per pensare alle persone che sono entrate nell’ero negli anni ’70, e per tutti gli altri…c’è chi li teme, o chi pensa di loro che sono venuti fuori dall’asfalto e nell’asfalto o nella terra dovrebbero ritornare, c’è invece chi li vorrebbe aiutare, c’è chi ci passa vicino e li considera alla stregua dei piccioni, pittoreschi finché rimangono al loro posto...c'è chi ci lavora.
Arrivai sotto ad un porticato e trovai un banco frigo di lusso, protetto da un vetro luminoso e quasi magnetico, ipnotico…immacolato. Dietro al vetro di Dio erano esposte delle insalate e delle verdure di Dio, già tagliate e lavate, disposte con energia positiva in vasche di Inox di Dio…da ogni vasca di Inox spuntava un bigliettino con scritto il nome della pietanza, e l’origine geografica…erano quasi tutti prodotti “a chilometro zero” (KM0), che venivano dalle zone rurali limitrofe. Era anche l’epoca dell’alimentarizzazione e della automedicalizzazione, ne ero felice…c’erano sempre nuovi trend e in quel periodo, in quegli anni, il trend era la cura di se, almeno nel 10% del globo. Sembrava che l’acquisizione di consapevolezza su ciò che ci buttavamo nel corpo fosse strettamente legata all’uso smodato che facevamo di internet.
Conoscevo ipocondriaci “ammalarsi” di tumore al timpano dopo aver consultato per qualche minuto il forum sintomi.it…e in seguito sentirsi guariti, o in via di Nirvana esistenziale, per aver bevuto per tre giorni di fila litri di acqua allo zenzero e al bicarbonato (come indicava laviapossibiledellautoguarigione.com).
Le insalate, dicevo…mai avrei voluto reputarmi immune ai trend: formentino, lenticchie, quinoa andina fair trade, semi di girasole, cetrioli, barbabietole e un po’ di limone…l’olio d’oliva in Svizzera non si fa, e allora c’era quello della Grecia bio (che era in crisi economica forte).
Dietro al banco a lavorare c’erano un ragazzo frontaliere con l’accento varesotto e una signora con una camminata da infarto che praticamente parlava urlando e solo dialetto ticinese pronunciando molto e con molta determinazione le consonanti.
Mi servì la ticinese…la mano munita di pinza da insalata di Dio schizzava da una vaschetta all’altra, incapace di attendere l’esternazione delle mie volontà…se dicevo formentino l’input generava nel corpo della signora un fremito ansiogeno, scatti della zona vestibolare, della mandibola, contrazioni del collo e come un mantra le corde vocali della signora ripetevano ininterrottamente e sommessamente: “ecco…ecco…ecco…ecco…si…ecco…ecco…”. Quando dicevo FORMENTINO lei diceva ECCO FORMENTIN ECCO…se dicevo BARBABIETOLA lei diceva ECCO BARBA-BETOLA ECCO.
Desideravo il cibo, ma mi godevo la scena.
La vaschetta i plastica in cui era stata riposta l'insalata era ormai colma, pagai il mio ordine e mi preparai a riceverlo.
Dietro di me, lungo il grande corridoio lastricato e coperto dal portico, passò una conoscente della ticinese addetta alle insalate, lo capii quando proprio la ticinese esclamò guardando oltre la mia testa:
-Ciao Renata! Ciao ciao ciao ciao! Cuma l’è?-
-Ciao Susi, sto bene tu?- la Renata camminava celermente e se stava andando proprio, la vidi voltando appena il capo.
-Bene! Bene! Bene! Bene! Ormai si lavora!-
La mia insalata era ancora scoperchiata.
-Brava forza, allora buona giornata!- sentii alle mie spalle dalla voce della Renata
-Grazie…eh si…grazie e anche a te! Ciao! Ciao! Ciao! Buona giornàTTA!!-
Guardavo in volto la Susi mentre urlava quella parola…GIORNATA…che lei pronunciava al cardiopalma, sudando e vibrando: GIORNÀTTA.
Fu allora che accadde…la lingua della Susi fece a mio modo di vedere troppo attrito sul suo palato, per pronunciare le due T di giornatta…quello sfregare di mucose turgide e solide generò il lancio immediato di uno sputo grande almeno come un chicco di mais…era un lancio Susi-insalata…lo avevo visto, lo avevo constatato senza nessuna ombra di dubbio...lo avevo guardato lanciarsi senza paracadute e precipitare su quei ciuffi di formentino vivi e zampillanti. Un secondo dopo che lo sputo della Susi entrò nella selva, la vaschetta si chiuse sotto ad un coperchio immacolato. Tutto tacque…tacquero le persone che erano sul rango insieme a me, attendendo il proprio smart food…tacque la Susi che ignara frugava fra le file di sacchetti di carta disposti da Dio…tacqui io, che non trovai in me la prontezza per cambiare la trama di quel cortometraggio magnifico e terribile. Ormai era andata…la mia insalata fottuta, i dieci franchi consegnati, la Susi in fondo mi aveva ispirato…cosa cambiare? Lo accettavo.
C’erano le rane velenose, c’erano i cameraman ingaggiati dalle coppie ricche per andare in vacanza con la loro famiglia e creare un film del loro viaggio, c'ero io e c’era la Susi che mi sputava nell’insalata.
Allungai la zampa e ricevetti il sacchetto…una ragazza cliente che era al mio fianco aveva gli angoli della bocca leggermente rivolti verso il basso.
-Grazie mille, buona giornata- dissi
-Grazie, ecco si, grazie! Buona giornata!-lo aveva detto bene stavolta


