Era tardi per chiamarla ancora notte, diciamo piuttosto
che alcuni passeri già stavano parlando ad alta voce. Il fatto è che io ero
sveglio da circa tre ore ormai, fissavo la penombra uniforme e azzurra di
quell’alba minacciosa d’aborto. Sentivo lo stomaco acido e vuoto soffriggere,
sollazzato solo dal pensiero di un caffè ristretto buttato giù con qualche
biscotto sintetico. Tentavo, con una premura molto intima, di sperare che la
sveglia suonasse prima del pianificato; mi sentivo già molto attivo e la mia
testa stava ormai lavorando a regime alterato, producendo saette d’idee e
progetti, dandomi falso entusiasmo ad ogni nuovo desiderio indotto…indotto da
quel mancato riposo, da quel falso stato di veglia prematuro.
Ero agitato perché quel giorno lo avrei dedicato alla
ricerca di una cosa molto importante, lo avevo deciso la sera prima.
Appositamente, mi ero dato malato dal lavoro, il capo mi aveva supplicato ma io
avevo retto il teatrino.
-
Ti prego, manca personale, non
puoi prendere un paracetamolo e stringere i denti? Solo per domani-
-
Ho tirato troppo la corda capo, mi
spiace un sacco, se non mi curo ora me la trascino per mesi- avevo risposto
asetticamente.
Era vero, la corda era tesissima e pensavo di cambiare
lavoro. Quel giorno lo avrei dedicato alla ricerca della calma perduta. Sentivo
che avevo iniziato bene, ero pronto, reattivo. Mormorai un insulto indirizzato
alla sveglia e la disattivai prima del tempo.
Mi alzai dal letto, illudendomi di riuscire a mentirmi
in merito al mio stato d’ansia. Camminavo lento per la casa, controllavo i
gesti…ma dentro schizzavo.
Il bramato caffè scese fornendomi meno piacere del
previsto, i biscotti non sapevano di un cazzo, ma poco importa, dovevo
andare…dovevo cercarla.
Uscendo di casa mi resi conto di avere un accenno di
vertigini, inoltre i miei occhi sopportavano male la luce. Mi diressi verso il
centro, li avrei pensato alle mosse successive, le idee spaziavano: avrei
potuto cercare la calma in una libreria, in un bar, in una sala giochi, sul
prato di un parco, in un cinema…avrei valutato una volta arrivato in centro…ne
ero convinto, ne ero sicuro.
Con un tram arrivai a circa un chilometro dalla piazza
principale, a quel punto preferii scendere e camminare, per iniziare a godermi
la città, per iniziare a cercare la calma perduta.
Dopo cinque passi iniziai a rendermi conto che tutto era
ancora chiuso; dalle librerie ai cinema, dalle sale giochi ai caffè. Mi diedi
dell’idiota, in ogni caso continuai a dissimulare l’ansia che stavo
provando…pur sapendo che era tutta colpa sua.
-
Fuoco al culo del cazzo- mormorai
sprezzante.
Arrivai in Piazza e scelsi una panchina vicina a degli
alberi, pensai che avrei potuto iniziare a cercare la calma osservando la città
risvegliarsi, attivarsi, sbocciare. Dopo trenta minuti mi accorsi che il
traffico attorno alla Piazza mi stava solo infastidendo e che guardare i
bottegai alzare le saracinesche con calma conversando con i colleghi del più e
del meno, mi faceva solo sentire più stupido, più ansioso.
Iniziai ad avere i primi dubbi ed i primi ripensamenti
verso le dieci del mattino, quando dopo aver camminato per un paio d’ore a
zonzo iniziarono a farmi male le gambe, e la gola prese a bruciarmi a causa dello
smog.
Al mercato la mia calma non c’era, troppa puzza; nella
libreria i libri costavano troppo, non era un luogo per la mia calma; la sala
giochi era troppo rumorosa; al cinema non c’era un cazzo in programma fino alle
cinque del pomeriggio. La città mi sembrava più fastidiosa di quando la
frequentavo per lavoro.
