giovedì 11 febbraio 2016

Non cercarla


Era tardi per chiamarla ancora notte, diciamo piuttosto che alcuni passeri già stavano parlando ad alta voce. Il fatto è che io ero sveglio da circa tre ore ormai, fissavo la penombra uniforme e azzurra di quell’alba minacciosa d’aborto. Sentivo lo stomaco acido e vuoto soffriggere, sollazzato solo dal pensiero di un caffè ristretto buttato giù con qualche biscotto sintetico. Tentavo, con una premura molto intima, di sperare che la sveglia suonasse prima del pianificato; mi sentivo già molto attivo e la mia testa stava ormai lavorando a regime alterato, producendo saette d’idee e progetti, dandomi falso entusiasmo ad ogni nuovo desiderio indotto…indotto da quel mancato riposo, da quel falso stato di veglia prematuro.

Ero agitato perché quel giorno lo avrei dedicato alla ricerca di una cosa molto importante, lo avevo deciso la sera prima. Appositamente, mi ero dato malato dal lavoro, il capo mi aveva supplicato ma io avevo retto il teatrino.

-          Ti prego, manca personale, non puoi prendere un paracetamolo e stringere i denti? Solo per domani-

-          Ho tirato troppo la corda capo, mi spiace un sacco, se non mi curo ora me la trascino per mesi- avevo risposto asetticamente.

Era vero, la corda era tesissima e pensavo di cambiare lavoro. Quel giorno lo avrei dedicato alla ricerca della calma perduta. Sentivo che avevo iniziato bene, ero pronto, reattivo. Mormorai un insulto indirizzato alla sveglia e la disattivai prima del tempo.

Mi alzai dal letto, illudendomi di riuscire a mentirmi in merito al mio stato d’ansia. Camminavo lento per la casa, controllavo i gesti…ma dentro schizzavo.

Il bramato caffè scese fornendomi meno piacere del previsto, i biscotti non sapevano di un cazzo, ma poco importa, dovevo andare…dovevo cercarla.

Uscendo di casa mi resi conto di avere un accenno di vertigini, inoltre i miei occhi sopportavano male la luce. Mi diressi verso il centro, li avrei pensato alle mosse successive, le idee spaziavano: avrei potuto cercare la calma in una libreria, in un bar, in una sala giochi, sul prato di un parco, in un cinema…avrei valutato una volta arrivato in centro…ne ero convinto, ne ero sicuro.

Con un tram arrivai a circa un chilometro dalla piazza principale, a quel punto preferii scendere e camminare, per iniziare a godermi la città, per iniziare a cercare la calma perduta.

Dopo cinque passi iniziai a rendermi conto che tutto era ancora chiuso; dalle librerie ai cinema, dalle sale giochi ai caffè. Mi diedi dell’idiota, in ogni caso continuai a dissimulare l’ansia che stavo provando…pur sapendo che era tutta colpa sua.

-          Fuoco al culo del cazzo- mormorai sprezzante.

Arrivai in Piazza e scelsi una panchina vicina a degli alberi, pensai che avrei potuto iniziare a cercare la calma osservando la città risvegliarsi, attivarsi, sbocciare. Dopo trenta minuti mi accorsi che il traffico attorno alla Piazza mi stava solo infastidendo e che guardare i bottegai alzare le saracinesche con calma conversando con i colleghi del più e del meno, mi faceva solo sentire più stupido, più ansioso.

Iniziai ad avere i primi dubbi ed i primi ripensamenti verso le dieci del mattino, quando dopo aver camminato per un paio d’ore a zonzo iniziarono a farmi male le gambe, e la gola prese a bruciarmi a causa dello smog.

Al mercato la mia calma non c’era, troppa puzza; nella libreria i libri costavano troppo, non era un luogo per la mia calma; la sala giochi era troppo rumorosa; al cinema non c’era un cazzo in programma fino alle cinque del pomeriggio. La città mi sembrava più fastidiosa di quando la frequentavo per lavoro.