Camminai per circa trenta secondi, lentamente e guardando le facciate delle case restaurate della Piazza…poi la mia giornata si risolse.
-Hei my friend- mi arrivò alle orecchie questo sussurro…ma non badai subito alla cosa.
-My friend please help me- a questo punto mi guardai attorno e notai una persona che mi stava guardando e facendo cenno con il capo.
Era un ragazzo di circa 17 anni, portava delle croks rosa, dei pantaloni di nylon blu che sbattevano al vento freddo di quella giornata svizzera; una felpa grigia troppo corta ma larga sulle spalle. Il giovane in una mano teneva un sacco di plastica bianca piuttosto grande, era visibilmente pieno di vestiti arrotolati fra loro. Il ragazzo mi stava guardando gentilmente, tramava a causa del vento freddo, nell'altra mano teneva una busta di carta e una lettera, quest'ultima sventolava fra il suo indice e il suo pollice.
-Help me my friend, Im from Somalia- la sua voce mi arrivava allo stesso volume del suono di quel vento freddo e agitato. Senza pensarci molto mi avvicinai a lui, la situazione era chiara...era anche l'epoca delle frontiere chiuse, della grande e massiccia migrazione dall'Africa verso l'Europa. Non si parlava d'altro.
Guardai la lettera...scritta su carta intestata della Confederazione Svizzera, Ufficio degli Stranieri e della Migrazione. Il testo ufficiale invitava il giovane a recarsi, quel giorno entro le 14:00, presso l'Hotel Reginetta di quella città.
-Thank you my friend, you are a very beautiful person...I came from Africa...2 weeks in Italy...2 weeks in Chiasso...2 weeks in Losanna and now Locarno-
-Benventuto dai...ti accompagno al Reginetta-
-What “BENVENUTO”?-
-eeee...parola complessa my friends…-
Camminammo lungo tutta la piazza ciottolata e colorata...circondata da ristoranti troppo cari, oppure cari e basta, oppure con prezzi che rispecchiavano la realtà del paese...ora non so.
Chiesi qualche informazione al giovane somalo, la sua fugura era molto energetica e bella, anche con quei vestiti logori e poco adatti al clima...il suo sguardo era molto gentile e la sua barba nera armonizzava con tutto. Aveva in effetti 18 anni, era arrivato come quasi tutti via mare, rimanendo a galla per 5 giorni...aveva lasciato la sua famiglia e da circa due mesi non aveva notizie di loro. Aveva una mamma, tre sorelle, uno zio. Possedeva uno smartphone ma si era guastato durante il viaggio...i vestiti che aveva addosso se li era portati da casa, li aveva lavati una volta arrivato al centro asilanti di Chiasso, dove gli avevano dato anche quelli che aveva nel sacchetto di plastica della Migros.
La Migros, storica catena di supermercati dalla connotazione popolare, era una cooperativa che in quel periodo stava aprendo un sacco di “migrolino”...mini Migros sempre adiacenti a stazioni di benzina Socar.
Socar era un nome relativamente nuovo sul territorio in quel periodo...stavano aprendo un sacco di stazioni di benzina Socar...sempre con un Migrolino attacato, sotto alla tipica tettoia da benzinaio, stile Enterprise.
Vedevi Socar, vedevi Migrolino...era una combinazinoe geniale...facevi la spesa “popolare” insieme alla benzina multinazionale...ma...la spesa “popolare”? Che cazzata...mi chiedevo come mai la Migros fosse entrata in affari con la Socar, che era Azerbeijana e che investiva nel mondo del petrolio come io investivo quel giorno nel mondo dei pensieri. Lasciai perdere i collegamenti etici e tornai in Somalia.
Il ragazzo ed io eravamo quasi arrivati alla pensione Reginetta, glielo dissi e lui posò una sua mano su una mia spalla, per circa tre secondi.
Anche il ragazzo si meravigliò avvicinandosi all'entrata della pensione...c'era un folto gruppo di persone, tutti arrivati da nazioni come l'Eritrea, la Somalia, la Libia...il giovane fu accolto da mani tese e altre mani sul petto. C'era l'Africa al Reginetta...una visita eccezionale per la nostra città, pensai.
C'erano ancora l'Africa e l'Europa? Chi le aveva inventate? Le stesse persone che avevano inventato Dio?
C'erano i cani, c'erano i gatti, c'erano i negozi fair trade, c'ero io e c'erano le domande. C'era la confusione e la contraddizione, c'era nell'aria quel qualcosa di intuibile ma di non definibile...c'era la necessità di costruire nuove chiavi di lettura...o perlomeno di desiderarle...e per fortuna che quel giorno mi sentivo lucido.
Erano tutti uomini, parlavano in diverse lingue fra di loro. Pensai all'Hotel Reginetta e a tutte le persone che ci avevano dormito, dieci, venti, cinquanta anni fa...DNA ovunque...cellule umane sparse su letti e pareti; piscio nelle tubature, capelli, fantasmi ed emozioni vissute impresse negli intonaci dei corridoi, granelli di sabbia e particelle da tutto il mondo e da tutta la città, infilati fra i peli della moquette, ovunque...e ora l'energia di quel luogo diventava mitica, arrivavano persone che avevano visto cose che qui non esistevano...che in silenzio le raccontavano alle pareti, alla moquette, alle tubature, con la loro semplice vita, la loro naturale presenza sul pianeta e in quel luogo.
Passò un signore li vicino, proprio di fianco a me...gli diedi un'occhiata rapida...aveva un completo beige, la sua camminata aveva molti anni e lui cercava elegantemente di stare in equilibrio sul ciottolato...tornai ad osservare l'Africa...mi accorsi che mi guardò mentre guardavo il ragazzo che si presentava agli altri...stavo per voltarmi e andarmene, cercavo uno scambio di sguardi con il giovane ma lui ormai era assorto nelle strette di mano e andava bene così...il signore sussurrò qualcosa con tono roco, sentivo il suo sguardo sulla mia guancia.
-Non si può mica fermare il vento che soffia- disse
Sorrisi senza guardarlo, senza voltare il capo nemmeno di un centimetro, come se fosse solo un ricordo venuto a galla d'improvviso...poi con la coda dell'occhio percepii il suo andare altrove.
Mangiai pane e banana e mi preparai all'incontro successivo...la sera a casa congelai l’insalata, a qualcosa un giorno sarebbe servita.

