martedì 2 gennaio 2018

Gli sganciati (senza precedenti riflessioni)



Senza precedenti esperienze, ma soprattutto senza precedenti riflessioni, Seba si ritrovò a prostituirsi nei bagni della stazione di quella cittadina...e aveva quattordici anni.
Non sapeva cosa verametne fare con quel pene, ma sentiva che, e forse questa era la peggiore fra le cose, non gli importava davvero. Iniziò a stringerlo un po' e a leccarlo svogliatamente attorno alla punta, sapeva di pelle spenta, rimaneva molle e non emanava nessun tipo di energia erotica. Aveva già succhiato qualche cazzo, ma solo di ragazzi che gli piacevano. Quel giorno non gli importava per davvero neppure la dose di speed che gli sarebbe stata conseganta poco dopo da Gago, il pusher con quel pisello rosso, infiammato dal freddo, dall'alcool e dalla perenne notte buia, illuminata dal giallo a chiazze dei lampioni candelabri. Gago con quel cazzo che nemmeno diventava duro, quel cazzo con il quale voleva solo sentire qualcosa...Gago che con quella pompa, pure lui, non faceva altro che aggiungere elementi distorti alla sua storia, che però era pursempre una storia, tale si manteneva, se no cosa gli rimaneva?

  • Non ci pensare se non tira, mi basta che continui per un po' così.
  • Si Gago, dimmi tu quando smettere-
  • Due minuti ancora-
  • Non dobbiamo perdere il treno, hai promesso- ricordò Seba
  • Questo lo so-

Erano entrambi sbronzi di vodka, Seba voleva solo andare a ballare con un po di anfetamina e caffeina tagliate a cazzo nel corpo. Gago voleva solo...mah, chi cazzo lo sa cosa voleva Gago, lui aveva una logica senza fissa dimora.
La consapevolezza peggiore, dicevamo, era che l'unica cosa importante era esistere, in un modo o nell'altro, non solo respirare e alimentare il battito cardiaco, ma esistere, almeno nella testa delle persone, almeno nella testa di alcune persone, almeno nella propria testa! Un immaginario, una qualsiasi identità, delle esperienze, uguali quali, da poter narrare, da potersi ricordare, da potersi raccontare, in tutto quel vuoto disseminato di decisioni macabre prese da altri, da gentaglia come padri o madri, o dai loro suppellettili legali.
Esistere nel devasto, con la puzza di cazzo davanti al naso, nei cessi di una stazione deserta, a quattordici anni, alla una di notte, mentre fuori viene giù quel pantano di merda bianca bagnata chiamata acqua e neve. La neve era solo la bamba, quando si faceva pettinare sui tavolini di vetro degli appartamenti di persone di ogni ceto o professione, tutto il resto era natura, ovvero una cosa molto distante dalle sue percezioni. Giocare con il cazzo di uno senza chiedersi perché si o perché no, mentre nessuno al mondo si stava chiedendo dove lui si trovasse in quel momento. Gli avevano spiegato da quando era piccolo che finché non raggiungevi la maggiore età dovevi stare a certe regole, dicevano che non potevi considerarti veramente libero, che ci pensavano loro a te, ma allora perché nessuno se ne fotteva di dove si trovasse in quel momento e a fare cosa? Niente scuola, niente genitori, niente lavoro, niente appigli...e la strada era bagnata, viscida, scivolosa e cazzo, anche in discesa.

Non era giusto essere li, ma non ci pensava, provava disagio ma quello era il pane, provava schifo ma quella era la sfida e mai vi furono precedenti riflessioni, ne cognizioni di causa, nulla, solo il fluire degli eventi e di un esistere trascinato, duro e deviato, disseminato di traiettorie impossibili da prevedere, da valutare, impossibili da gestire o trattenere, a quattordici anni, sganciato da tutto, come una bomba.