Verso mezzogiorno mi sentivo totalmente frustrato, perché mi ero alzato apposta per cercare la calma perduta, ero uscito di casa molto presto sentendomi quasi uno di quei contadini che parlano con la natura, eppure quella stronza non tornava, quella stronza chissà dov’era. Tutto questo casino per niente, avevo anche sprecato un giorno di malattia che potevo tenermi in buono per qualche altra occasione…ma perché mi sento così incompatibile con me stesso?

Decisi che mi sarei fermato per mangiare qualcosa in qualche paninoteca, magari sorseggiando con calma una birra fresca. Così feci, ma mi sentii solo. Uscito dal locale mi sedetti sul muretto che circondava la piccola chiesa di quel quartiere tranquillo, pensai di digerire con calma il pasto. Mi sforzai di respirare a fondo, conoscevo tecniche di training autogeno.

Dopo alcuni istanti sentii come un fruscio alle mie spalle, verso il basso. Mi voltai e guardai dall’altra parte del muretto, in direzione del prato immacolato e fresco.

Un anziano piuttosto sporco era rannicchiato sotto ad una coperta e sopra ad uno strato di cartoni anch’essi sudici e vecchi. La sua testa, avvolta da una cuffia da nuoto, faceva capolino come se fosse un fungo enorme fra le foglie secche. La coperta sembrava comunque accogliente e il viso del vecchio era apparentemente rilassato. Capii che l’uomo si stava per svegliare, poco dopo infatti aprì gli occhi lentamente e nello stesso modo iniziò a stirare tutto il corpo da sdraiato. Arti e ossa si animavano sotto a quella scarlatta coperta che mi sembrava comoda. La danza durò per un paio di minuti buoni, poi l’anziano si mise seduto, ancora non mi aveva notato. Mosse lateralmente la mandibola, prima a destra poi a sinistra, rimase intontito a fissare il prato, pensai che stava ripensando a un bel sogno appena fatto. L’anziano guardò in alto, verso il campanile e proprio mentre iniziava a farsi il segno della croce mi notò.

I nostri occhi si incrociarono a circa due metri di distanza, eravamo vicini, l’aria ancora fresca di quella giornata di inizio primavera, probabilmente ci fece provare sensazioni simili. Poi il vecchio parlò e la mia giornata si risolse:

-          E tu chi cazzo sei- mi chiese con mio stupore. La sua voce era di una tonalità esile e acuta, però era rilassata, lui era calmo…aveva la sua calma.

-          Buongiorno, mi sono seduto qui per digerire-

-          Ma vaffanculo va- mi rispose sghignazzando e stringendo gli occhi trasformando il suo sguardo in quello di un pacioso topo felice.

-          E perché mi sta mandando a fare in culo?-

-          Perché a trent’anni ti fermi per digerire?-

-          Si-

-          E allora vaffanculo-

-          Il fatto è che mi stavo anche annoiando-

-          Perché ti annoi?-

-          Cercavo un po’ di calma e non l’ho trovata-

-          Cercavi un po’ di calma o cercavi la tua calma-

-          La mia calma-

-          Io la conosco, me la sono scopata- emise un sibilo che era solo il preludio di una risata lunga e tranquilla. Non so come o perché, ma lo stavo invidiando.

-          Ti sei scopato la mia calma vecchio?-

-          Non mi chiamo vecchio, io sono il tuo giorno odierno-

-          Chi cazzo sei tu?-

-          Sono il tuo giorno e non è una buona cosa quando uno si sveglia prima del suo giorno, peraltro agitandosi-

-          Ok, buongiorno, facciamo che ci credo, tu sei il mio giorno…mi sai dire dov’è la mia calma?-

-          È ancora a casa tua coglione, proprio dove dovevo venire io fra circa un’ora a svegliarti-

 

Il mio giorno si rimise a dormire senza neppure congedarsi…dunque io tornai a casa.

Arrivato davanti alla porta sentii una voce di donna che cantava una melodia lenta e dalle note lunghe.

Mi spaventai però riuscii ad aprire la porta. Nel mio letto c’era la mia calma.

-          Dove sei stato?- mi disse smettendo di cantare.

-          A cercarti-

-          Io ero qui…prendi il vino e vieni a letto-

 

Presi il vino, due bicchieri, un libro e andai a letto.

 

 

M

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