m

mercoledì 13 aprile 2016

Nel nulla

Nel cementico nulla
Nulla Nulla
Un cazzo di Nulla
Di gente che abita

e Nel megabaitico nulla
Nulla Nulla
Un cazzo di Nulla
di gente che gobba si flette sul varco
dal quale non passa perchè la carne gli pesa

 Ho trovato foto, tutte quelle foto
chilometri sterminati di foto, da perdere il senso
e Ho trovato frasi, pensieri vuoti se non condivisi
e Ogni volta non lo faccio apposta
 ma mormoro "fanculo".

 am

mercoledì 30 marzo 2016

Diari passati

Mancata Concentrazione

 Ultimamente non riesco a concentrarmi e questo mi sta portando alla deriva. Non riesco a scrivere ciò che realmente vorrei esprimere attraverso questo linguaggio. Dopo una sola frase mi fermo, rileggo quanto scritto, lo analizzo. Interminabili pause per stendere qualcosa che abbia un senso. Nella mia testa è come se ci fosse l'universo intero e tutto insieme che si scontra con i miei neuroni, abbattendomi al suolo priva di sensi. Osservo la scrivania sulla quale sono posate: le sigarette, un portacenere, due telefoni (uno di casa e il cellulare) e le mie amatissime candele.




Sembra di essere in un santuario, dove la preghiera manca. Ogni giorno sento un cambiamento nella mia mente e nel corpo, sto allontanando tutto quello che un tempo mi riempiva di gioia. Forse perché in realtà si trattava di una gioia effimera? Una facciata sorridente da mantenere con le persone che incontravo per strada? Ieri sera ho scoperto che questo mio atteggiamento riguardante il mondo esterno, è rimasto lo stesso da quando frequentavo le medie. Ho incontrato casualmente al supermercato la mia ex docente di scienze, che ha iniziato a raccontarmi di come a scuola venivo percepita dalle persone esterne (compagni e docenti). La docente di scienze mi ha detto che ero impassibile e che nulla riusciva a scuotermi o ad abbattermi. Era come se il mondo intero mi scivolasse addosso, come gocce di pioggia che cadevano dalle nubi su di un ombrello aperto. La docente osservava i miei movimenti silenziosi, punzecchiandomi per riuscire ad avere una mia reazione. Atterrita poi, portava il suo sguardo verso la classe ondeggiante e articolata lasciandomi sola con le mie ossessioni.

 Prison

 In questi giorni sono alquanto aggressiva e nervosa, sarà l'impotenza di non riuscire a chiedermi definitivamente al mondo esterno che mi circonda. Vorrei che le persone che si aggirano senza sosta attorno alla mia figura, si fermassero per un momento a riflettere. Non su ciò che affligge la mia anima, ma sulle loro vite e sul loro futuro. Personalmente non riesco a vivere il presente e nemmeno ad avere dei progetti futuri, né a breve né a lungo termine. Ed è per questo che vivo il giorno, come una sorta di prigionia dalla quale non riesco ad uscire. La notte permette al mio essere di fluire nonostante alcune costrizioni, che tento di nascondere per non cedere alla follia del momento. Ho costruito la prigione con le mie stesse mani, provando una sorta di piacere, nel non fondermi alla massa di persone che mi passano accanto. Ogni giorno un pezzo del mio involucro e del mio cervello fluttuano in aria, per poi perdersi nell'etere...tenetevi quei pezzi. A volte non riesco a capire alcuni miei comportamenti, forse perché in quei momenti non riesco ad avere quella lucidità mentale, che mi permette di darmi delle risposte concrete. Forse di risposte concrete a questo mio malessere poi nemmeno ce ne sono. Anche in questo momento, con la sigaretta tra le dita della mano sinistra, cerco di trovare meticolosamente delle risposte a determinati miei atteggiamenti che mi allontanano dalla realtà. Abbandono mentale Ultimamente non riesco a concentrarmi, mi perdo nei meandri della mente e dei pensieri cercando di trovare un filo logico alle mie incessanti elucubrazioni mentali. A volte l'unica cosa che riesce a tenermi ancora in vita sono i miei familiari. Penso che se non fossero presenti crollerei dinnanzi alla follia, ma almeno non danneggerei le loto anime. S.

giovedì 11 febbraio 2016

Non cercarla


Era tardi per chiamarla ancora notte, diciamo piuttosto che alcuni passeri già stavano parlando ad alta voce. Il fatto è che io ero sveglio da circa tre ore ormai, fissavo la penombra uniforme e azzurra di quell’alba minacciosa d’aborto. Sentivo lo stomaco acido e vuoto soffriggere, sollazzato solo dal pensiero di un caffè ristretto buttato giù con qualche biscotto sintetico. Tentavo, con una premura molto intima, di sperare che la sveglia suonasse prima del pianificato; mi sentivo già molto attivo e la mia testa stava ormai lavorando a regime alterato, producendo saette d’idee e progetti, dandomi falso entusiasmo ad ogni nuovo desiderio indotto…indotto da quel mancato riposo, da quel falso stato di veglia prematuro.