Come si sentiva bene quando, qualche tempo prima, usciva da scuola per scomparire nella città, sapendo che i compagni e i docenti parlavano di lui, in male, s'intende, con giudizio, ovvio.
"Posso farlo", pensava. "È di mia competenza", sentiva, "io faccio queste cose e anche di peggio, almeno questo lo posso fare, rientra nel mio ruolo" diceva sventolando la sola bandiera che possedeva del proprio carisma, del proprio io. "Sono il caso sociale e questa non me la toglie nessuno, venite a rompermi il cazzo e vi apro il petto, mi avete sempre detto di ascoltarvi e guardate che merda, adulti del cazzo, compagni del cazzo, sistema del cazzo".
Aveva dodici anni nell'epoca in cui iniziavano le prime sparizioni da scuola. Camminava con gli auricolari nelle orecchie, andava fino al lago, poi proseguiva per la stradina rossa che lo costeggiava, gli sembrava di essere arrivato lontanissimo...era qualcuno di autonomo e stava facendo qualcosa di personale. Loro non lo sapevano cosa aveva già vissuto..e poi i casi come il suo si incontravano in giro per gli spazi urbani, non si raccontavano nemmeno a vicenda la propria storia, bastava condividere sguardi e brame. Senza precedenti riflessioni iniziò a bere e fumare, a voler provare altra roba. Come potevano pensare che gli fregasse qualcosa della formula per calcolare il perimetro di un ottagono? Non sapeva nemmeno se voleva vivere ancora. Sedeva su una panchina di fronte al lago e ne rollava una di indoor con la coca sopra, magari in compagnia del Chino o di Ghimli, o ancora della Zinga...e intanto a volte immaginava di marciare sui fondali dell'ammasso di acqua che stava fermo davanti a loro...con una pietra legata alla vita, senz'aria, senza bisogno di sapere cosa capitava sopra, fuori, solo profondo silenzio e apnea e inarrivabile oblio. Quel lago che gli sembrava buono solo ad inghiottire i pensieri di chi ci si sedeva vicino, di chi lo guardava da lontano.
Forse si viveva meglio senz'aria, senza fluire di respiri o di pensieri.
Durante le prime alienazioni immaginava spesso di assistere al suo funerale...una musica in sottofondo e zero madre, già crepata, zero padre, vivo solo per miracolo quotidiano...al suo funerale voleva solo i grandi amici e il direttore della scuola, con il suo vice, il bidello, la docente di sostegno e l'educatore...e lo psicologo e l'assistente sociale del Comune e quelli dei servizi cantonali, tutti e due o tre o quanti cazzo erano...ce n'era una che veniva a casa, e altri due che invece si facevano trovare in quegli uffici, in fondo ai labirinti. Voleva anche la sua vecchia maestra di scuola elementare e il suo attuale docente di classe e la psichiatra e i poliziotti di quartiere e il prete...e mettiamoci anche gli psichiatri e il curatore amministrativo della sua famiglia, quel coglione.

Il coglione: "Il consiglio che vi posso dare per ora è quello di mangiare per almeno due mesi solo alimenti basici, come riso in bianco e pasta, dobbiamo risparmiare"
Il padre: "Cazzo dici, fuori dalle palle"

A parte che anche il padre era un coglione.

"Quando un fiore giovane muore i suoi petali diventano fertilizzante per altri fiori, insegnando loro che la vita è unica ed è triste quando finisce così presto. Sebastian era un bambino molto energico e creativo, vivace e comunicativo" avrebbe detto il prete al suo funerale.

Questo viveva a dodici anni Sebastian, questo faceva quando non andava a scuola, fra le altre cose.

Ricordava che ai tempi delle scuole elementari lo psichiatra di sua madre disse così:

"Iperattivo e con un'energia da canalizzare, il vostro Seba ha bisogno di una stampella e nella chimica possiamo trovare un aiuto, lo dico per lui, ma anche per gli adulti che hanno il dovere di trasmettere un'educazione, così è impossibile Signora, così non ci riusciremo mai"

In antitesi con il prete del suo immaginario? Non poi tanto.

Le anfetamine alla fine le aveva conosciute che aveva 6 anni tramite certi farmaci. Il metadone che aveva due giorni, la madre si faceva i buchi nelle braccia quando lui era nella pancia e la prima cosa che hanno dovuto fare i dottori è stata quella di disintossicarlo dall'ero. Si era mai disintossicato dall'indifferenza? No, ne dalla sua ne da quella degli altri.

La vita della sua famiglia era stata tutta una grande, enorme, chilometrica ricetta...la ricetta del tutto: come guarire, come uscirne, come migliorare. La ricetta mutava sempre, e loro peggioravano costantemente.
La loro vita è sempre stata sotto i riflettori, esplosa, scoppiata, rumorosa, sempre sotto lo sguardo altrui, di vicini di casa, di specialisti, di familiari, di passanti.

Come quella volta che il papà ha inseguito la mamma per tutta la piazza prendendola a coltellate nelle natiche e sulle gambe.

Passanti, passanti, passanti, passavano...appassiti, a passetti, guardavano e andavano.