Verso mezzogiorno mi sentivo totalmente frustrato,
perché mi ero alzato apposta per cercare la calma perduta, ero uscito di casa
molto presto sentendomi quasi uno di quei contadini che parlano con la natura,
eppure quella stronza non tornava, quella stronza chissà dov’era. Tutto questo
casino per niente, avevo anche sprecato un giorno di malattia che potevo
tenermi in buono per qualche altra occasione…ma perché mi sento così
incompatibile con me stesso?
Decisi che mi sarei fermato per mangiare qualcosa in
qualche paninoteca, magari sorseggiando con calma una birra fresca. Così feci,
ma mi sentii solo. Uscito dal locale mi sedetti sul muretto che circondava la
piccola chiesa di quel quartiere tranquillo, pensai di digerire con calma il
pasto. Mi sforzai di respirare a fondo, conoscevo tecniche di training
autogeno.
Dopo alcuni istanti sentii come un fruscio alle mie
spalle, verso il basso. Mi voltai e guardai dall’altra parte del muretto, in
direzione del prato immacolato e fresco.
Un anziano piuttosto sporco era rannicchiato sotto ad
una coperta e sopra ad uno strato di cartoni anch’essi sudici e vecchi. La sua
testa, avvolta da una cuffia da nuoto, faceva capolino come se fosse un fungo
enorme fra le foglie secche. La coperta sembrava comunque accogliente e il viso
del vecchio era apparentemente rilassato. Capii che l’uomo si stava per
svegliare, poco dopo infatti aprì gli occhi lentamente e nello stesso modo
iniziò a stirare tutto il corpo da sdraiato. Arti e ossa si animavano sotto a
quella scarlatta coperta che mi sembrava comoda. La danza durò per un paio di
minuti buoni, poi l’anziano si mise seduto, ancora non mi aveva notato. Mosse
lateralmente la mandibola, prima a destra poi a sinistra, rimase intontito a
fissare il prato, pensai che stava ripensando a un bel sogno appena fatto.
L’anziano guardò in alto, verso il campanile e proprio mentre iniziava a farsi
il segno della croce mi notò.
I nostri occhi si incrociarono a circa due metri di
distanza, eravamo vicini, l’aria ancora fresca di quella giornata di inizio
primavera, probabilmente ci fece provare sensazioni simili. Poi il vecchio
parlò e la mia giornata si risolse:
-
E tu chi cazzo sei- mi chiese con
mio stupore. La sua voce era di una tonalità esile e acuta, però era rilassata,
lui era calmo…aveva la sua calma.
-
Buongiorno, mi sono seduto
qui per digerire-
-
Ma vaffanculo va- mi rispose
sghignazzando e stringendo gli occhi trasformando il suo sguardo in quello di
un pacioso topo felice.
-
E perché mi sta mandando a fare in
culo?-
-
Perché a trent’anni ti fermi per
digerire?-
-
Si-
-
E allora vaffanculo-
-
Il fatto è che mi stavo anche
annoiando-
-
Perché ti annoi?-
-
Cercavo un po’ di calma e non l’ho
trovata-
-
Cercavi un po’ di calma o cercavi
la tua calma-
-
La mia calma-
-
Io la conosco, me la sono scopata-
emise un sibilo che era solo il preludio di una risata lunga e tranquilla. Non
so come o perché, ma lo stavo invidiando.
-
Ti sei scopato la mia calma
vecchio?-
-
Non mi chiamo vecchio, io sono il
tuo giorno odierno-
-
Chi cazzo sei tu?-
-
Sono il tuo giorno e non è una
buona cosa quando uno si sveglia prima del suo giorno, peraltro agitandosi-
-
Ok, buongiorno, facciamo che ci
credo, tu sei il mio giorno…mi sai dire dov’è la mia calma?-
-
È ancora a casa tua coglione,
proprio dove dovevo venire io fra circa un’ora a svegliarti-
Il mio giorno si rimise a dormire senza neppure
congedarsi…dunque io tornai a casa.
Arrivato davanti alla porta sentii una voce di donna che
cantava una melodia lenta e dalle note lunghe.
Mi spaventai però riuscii ad aprire la porta. Nel mio letto
c’era la mia calma.
-
Dove sei stato?- mi disse
smettendo di cantare.
-
A cercarti-
-
Io ero qui…prendi il vino e vieni
a letto-
Presi il vino, due bicchieri, un libro e andai a letto.
M
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