Ero agitato perché quel giorno lo avrei dedicato alla ricerca di una cosa molto importante, lo avevo deciso la sera prima. Appositamente, mi ero dato malato dal lavoro, il capo mi aveva supplicato ma io avevo retto il teatrino.

-          Ti prego, manca personale, non puoi prendere un paracetamolo e stringere i denti? Solo per domani-

-          Ho tirato troppo la corda capo, mi spiace un sacco, se non mi curo ora me la trascino per mesi- avevo risposto asetticamente.

Era vero, la corda era tesissima e pensavo di cambiare lavoro. Quel giorno lo avrei dedicato alla ricerca della calma perduta. Sentivo che avevo iniziato bene, ero pronto, reattivo. Mormorai un insulto indirizzato alla sveglia e la disattivai prima del tempo.

Mi alzai dal letto, illudendomi di riuscire a mentirmi in merito al mio stato d’ansia. Camminavo lento per la casa, controllavo i gesti…ma dentro schizzavo.

Il bramato caffè scese fornendomi meno piacere del previsto, i biscotti non sapevano di un cazzo, ma poco importa, dovevo andare…dovevo cercarla.

Uscendo di casa mi resi conto di avere un accenno di vertigini, inoltre i miei occhi sopportavano male la luce. Mi diressi verso il centro, li avrei pensato alle mosse successive, le idee spaziavano: avrei potuto cercare la calma in una libreria, in un bar, in una sala giochi, sul prato di un parco, in un cinema…avrei valutato una volta arrivato in centro…ne ero convinto, ne ero sicuro.

Con un tram arrivai a circa un chilometro dalla piazza principale, a quel punto preferii scendere e camminare, per iniziare a godermi la città, per iniziare a cercare la calma perduta.

Dopo cinque passi iniziai a rendermi conto che tutto era ancora chiuso; dalle librerie ai cinema, dalle sale giochi ai caffè. Mi diedi dell’idiota, in ogni caso continuai a dissimulare l’ansia che stavo provando…pur sapendo che era tutta colpa sua.

-          Fuoco al culo del cazzo- mormorai sprezzante.

Arrivai in Piazza e scelsi una panchina vicina a degli alberi, pensai che avrei potuto iniziare a cercare la calma osservando la città risvegliarsi, attivarsi, sbocciare. Dopo trenta minuti mi accorsi che il traffico attorno alla Piazza mi stava solo infastidendo e che guardare i bottegai alzare le saracinesche con calma conversando con i colleghi del più e del meno, mi faceva solo sentire più stupido, più ansioso.

Iniziai ad avere i primi dubbi ed i primi ripensamenti verso le dieci del mattino, quando dopo aver camminato per un paio d’ore a zonzo iniziarono a farmi male le gambe, e la gola prese a bruciarmi a causa dello smog.

Al mercato la mia calma non c’era, troppa puzza; nella libreria i libri costavano troppo, non era un luogo per la mia calma; la sala giochi era troppo rumorosa; al cinema non c’era un cazzo in programma fino alle cinque del pomeriggio. La città mi sembrava più fastidiosa di quando la frequentavo per lavoro.

Verso mezzogiorno mi sentivo totalmente frustrato, perché mi ero alzato apposta per cercare la calma perduta, ero uscito di casa molto presto sentendomi quasi uno di quei contadini che parlano con la natura, eppure quella stronza non tornava, quella stronza chissà dov’era. Tutto questo casino per niente, avevo anche sprecato un giorno di malattia che potevo tenermi in buono per qualche altra occasione…ma perché mi sento così incompatibile con me stesso?

Decisi che mi sarei fermato per mangiare qualcosa in qualche paninoteca, magari sorseggiando con calma una birra fresca. Così feci, ma mi sentii solo. Uscito dal locale mi sedetti sul muretto che circondava la piccola chiesa di quel quartiere tranquillo, pensai di digerire con calma il pasto. Mi sforzai di respirare a fondo, conoscevo tecniche di training autogeno.

Dopo alcuni istanti sentii come un fruscio alle mie spalle, verso il basso. Mi voltai e guardai dall’altra parte del muretto, in direzione del prato immacolato e fresco.

Un anziano piuttosto sporco era rannicchiato sotto ad una coperta e sopra ad uno strato di cartoni anch’essi sudici e vecchi. La sua testa, avvolta da una cuffia da nuoto, faceva capolino come se fosse un fungo enorme fra le foglie secche. La coperta sembrava comunque accogliente e il viso del vecchio era apparentemente rilassato. Capii che l’uomo si stava per svegliare, poco dopo infatti aprì gli occhi lentamente e nello stesso modo iniziò a stirare tutto il corpo da sdraiato. Arti e ossa si animavano sotto a quella scarlatta coperta che mi sembrava comoda. La danza durò per un paio di minuti buoni, poi l’anziano si mise seduto, ancora non mi aveva notato. Mosse lateralmente la mandibola, prima a destra poi a sinistra, rimase intontito a fissare il prato, pensai che stava ripensando a un bel sogno appena fatto. L’anziano guardò in alto, verso il campanile e proprio mentre iniziava a farsi il segno della croce mi notò.

I nostri occhi si incrociarono a circa due metri di distanza, eravamo vicini, l’aria ancora fresca di quella giornata di inizio primavera, probabilmente ci fece provare sensazioni simili. Poi il vecchio parlò e la mia giornata si risolse:

-          E tu chi cazzo sei- mi chiese con mio stupore. La sua voce era di una tonalità esile e acuta, però era rilassata, lui era calmo…aveva la sua calma.