Seba strillando di terrore inseguiva il papà, che inseguiva la mamma che strillava, non di terrore, no, ma solo di dolore fisico. La sua famiglia era terrificante ma non conosceva la paura. Nemmeno sul punto di morte sua madre esternò la minima paura. La madre ansimava, gorgogliava e farfugliava cose del tipo "faglielo tu il culo piccolo Seba a tutta quella gente di merda...fatti giustizia, ci hanno fottuti, ci hanno rovinati", lui aveva dieci anni.
Il papà è passato dalla vita al punto di morte senza rendersene conto, dunque Sebastian immaginava, ogni tanto, che le sue ultime parole potessero essere state qualcosa del tipo: "devo pisciare"...oppure ancora..."mi gira la testa, cazzo". Il signor papà dopo una pera era seduto su un muretto ed era svenuto cadendo all'indietro...era atterrato con la nuca dopo un volo di quattro o cinque metri...si, insomma, era rimasto in coma per qualche giorno e poi lo avevano spento e reso organico.
Della famiglia non c'era nessun'altro, gli zii vivevano nel sud del mondo ed erano invischiati in storie losche, i suoi in ogni caso, a suo tempo, avevano rotto con tutti e i servizi stavano così tanto alle calcagna della loro situazione che a Seba non vennero nemmeno in mente soluzioni alternative all'istituto.
Dopo la morte della madre, durante quel paio di anni prima che anche suo padre morisse a causa del volo, lo avevano spostato in una famiglia affidataria molto unita e organizzata, domiciliata vicino alla sede scolastica che lui frequentava. Non era male, cercavano di essere affettuosi con lui, ma lui percepiva quella situazione come transitoria e vedeva gli ospitanti come gestori di un ostello per bene e simpatico, nulla più.
In affidamento ci era rimasto volentieri per quei due annetti, ma una volta che anche suo papà aveva smesso di esistere le autorità avevano optato per un collocamento in un centro educativo minorile, non tanto perché la famiglia affidataria fosse stufa, ma piuttosto a causa della tendenza che Seba stava sviluppando. Tendeva veramente a fottersi tanto.

All'epoca della morte di suo padre Seba aveva dodici anni, questa come si diceva, era anche la fase cruciale del suo allontanamento dall'istituzione chiamata scuola. Sebastian passava le giornate avvolto da una bolla di vuoto e intangibilità, era una paglia consumata dall'aria. Oltre a fare le prime esperienze con le sostanze rubava cibo e vestiti insieme agli altri. Rubavano felpe e pantaloni per regalarsele a vicenda, rubavano il cibo per fare pic-nic chimici sulle praterie di quella regione baciata dal sole. Tendeva anche a fare da tramite in piccole compravendite di sostanze, usando come sistema per il mantenimento dell'ordine, un agile e lungo coltello che si era procurato in una stalla della campagna. Così, più o meno in questo modo, era arrivato fino ai quattordici anni...noto un po' a tutti, noto alla magistratura dei minorenni, noto ai maschi e alle femmine, noto agli educatori di strada e ai titolari di negozi, così come ai gerenti dei supermercati o dei bar...noto ai piccioni e al porfido, noto ai bigliettai e alla pioggia di fine febbraio che quando il carnevale si spegneva cadeva e nessuno incontrava per la strada, se non lui, silenzioso e girovago, Seba. Privatamente, umilmente, sviluppò anche un'abile poli-tossicomania e fra i 13 e i 14 anni conobbe, oltre che alle fedeli fumanti, lo speed e la coca, che non disdegnava prima di una serata goa fra le mura di castelli medievali, dei quali la regione era ben fornita, così come di vino e prostitute.

In istituto comunque aveva conosciuto nuovi educatori, nuovi progetti sociali ai quali partecipare, nuovi psicologi e perfino delle nuove persone che cucinavano per lui.

Sebastian probabilmente non avrebbe mai fatto il liceo e non sarebbe mai diventato marxista insomma, anche se molti intellettuali di sinistra avrebbero spergiurato che Marx qualcosa per lui lo avrebbe potuto fare. Anche il direttore dell'istituto era marxista, aveva una stampa enorme con il volto di Marx in ufficio. Forse Seba sarebbe diventato un giorno il direttore di quell'istituto, ma dobbiamo ricordarci, tornando alla vicenda con la quale abbiamo iniziato questa danza, che per ora gli stava capitando di dare baci neutri al cazzo del suo pusher occasionale nei cessi della stazione e che il direttore dell'istituto nel quale Seba era domiciliato, non lo sapeva, non lo poteva nemmeno immaginare, non sarebbe stato concepibile per la sua realtà sociale, politica, professionale, familiare. Il direttore dell'istituto aveva avuto dei genitori tossici o aveva mai succhiato genitali in luoghi pubblici? E Marx? Ognuno sta al mondo con quello che ha, ognuno ci fa quello che riesce. Può capitarti che ti infilino del metadone in gola a due giorni dalla nascita, oppure può capitarti che a trent'anni dai da mangiare ai tuoi bambini le nespole cresciute su una bellissima pianta, seminata dal tuo bisnonno nel giardino di quella che ora è casa tua e che gestisci il tuo studio legale.