-          Buongiorno, mi sono seduto qui per digerire-

-          Ma vaffanculo va- mi rispose sghignazzando e stringendo gli occhi trasformando il suo sguardo in quello di un pacioso topo felice.

-          E perché mi sta mandando a fare in culo?-

-          Perché a trent’anni ti fermi per digerire?-

-          Si-

-          E allora vaffanculo-

-          Il fatto è che mi stavo anche annoiando-

-          Perché ti annoi?-

-          Cercavo un po’ di calma e non l’ho trovata-

-          Cercavi un po’ di calma o cercavi la tua calma-

-          La mia calma-

-          Io la conosco, me la sono scopata- emise un sibilo che era solo il preludio di una risata lunga e tranquilla. Non so come o perché, ma lo stavo invidiando.

-          Ti sei scopato la mia calma vecchio?-

-          Non mi chiamo vecchio, io sono il tuo giorno odierno-

-          Chi cazzo sei tu?-

-          Sono il tuo giorno e non è una buona cosa quando uno si sveglia prima del suo giorno, peraltro agitandosi-

-          Ok, buongiorno, facciamo che ci credo, tu sei il mio giorno…mi sai dire dov’è la mia calma?-

-          È ancora a casa tua coglione, proprio dove dovevo venire io fra circa un’ora a svegliarti-

 

Il mio giorno si rimise a dormire senza neppure congedarsi…dunque io tornai a casa.

Arrivato davanti alla porta sentii una voce di donna che cantava una melodia lenta e dalle note lunghe.

Mi spaventai però riuscii ad aprire la porta. Nel mio letto c’era la mia calma.

-          Dove sei stato?- mi disse smettendo di cantare.

-          A cercarti-

-          Io ero qui…prendi il vino e vieni a letto-

 

Presi il vino, due bicchieri, un libro e andai a letto.

 

 

M

Un giro veloce sui social-Carlito Jefferson (senza diagnosi)


-Faccio un giro veloce sui social Maaa- gridò Carlos dalla stanza.

La madre di Carlos, Peppa, che era in cucina a sbattere, si arrestò, strizzò gli occhi per cercare ancora qualche goccia di pazienza dentro all’ippotalamo o a qualche altra area cerebrale…la trovò…una goccia sola, che fece entrare in circolo tramite respirazione…poi disse con tono alto:

-Carlito non puoi avere un profilo per entrare nei social, ne abbiamo già discusso tatone-

-Fottiti troia imbalsamata io ho quarant’anni e ho diritto ad avere un profilo per i social! Che cazzo ne sai tu di Twitter, Badoo, Instagram, FACEBOOOOOOK!!-

-E che cazzo ne saprai tu, aborto psicotico di merda- mormorò Peppa trattenendo poi una risatina isterica

-Cosa hai detto Mamma??-

-Nulla Carlito, ho solo detto che nemmeno tu sai molto dei social-

-Mamma non farmi piangere cazzo, io ne so! Ne so! Ne so! Una volta ero da Manuel e ci sono entrato e ci ho fatto un giro e ho visto tutte quelle cose…Mamma nei social la gente si impegna!-

La Signora Peppa però non ce la stava facendo…si stava già togliendo il grembiule, stava già spegnendo il forno con dentro il polpettone, stava già bagnando con l’acqua l’olio caldo con sopra frittelle di melanzana dentro alla padella di teflon dell’Ikea…stava già uscendo per andare a perdersi per le vie del centro…per andare a fare finta di essere anonima a se stessa, finta che suo figlio non era schizzato e insopportabile, finta che quella città fosse su un altro pianeta.

Carlos udì l’olio della padella urlare prima di annegare nello sfrigolio, udì il picchiettio delle manopole del forno che giravano in senso antiorario, udì il rumore delle scarpe con la suola in sughero di sua mamma Peppa che si avvicinavano all’uscita del piccolo appartamento…chiavi, maniglia, porta chiavi…e poi silenzio.

Un giro sui social, una dose di input misti…lo voleva, voleva stare sui social, viverli, sarebbe stato come essere Superman in una piazza di Tokyo…superman giapponese, che capiva il giapponese e leggeva nella mente di tutti…sui social puoi leggere nella mente della gente, ognuno fa quel giochetto di dire cose intime di se…facendo finta di dirle a se, ma sapendo che le stavano vedendo 30, 80, 300, 1250 amici, persone, che poi cliccavano “mi piace” e così facendo rendevano visibile quello che tu pubblicavi anche ai loro amici, che non per forza erano amici tuoi. Praticamente tu aprivi un social e vedevi quello che persone sconosciute avevano da dire…anche se queste non erano tuoi amici!! Loro non sapevano nemmeno che tu stavi vedendo, ma erano consapevoli del fatto che sconosciuti avrebbero visto! Nei social non c’erano malattie, non c’erano odori o bava agli angoli della bocca…non c’erano denti gialli o abiti sudati, non c’era carne vecchia e nessuno poteva vedere dentro agli occhi degli amici...un giro sui social.

-Tatone un cazzo- mormorò Carlos dirigendosi verso la stanza della mamma.

La mamma aveva un PC e lui lo accese…voleva farsi un giro, un giro sui social.

La mamma aveva messo una password al PC…

-Puttana-

Carlos provò alcune password: Carlos (non valida); Tatone (non valida); Figlioschizzato (non valida).

Si arrese.

Carlos si alzò e si vestì…prima di uscire aveva addosso i pantaloni della tuta grigia, le ciabatte bordeaux morbide sulle calze di spugna bianca, la felpa gialla e una giacca verde…si guardò un po’ allo specchio, si schiarì la gola, passò una mano sudaticcia su barba e baffi…quei peli avevano bisogno di aria e vita. Prese un po’ di soldi da un cassetto della Peppa.

Uscì…

Era in strada…iniziò a chiedere dove poteva trovare un internet caffè.

Durante la prima mezz’ora chiese principalmente in alcuni bar frequentati da pensionati e nessuno seppe aiutarlo, mangiò tre berliner e bevve due cappuccini…poi andò al parchetto dai tossici e anche li non trovò l’informazione, fumò una sigaretta con alcuni uomini e una donna con del sangue sulle ginocchia…andò fuori da una scuola materna e chiese ad alcune maestre che erano in ricreazione e venne allontanato. Infine chiese a un commesso di un negozio di elettronica che era ubicato sotto ad un portico, che gli riferì che all’interno del negozio avevano un terminale dal quale si poteva navigare per pochi soldi all’ora.

Carlos rimase felice dell’informazione ed entrò, accomodandosi sulla morbida sedia da ufficio nera e rotonda e gommosa, un po’ nascosto dietro alle scansie dei cavi ethernet, si sentì già più importante…era il suo sedile della navicella spaziale…entrò nel web e aprì Facebook…doveva crearsi una mail e una password…incredibile quel potere, si sentiva già più importante, più smart, più intelligente…voleva farsi un fottuto giro sui social.

Creò l’account di facebook: carlosocial1975@gmail.cof / password: carlosnelweb1975

Trovò geniale il fatto di unire con la lettera S la parola Carlos e la parola Social.

Chiesero lui un nominativo: Carlito Jefferson

Quel giorno mandò moltissime richieste di amicizia a caso, la sua foto del profilo mostrava un complesso di palazzi tutto di vetro, aveva trovato la foto su google, digitando “palazzi di vetro Singapore”.

Sempre quel giorno fece un giro sulla homepage di Facebook, notando alcune foto e alcuni filmati, parlavano molto del presidente e dell’Isis, vide alcuni spezzoni di azioni calcistiche fenomenali, vide alcuni gatti cadere in acquari, rise. Poi si concentrò un attimo sul suo profilo, inserì alcune informazioni: città natale, città di domicilio attuale, data di nascita, sesso, lavoro…per il lavoro provò un pochino di imbarazzo, ma alla fine ci passò sopra e scrisse “ingegnere”…

Sentì come un senso di vertigine tornando sulla Homepage, sentiva come di volersene andare…poi dei disegnini rossi apparvero sullo sfondo blu, i primi amici stavano arrivando, si commosse…andò a guardare la loro pagina…c’era una che si chiamava Carfagna da Parigi e un altro che si chiamava Prinz Lo Prinz...Carfagna aveva appena postato ventisette minuti prima una frase saggia: “Non importa quanto hai sofferto, ti innamorerai di nuovo, sarà più bello di prima e farà più paura che mai” Fabio Volo.

Carlos si sentiva compreso…e allora cliccò su Condividi. Poco dopo Carfagna da Parigi mise “like” alla sua immagine con la frase stupenda…Carlos si sentì pervaso da un calore elettrizzante e si voltò istintivamente per vedere se il commesso stava guardando…il commesso si faceva i cazzi suoi con il suo profilo fb. Carlos pensò di diventargli amico sul web…cercò il nome del negozio “Elettrotecnica Fulgini”, due persone erano state li, non c’era una pagina, peccato. Una delle due persone era un uomo, poteva essere il commesso proprietario? Carlos inviò all’uomo una richiesta di amicizia.

Poco dopo il commesso proprietario, dietro al monitor di cassa bisbigliò: “ma questo chi cazzo è”, ma nessuno lo udì.

Carlos si ricordò che doveva pagare e che quel giorno aveva portato pochi soldi, se ne andò.

La sera non disse nulla alla mamma Peppa, che dal canto suo si era un po’ calmata.

L’indomani aspettò che la Peppa uscisse per andare a bere uno sprirz con un’amica sarda e andò diretto al negozio di elettronica e si portò più soldi.

Si sedette, inserì i suoi dati ed entrò in Facebook…fu allora che accadde, fu durante quelle quattro ore filate di navigazione che accadde, la sua psicosi forse, o la sua fantasia…

Carlos entrò…e iniziò a scorrere la rotella del mouse…si sentiva uno scienziato che zummava su un virus o su un organismo che avrebbe rivoluzionato l’umanità; si sentiva un ispettore di qualche squadra speciale che analizzava le telecamere a circuito chiuso di una metropolitana, dopo un attentato; si sentiva un avventuriero davanti ad un luminoso reperto storico…si sentiva nuovo e moderno, potente e veloce, liquido.