Questa cosa dell'omosessualità Sebastian non l'aveva mai presa troppo sul serio, diciamo che non aveva mai dovuto confrontarsi con le aspettative dei suoi capi biologici. Sentiva che tendeva a confonderla con la rabbia, quando ardeva dentro e il sangue gli andava alla testa per tutta la sua situazione, perché suo padre lo picchiava, oppure perché da Mac Donalds finiva la promozione sui nuggets, allora gli veniva voglia di baciare con la lingua dura un maschio, tutto qui, cosa c'era da analizzare? Si chiedeva.

Qualche psicologo ci aveva provato, uno in particolare, era gentile:

"Sono frocio, non so perchè, mi sta bene, ci sono altre cose che mi preoccupano adesso"
"Non ti è mai capitato che ti deridessero?"
"Deridermi? Mi è capitato che mi picchiassero in testa con la punta di un cacciavite, ma deridermi no, sarebbe stato bello! Avrei potuto provare a farmi valere a parole"
"Non ti sei mai vergognato?"
"Si, quella volta che mio padre ha provato a fare una rapina alle poste, armato di una bottiglia rotta e con addosso la maschera di paperino, però per il fatto di essere gay no"

C'era del becero nella sua storia.

Una miriade di volti, stipendiati per farlo crescere, ma nessuno avebbe mai potuto immaginare, nessuno avrebbe aperto la porta di quel cesso per prendere a schiaffi ben caricati sia lui che il pusher Gago.

Pochi giorni prima della notte in questione, quella che chiameremo "la notte del pompino in cambio di roba", a Seba era arrivata una notizia: durante una riunione lo avevano informato del fatto che sarebbe stato trasferito per tre mesi in una comunità oltre confine, questo per permettergli uno stacco da tutto e da tutti.

Le comunità oltre confine spesso erano dei rifugi nei quali si mischiavano fottuti di ogni tipo, dal maggiorenne psichiatrico alla ragazzina figlia di puttana (senza giudizio ovvio, in termini tecnici, scientifici). 

"Da tutto e da tutti" continuava a ripetere Sebastian mentre le facce adulte annuivano attorno a quel tavolo di noce, con quell'aria che vagava fra il comprensivo e il coercitivo.

"Non sapete quanto mi va di prendermi una pausa da tutte e tutti, peccato che non l'ho chiesta io questa riunione e non ho chiesto io di crescere con due tossici...peccato che nel posto dove mi mandate ci saranno altre facce e altre cose da affrontare e peccato che non sto più capendo il senso di tutte queste manovre...io voglio solo stare in strada, senza direzione...e non venitemi a raccontare che devo seguire la vostra direzione, perché nemmeno voi ne avete una...e mi riempiranno di merda in compresse"

Quella stessa notte Seba era fuggito dall'istituto, aveva preso un treno che lo aveva portato alla città del pompino. Sentiva di vivere in un acquario di merda, lo sentiva perché gli bastava fare venti chilometri in treno per sentirsi altrove.

Senza precedenti riflessioni poi si era affiancato ad un gruppo di ragazzi più grandi che sostava in stazione, in passato aveva già avuto modo di interagire con loro e in questa occasione gli avevano consegnato quasi subito della droga (da consumare in parte, ma in prevalenza da vendere), cibo e un letto un po' imboscato su cui dormire.

Seba si rifugiò a casa di quei ragazzi; dopo tre giorni di latitanza qualche sitarello internet regionale del cazzo aveva iniziato a inneggiare alla sua scomparsa, avevano scaricato le foto del suo profilo facebook e le avevano pubblicate. Lui se ne stava a casa di questa gente e guardava dal telefonino le notizie relative alla sua fuga.
I ragazzi che lo ospitavano vivevano di assistenza, senza tempo ne incombenze, se non quelle che loro stessi si creavano, alle volte deliranti. Sebastian iniziò a pensare che quell'esistenza sembrava quasi plausibile, perlomeno era qualcosa. I ragazzi erano spesso rabbiosi, nervosi,litigavano molto, anche con le loro ragazze, ma non si mollavano mai, ne fra amici ne fra innamorati. Nemmeno i suoi genitori si erano mai mollati, non bastavano le coltellate figuriamoci la rabbia.
Durante il pomeriggio del terzo giorno però uno dell'appartamento al quale era intitolato il contratto d'affitto, comunicò gentilmente a Seba che se ne doveva andare, che loro non volevano cazzi con la polizia e che se attirava l'attenzione su quella dimora erano tutti fottuti. Non ci potevano dormire in così tanti, lo facevano per sostenersi e per gestire meglio un certo traffico.
Sebastian non oppose resistenza, comprese...il suo volto era in internet, dunque infilò le sue poche cose nello zaino, restituì la droga e i soldi e uscì all'aria aperta.