L’Isis aveva ucciso ancora facendo sgozzare un prigioniero a un bambino di 12 anni, un filmato mostrava come friggere le carote in pastella (andavano bene anche come dessert). Oggi è il compleanno di Susalina Guendy e di altre 14 persone, fai loro gli auguri. Schillaci ai mondiali del ’90 che correva con gli occhi sbarrati (per tutti quelli che questo momento lo hanno vissuto in diretta TV), lo chef di Masterchef che butta un piatto pieno di carne nella spazzatura dicendo “pisovscit tu prendi pekulo tuti noi con tuo piato è ofesa ässol”, Peta condivide i filmati di un vitello che viene strappato alla madre mucca fra muggiti e calci e coltellate. Un giapponese mangia spaghetti di riso piccanti e ride; frase saggia: non seguire il sentiero già tracciato, segui un sentiero sconosciuto e lascia una traccia; poesia di Alda Merini sui folli (like da parte di Associazione Peppino Impastato); Attacco di Matteo Salvini ai Rom (like da Torna Benito Torna); video dei Rom che mostrano le loro case nel fango in periferia di Milano (201 like e 67 commenti-mostra commenti precedenti-commento di Ennio Zannio Cozzio “allora era meglio vivere sotto alle bombe?” 7 risposte-risposta di La Robi Duarte Perez “guarda che son Rom mica Siriani”; due gatti che lottano e in sottofondo i versi di un combattimento di Kunf Fu. Alessandra Amoroso. Foto di orsi polari con la scritta “Che bello essere un orso polare, che brutto essere un orso polare: l’orso Bi-Polare”. Obama accusato di essere un rettile (con prove fotografiche della somiglianza con un rettile); scie chimiche sopra Belgrado sarebbero la prova che la guerra c’è stata e ha partecipato anche un forma aliena. I migliori goal di Baggio, i dribbling di Zidane (like di Carfagna da Parigi). Frase saggia: ama come non ci fosse un domani; frase saggia: trova ciò che ami e lascia che ti uccida; frase saggia: è solo quando avrai smesso di inseguire le cose sbagliate che darai la possibilità alle cose giuste di raggiungerti.

Rotella rotella rotella.

Best K.O in MMA of 2015, Pagina: Cucina con Cristina, Pagina: hot jap girls smoking and eating chocolate (sponsorizzata). Attilio Lombardo Pelato Bastardo Sampdoria nel Kuore, incredibile video dell’incidente stradale e ferroviario avvenuto nella provincia cinese di Bon Ton; la rivincita del toro, torero incornato (video); agente USA uccide otto colleghi e i talebani rivendicano l’atto, Tutto l’Iran in piazza al grido “la guerra è santa”, Santa Claus in un ascensore bloccato: “aiuto sono Claus trofobico” (con immagine Santa Claus che beve Coca Cola); Sede ONG del Sud Africa bruciata; video Shock Le Iene intervistano i Vip che non sanno nulla di geografia italiana.

Carlos iniziò a mettere like a tutto, a ogni cosa.

Gina Pilotina scrive: San Valentino si avvicina.

Kazio Mazzo scrive: Non so voi ma io sono stufo di girare nei soliti posti non c’è mai niente da fare e poi come se non bastasse paghi na cifra…pure qui in facebook io voglio ripulire il mio profilo da certe amicizie falsi del kazzo parlate in faccia dite le cose in faccia non avete le palle vero? Oggi voglio proprio dire le cose come stanno a tutti…che viviamo in un posto dimmerda e ce gente ke non si fa i kazzi suoi…fanculo non mi rompete più le palle-9 like-1 commento di Catarra Verdi “Kaz ma ke succede? Dove 6?”-1 risposta “ee lascia perdere Cata tu almeno sai di cosa parlo e mi kapisci”- 1 risposta “Si vai tranquillo ke per qualsiasi cosa ci sono”-questa risposta piace a Kazio Mazzo e a Orsola Atroce. 1 commento di Orsola Atroce “mandali tutti affanculo Kazio e resisti, stasera comunque sono in giro ti porto io in posti ok”.

Geraldo Baldo condivide un post di Nelson Mandela Fans Club: Non esistono grandi scoperte nel reale sviluppo finché sulla terra ci sarà anche solo un bambino infelice. Bobo Bolscevico mette like e commenta il post di Geraldo “Vero Ge...condivido a pieno…con il collettivo stiamo promuovendo un nostro evento di raccolta fondi a favore di un villaggio del Burkina, fai girare vengono a suonare anche i Reggae Bomba e gli Skazzi…centro sociale Mandala”-Geraldo risponde “ci sarò bella, faccio girare…resistere.”

Frase: Se progettiamo strade per automobili e traffico troveremo automobili e traffico, se progettiamo strade per sogni e persone troveremo sogni e persone”, sempre e per sempre Juve Merda, Pagina: noi che siamo stati adolescenti negli anni novanta (foto di game boy, DAS, Crystal Ball, Mc Gyver, A-Team); ritratto di Van Gogh (il Postino); foto di Salgado (like da parte di Comunità Pro Ateismo Israele). Svolta e Rivolta scrive: vota si il 29 febbraio a favore di posteggi più ecologici e che rispettino le condizioni salariali dei dipendenti della Microtecmacbitbiocip. Forza destra di Stato scrive condivide un link: clandestini marocchini stuprano giovane studente romana in pieno giorno e romani li massacrano di botte (con foto di tre marocchini trafelati su una barca che affonda vicino a una riva)-segue commento di Giotto Veneziano “tutti a casa quelle merde, bene han fatto bene a menarli”-segue commento di Carla Da Darla “e noi siam qui che li manteniamo, prendono un sacco di soldi al giorno”-segue commento di Pugachov Oblomov “fake, non credeteci è una bufala del cazzo”.

Carlos iniziava a sentirsi strano, come in uno stato di trans, la rotella andava e andava e gli input si sommavano ma lui non riusciva come invece credeva ad affermarsi sul social, non riusciva nemmeno a tenere un filo logico…cosa avrebbe potuto dire? Come poteva saltare su quel treno pieno di merce in corsa? Da qualche parte doveva iniziare e così lo fece…voleva piacere, voleva sentirsi parte di qualcosa e dare un senso alla sua esistenza che non comprendeva:

Carlito Jefferson scrive: “Stranieri di merda, dovete morire, toccate ancora le nostre donne e divento una bestia”.