Cercò di camuffarsi con un cappuccio e degli occhiali da sole, ma la strada è ampia e il sole la illumina, la strada poi è poca in quelle cittadine di provincia e un quattordicenne fuggitivo viene visto, viene visto in fretta. Il primo a fermarlo fu proprio Gago, storico caso sociale di quelle parti, sulla trentina, famoso spacciatore di sostanze soggette a pene minori, famoso consumatore di vita insensata e di chimica, famoso per tutti, anche per la polizia. Gago era stato dentro per furto e per altre cose legate alla notte della ragione.

"Cazzo fai in giro oh...ti cercano, torna in istituto coglione"
"Non ci torno Gago, che mi vengano a prendere se proprio, ma mi devono beccare"
"Vieni da me?"

C'era qualcosa in quel "vieni da me". Sebastian forse, a quattordici anni, era ancora troppo acerbo per percepirlo, oppure già abbastanza sveglio per approfittarne.

Gago era praticamente un personaggio asessuato, nessuno lo aveva mai visto con una donna e nemmeno con un uomo, lui era sposato con la sua devianza, lo spaccio e il consumo erano le sue espressività. La sua storia lo aveva portato in quei luoghi da molto lontano, la sua storia la conoscevano in pochi, ma quei pochi avevano ricevuto la conferma del fatto che il terrore esiste nel mondo e nel mondo esiste tutto ciò che un essere umano può arrivare ad immaginare. La madre di Gago aveva sposato un uomo svizzero che l'aveva fatta trasferire nella città del pompino. La madre di Gago non era convinta di quel trasferimento, però a casa sua faceva la fame e la puttana e certe notti venivano i topi nella loro baracca per provare a mangiarsi Gago, che aveva pochi mesi all'epoca. Il padre di Gago picchiava sia lui che la madre e una volta aveva dato due punti di sutura alla bocca del bambino, con un ago e dello spago, per farlo smettere di piangere. Non erano delle buone premesse per una crescita sana, ma la madre di Gago pensava anche a se stessa, non solo al figlio. Il padre di Gago poi era morto ammazzato; per un buon tempo la madre di Gago e lo svizzero si frequentavano solo quando quest'ultimo andava in vacanza al caldo, poi l'amante dei tropici riuscì a racimolare la grana per far viaggiare la donna con suo figlio, ormai cresciuto. Dopo il trasferimento in Svizzera, avvenuto quando Gago aveva si e no sei anni, la strada fece il resto. Gago crebbe in fretta e quella cittadina divenne il suo parco giochi. La madre per un po' continuò a prostituirsi, ma poi divorziò dallo svizzero e tornò al sud. Lo svizzero beveva molto e fu ricoverato, per poi in seguito morire. Gago venne su come poteva, portò in quella cittadina una certa legge urbana e un certo concetto della non-dimora e dello spazio pubblico.

L'omosessualità di Sebastian, comunque, era manifesta e chiara a tutti.

Capitò allora che quella sera Sena e Gago si misero a bere. Seba voleva solo un nascondiglio e delle vie di fuga mentali, aveva deciso che quella poteva essere anche la sua ultima notte sul pianeta terra, sentiva che poteva anche morire. Bevvero una bottiglia di vodka, poi un'altra, mischiarono tutto con succo di ananas. Dopo la prima bottiglia iniziarono a nuotare nell'aria, verso metà della seconda si imbruttirono e si caricarono molto di pensieri e di immagini...pronti al collasso, flirtando con il crollo, compensando con stimolanti in polvere, zero cibo.

"Cazzo se bevi"
"Anche tu"
"Si ma io ho ventotto anni, tu quattordici primavere del cazzo"
"Fanculo"

Uscirono che il giorno era finito da un pezzo, la notte li voleva condurre all'Orange, una discoteca raggiungibile solo con il treno a quell'ora.
Camminarono fino in stazione, in giro non c'era anima viva ma per sicurezza Gago aveva prestato a Seba dei vestiti diversi e un cappello.
Capitò poi qualcosa di strano, senza precedenti. Mentre aspettavano il treno ridevano un po' e accennavano qualche passo di danza su una base tecno emessa da un cellulare...Gago iniziò a manifestare una certa attitudine fisica, diversa, sempre asessuata, ma diversa, più vicina, più richiedente.

Il pusher non rifletté molto quando disse:

"Ora ti verrà da ridere ma son così fuori che mi farei fare una sega da te" lo disse così, senza precedenti riflessioni, ne preamboli, solo percependo le parole che uscivano dalla sua bocca...però lo disse.

"Vaffanculo Gago" rispose Seba ridendo.
"Ma come vaffanculo..."
"Cos'è sta storia della sega?"
"Ma che ne so, scherzavo, sono fuori"

Calò però un certo silenzio e i passi di danza tecno si fecero strisciar di suole e poi sassi, poco dopo venne fuori la labilità di Gago.

"Mi levo dalle palle frocetto, vacci da solo testa di cazzo in discoteca" sibilò.
"Ma che cazzo stai dicendo, dai accompagnami Gago, lo sai che non entro senza di te, sei tu che li conosci tutti quelli che ci lavorano, e poi sono minorenne"

Ancora silenzio.
Gago era impallidito, sentiva un potere e non sapeva se poterlo usare e la vodka aveva smesso di essere divertente.

"Vuoi solo entrare in quel posto e tirare un po di anfe che io corro il rischio di portare nelle mutande, non ti frega un cazzo della nostra amicizia" biascicò.

Seba non provava niente, non sentiva nulla, era perfino oltre al senso di vuoto, non pensava e non si sentiva in colpa di un cazzo, inoltre Gago aveva ragione.

Seba voleva solo procedere, senza interruzioni, senza intralci, risoluto, evidente e fluido come sangue improvviso dal naso...voleva solo allontanarsi con la mente da ogni istituto, ogni tecnico dell'educazione, ogni progetto pedagogico, ogni timeout fra gli sfollati della legge Basaglia che ogni tanto dovevano svernare.

"Si esatto, voglio fottermi tutta la notte e voglio ballare e perdermi e non sapere più chi sono e sopratutto non voglio fermarmi a pensare a un cazzo, non voglio riflettere su nulla, perciò non mi rompere i coglioni con le tue stronzate, non mi mollare adesso, dimmi cosa cazzo vuoi in cambio"

"Ho qui diversa roba, il treno è fra venti minuti, però voglio che mi fai qualcosa"

"Cosa"

Gago era impietrito, i suoi occhi un po' strabuzzavano, aveva paura, era quasi incredulo che lo stesse facendo veramente, mai lo avrebbe immaginato...chiedere questa cosa proprio a quel Sebastian apparso sui siti di informazioni proprio quel pomeriggio, che storia...ma non si fermò...era tutta vita no? Lo avrebbe raccontato, o quantomeno lo avrebbero raccontato di lui...dimmi cosa hai combinato e ti dirò chi sei...ma l'importante era essere, per non svanire.

"Andiamo al cesso e ti chiedo una cosa" disse infine.

Sebastian aveva già capito, anzi, non sapeva se si trovava prima o oltre alla comprensione...senza riflessioni prese quel fottuto di Gago per la manica della giacca in nylon e iniziò a camminare veloce attraverso gli spazi echeggianti della stazione che li separavano dai cessi illuminati di azzurro.
Era vuoto...eppure per un istante, mentre dava vita ai primi lunghi passi in direzione del cesso, si sentì profondamente triste e abbandonato...e pensò:

"Chissà se un giorno potrò farci qualcosa con questa oceanica tristezza"

Poi si svuotò nuovamente e proseguì la sua marcia.



m

domenica 10 dicembre 2017

Per le notti



Provava sempre un certo conforto quando gli toccava il turno speciale, indipendetemente dal suo umore. Il turno speciale era di fatto quello notturno, iniziava alle 21.00 e finiva alle 06.00. Quel giorno, che era già notte, l'aria era fresca e anche il buio del cielo aveva una sua certa luce. Era la fine di ottobre, la cena era appena finita, guidando aveva mangiato due michette al latte, una con il burro e il salmone, l'altra con il formaggio brie e l'insalata. Non apparecchiava mai. Aveva preso un caffé all'automatico di un distrubutore di benzina, ne aveva bevuto la metà e poi gli era piaciuta l'idea di lasciare l'altra metà nel bicchiere di carta, in auto, per berlo freddo l'indomani, al mattino, giusto un paio di sorsi per dare un po di poesia alla lingua.

Diceva lo psicologo:
"Chissà, forse l'ha accudita nei suoi bisogni, senza permettersi di far valere i propri, è normale che si sia frustrato. Forse poi con il tanto amore che ha dato pretendeva una certa forma di controllo...come mai? Perchè aveva paura che svanisse nel nulla?".

Vedeva il volto gentile di quello psicologo abile e sereno e al contempo sentiva dentro di se le risposte e possedeva il senso di certe considerazioni, però lei non c'era più. Stava evolvendo e stava capendo cosa era successo, ma lei non c'era più e nessuno sapeva se si sarebbero ritrovati, oltre la coltre...lui non credeva.