Subito Lolla Ingolla mise like e commentò “Carlito hanno toccato qualche tua famigliare?”-risposta di Carlito Jefferson “No ma una la conosco, son stati dei francesi”-Lolla mise like-un commento da parte di Provenzo Formaggio del Nord “Franesi? Algerini o Neri?”-Risposta di Carlito Jefferson “Gente di Parigi, stranieri insomma, incredibile, tremendo”-Commento di Provenzo “Ma come di Parigi, Mussulmani?”-Risposta di Carlito Jefferson “Non erano di qui…a me è questo che fa incazzare”-Risposta di Rosso Malpelo “Cosa vuol dire coglione che se erano di qui potevano menare la tua amica senza problemi?”.

Carlos diventò paonazzo, fuori pioveva, il negozio di elettronica era entrato in una sinistra penombra, il commesso continuava a farsi i cazzi suoi nel suo facebook e non aveva ancora risposto alla richiesta di amicizia di questo Carlito Jefferson. Carlos dal canto suo era imbarazzato, forse si era esposto troppo? Perché Rosso Malpelo gli aveva dato del coglione? Provò con qualcos’altro.

Carlito Jefferson pubblica una foto: Foto di Gino Strada in bianco e nero con sigaretta, su sfondo paesaggio di guerra e in alto una E rossa, di fianco al volto di Gino Strada la citazione del medesimo “i diritti umani devono essere diritti di tutti gli umani, se no diventano privilegi”.

Rosso Malpelo commenta lo stato di Carlito Jefferson: “Carletto, ma sei scemo?”.

Carlos iniziò ad entrare in uno stato di panico…si era beccato dello scemo! Rosso Malpelo non era affatto suo amico! Poi capitò che La Giovannona e Personal Trainer Hit misero like al commento di Rosso Malpelo, ma non erano manco fra le sue amicizie. Carlos provava difficoltà nel gestire le emozioni e la comunicazione in facebook, dunque rispose a Rosso Malpelo:

Risposta di Carlito Jefferson: “Non sono ne coglione ne scemo, tu fatti i cazzi tuoi e se non ti piace cosa pubblico non guardare”- Cicera del Diavolo mise like al commento di Carlito e lui scosse un po’ il pugno chiuso e sorrise di sollievo- Risposta di Rosso Malpelo “Ma cosa dici pirla, è come dire che vai in piazza a fare la cacca e pretendi che la gente se non vuole essere disturbata da quello che fai volta la faccia dall’altra parte”-subito dopo Kane Dio Da Istanbul commenta “lascia perdere Rosso, questa qua è la classica gente che non sa argomentare ne difendere le proprie opinioni, sarà un qualche deputato che ha scoperto facebook…ue deputato come si vive alle spalle degli altri?”.

Carlos rimase in silenzio…incredulo…stavano pensando di lui che era un Deputato? Ma come era possibile? Si sentò onorato di questo, recuperò vigore, si sentì accettato...o comunque accettabile...tutto era accettabile, tutto era li e dunque incancellabile, non ammazzabile, accettabile per forza.

Carlos rispose al commento di Kane “ciao Kane, si si vive bene, ma occhio alle spalle e si sono un deputato”.

Poi si scatenò e condivise di fila:

-          Meteo odierna, luce di giorno e buio di notte, pioggia in caso di pioggia

-          Falsi nipoti smontano Fiat Panda e con le varie componenti costruiscono un album di famiglia che li fa diventare dei nipoti veri-bufala o verità? (con foto)

-          Oroscopo del giorno- Cancro, ma forse è un’ernia (con foto di Garfield che ride e la scritta “frasi bastarde”)

-          Frase di Osama Bin Laden con foto: Le torri gemelle erano obiettivi legittimi, esse sostenevano il potere economico degli Stati Uniti.

-          Video di Cheerleaders che cadono

-          Video di adolescente che fa la cacca in piscina e i suoi amici fuggono

-          Album fotografico “io solo io, semplicemente io, marinaramente io” di Prosciutta Cotta (con like di Prosciutta Cotta e successiva richiesta di amicizia inviata a Carlito, amico in comune Cristo Santo).

-          Pagina: Herbalife, lavora da casa senza paura di ingrassare e caricando la tua energia interiore con la polvere.

-          Pagina: Pedro Almodovar

-          Pagina: Fascio, semper fidelis

-          Pagina: La famiglia è composta da un uomo e una donna, tutto il resto è morbo

-          Pagina: Freddie Mercury

-      Foto di Patty Pravo in comparazione al cane volante de La Storia Infinita (Falcor), sono uguali.

-      Video Shock: vittima di bullismo distrugge bullo e gli amici lo filmano-con sondaggio "cosa poteva fare il bullo?".

Sarebbe stato bello, bellissimo, tornare l’indomani e vedere quante notifiche gli sarebbero arrivate.

Prima di tornare a casa però, visto che aveva preso coraggio, decise di creare una pagina…non sapeva bene come fare ma non fu complicato:

Carlito Jefferson ha creato una pagina: Vaffanculo Rosso Malpelo (con foto di una mano che fa vaffanculo).

Chiuse Facebook e spense il computer…si sentiva bene…stanco come dopo una giornata di lavoro al supermercato, il suo vecchio mestiere. Non aveva nulla in testa, i suoi pensieri erano rimasti frastagliati e appiccicati in mille luoghi diversi.... Prima di uscire dal negozio di elettronica pagò il commesso proprietario, lo guardò serissimo negli occhi, il commesso non comprese molto bene, si inquietò, ma rimase zitto.

Carlos uscì dal negozio e agguerrito ma discretamente sibilò: “domani te lo chiedo col messaggio privato, perché cazzo non accetti la mia richiesta di amicizia, bastardo”.

 m