La notte era appena iniziata, di stelle in cielo non ne mancavano e lui dopo molti giorni di angoscia sentiva una certa chiarezza all'altezza del petto e della gola, fatta di ogni elemento che la vita gli stava portando. Scese dall'auto e mentre si incamminava verso lo stabile in cui lavorava diede un'ulteriore occhiata a quel cielo di provincia, che però, al contrario della provincia, era libero come un cavallo di prateria, o un sogno di cambiamento, di farsi e disfarsi come preferiva. Il cielo sembrava accompagnarlo gentilmente alla porta che fungeva da ingresso per il personale, tutto era rotondo e leggero, il moto perpetuo dell'aria faceva rimbalzare fra la sua barba lunga brezze ariose lievi come lingue di seta. Quella stessa aria sembrava attraversargli in cranio e i pensieri, come se si fosse assottigliata la barriera corporea, fatta di ossa e cuoio, che separava il suo spirito da tutto il resto dell'universo.
In quel momento gli sembrava chiaro il suo lavoro, erano chiare le sue scelte, erano chiare le sue delusioni ed era chiaro il perchè, alla fine, aveva deluso e lo avevano deluso. In quel momento i sentimenti profondi e le sensazioni di smarrimento non si affievolivano, eppure lui poteva accettare quello che gli arrivava da dentro, perchè lo capiva e ne riconosceva le origini naturali. In quel momento capiva perchè lei non era al suo fianco, quello che lo fregava un po era il fatto che capiva anche i perchè avrebbe un giorno potuto ritornare, ma sapeva sostenerlo.
Entrò nell'ospedale, scese qualche rampa di scale ed entrò nello spogliatoio, mentre si cambiava pianse in silenzio, non c'era nessuno, ma comunque nessuno se ne sarebbe accorto, era un pianto inghiottito, un pianto interiore, di quelli che ti possono capitare anche davanti a uno sconosciuto in ascensore. Pianse per intensità delle energie, pianse come si piange, a volte, quando si cambia dentro, quando ti tocca abbandonare parte di te stesso e dei tuoi funzionamenti per qualcosa che ancora non conosci...sei come emozionato, sei come commosso, sei come illuminato dalla stravolgente ampiezza della vita, e intanto muori.

Dopo poci minuti stava risalendo le scale con la divisa da infermiere addosso, da sei mesi lavorava in oncologia, gli piaceva dare la buonanotte e scambiare qualche parola con i pazienti. In quelle settimane c'era un ragazzo di diciassette anni che forse non avrebbe rivisto l'estate. Il ragazzo era spesso sotto morfina ma amava conversare; poco prima del ricovero aveva scoperto Rimbaud, Baudelaire e Wisława Szymborska, leggeva quando l'ansia glielo permetteva, si limitava a guardare le pagine quando l'ansia lo paralizzava, ma era sempre attaccato ai libri o alla carta.
Lavorava già da un po' quando dovette entrare con un paio di pastiglie nella stanza del giovane.

  • Come va- disse facendo un cortese ingresso a passi sicuri e avvicinandosi al letto.
  • Ciao! Ho letto un po' oggi...e ho provato a buttar giù una poesiola- risposte il ragazzo con uno sguardo attento.
  • L'hai messa nel cassetto?-
  • Si si, prendila pure-
  • Poi la prendo, grazie. Sonno?-
  • Eh, sonno...son le undici, sonno un cazzo, al massimo son stordito e sto morendo, che è diverso-
  • Di cosa parla la nuova poesia?-
  • Di nulla, è per una-
  • Una cosa?-
  • Una tipa, che mi viene in mente-
  • Viene a trovarti?-
  • No, no, sa che sono qui ma non viene-
  • Ma si che ci viene-
  • In che senso-

Prima di proseguire l'infermiere diete le due pastiglie al ragazzo, che le mandò giù con brevi sorsi d'acqua fresca. Posò la mano sulla fronte del giovane per qualche istante, gli toccò una gamba da sopra le coperte, diede un'occhiata ad alcuni valori indicati su un monitor, fece un sorriso gentile.

  • Ci prepariamo per la notte? Con la pastiglia che ti ho dato dormi un po più facilmente-
  • Va bene-
  • Devi sapere che all'interno di ogni sguardo esistono oceani infiniti di pensieri...però fai lo sforzo di vederli come oceani veri, non metaforici...immaginali come quelli di acqua, però pieni di pensieri e immagini e non di acqua-
  • All'interno degli sguardi umani?-
  • Non solo, anche all'interno degli sguardi animali, anche all'interno degli sguardi che vedi ritratti sui dipinti, o negli sguardi dei personaggi dei libri che leggi-
  • Però certi sguardi sono difficili da vedere-
  • Non importa, l'importante è che sai che ci sono, che te li puoi immaginare, è importante per quello che sto per dirti-
  • Sugli sguardi?-
  • Sugli oceani infiniti di pensieri e visioni che sono racchiusi negli sguardi-
  • Cosa succede in quegli oceani?-
  • Devi sapere che durante il giorno questi oceani rimangono dietro agli sguardi, come arginati dalla ragione. Gli elementi che vivono in questi oceani sono tenuti a bada dalla luce, la presenza di altri sguardi li rende timidi e sfuggenti. La ragione è la guardiana degli oceani. Durante la notte però, capita che anche gli sguardi delle creature si inabissano e che la ragione vada dormire, lontana dal sole. Gli oceani allora dilagano, inondano la notte, escono dai corpi delle persone e degli animali e finiscono ovunque, si mischiano con qualsiasi cosa o altra energia incontrino, ovunque, anche in ogni tua cellula, nell'aria, nello spazio, negli atomi.
  • Ed è pericoloso?-
  • Può essere pericoloso, si. Sai perchè la notte è buia? Perchè i pensieri di ogni creatura, reale o immaginaria, si fondono in un unico universo liquido e sommergono tutto, è una specie di inondazione che tiene lontana la ragione-
  • Però io di notte dormo!-
  • È vero, ma cosa incontri nei sogni?-
  • I pensieri delle altre creature?-
  • Esatto-
  • E se non dormo?-
  • Anche in quel caso, mio caro, t'imbatti nelle energie degli altri...e alle volte è anche più impegnativo-
  • A te succede sempre?-
  • Si, proprio l'altra notte ho sognato una quercia tutta nera e gialla, era composta di vento e foglie e gufi e nuvole e legno e nel tronco ci vivevano dei ghiri-
  • E di quali pensieri era fatta? Di chi erano quei pensieri?-
  • Questo non lo sappiamo mai, possiamo solo immaginarlo...secondo me erano le visioni delle formiche che vivono sotto a una quercia molto vicina al mio palazzo-
  • Allora è difficile capire la notte-
  • Non la devi capire, solo sentire e ammirare-
  • In effetti poi quando torna il giorno tutto si ridimensiona-
  • È perchè gli oceani di pensieri si ritirano, rientrano nella negli sguardi delle creature, nei loro corpi-
  • E capita che dei pensieri che arrivano da qualcun'altro rimangano dentro di me anche quando arriva il giorno?-
  • Dipende tutto dall'amore credo, se quei pensieri sono altruisti forse si, forse scelgono di rimanere in te, in caso contrario forse tornano al legittimo proprietario che li ha pensati-
  • Alla fine è confortante pensare che di notte posso stare qui nel letto di questo reparto e magari ricevere il pensiero di una volpe che cammina qui sotto nel prato, oppure di mio fratello che è a Dublino, o della ragazza della poesia-
  • E loro ricevono il tuo, anche se non sempre lo riconoscono-
  • Anche i pensieri dei morti trabordano di notte?- il giovnae proseguiva ad un livello ulteriore
  • Certo, i morti sono creature dell'universo-
  • Anche i morti dimenticati?-
  • Si-
  • Come fai a dirlo?-
  • Perchè li posso immaginare, mi rattrista molto ma posso pensarli, li vedo. Vedo tutti i morti dimenticati.-
  • Bello, ma allora sei tu a pensare i loro pensieri?-
  • Nella notte non ci sono più i miei pensieri e i tuoi pensieri, dal momento in cui ogni cosa si unisce in un solo oceano diviene una storia onirica totale. Non so se è sempre bello incontrare le energie degli altri nella notte. Può capitare che ti facciano visita nostalgie lontane, paure che non ti appartengono, visioni che altri hanno sul tuo futuro, di notte può capitare davvero di tutto-
  • Possono arrivarti intuizioni geniali di notte-
  • Ma anche mostri affamati della tua anima-
  • Che però puoi accogliere come fossero creature impaurite, i mostri hanno solo paura-
  • Questo è il bello di quando gli argini della ragione calano insieme al sole-
  • Ogni cosa fantastica fa anche paura-

Fecero una breve pausa, l'infermiere socchiuse la finestra per fare entrare un po' di aria nuova, poi parlò ancora.

  • Come va con il sonno, caro amico-
  • Sta arrivando pian piano-
  • Faccio un giro per finire alcune cose e poi torno qui a vedere se dormi-
  • Va bene, notte-
  • Notte amico-

L'infermiere uscì dalla stanza, poi dal reparto, dirigendosi verso la ricezione, superandola, tornando per un momento nella notte ariosa, che nel frattempo aveva cambiato volto, si era agitata forse, si era incupita. In effetti c'era molta agitazione nel mondo in quell'epoca...gli animali soffrivano, i migranti venivano resi schiavi e venduti, le persone del mondo si ammalavano sempre di più, le nazioni colonizzate non ce la facevano a diventare come l'occidente e rimanevano incastrate li in quel limbo che non avevano chiesto, senza un senso comune, se non quello di morire cercando di sopravvivere. Oppure tutte queste cose non centravano nulla con l'agitazine che gli arrivava in quella notte che era nata ariosa. Ora sentiva meno chiarezza, sentiva meno connessione con la verità e con la bellezza. La notte non sarebbe stata clemente con lui? Doveva considerarlo, e lo avrebbe accettato.
Aveva amato una persona con tutto se stesso, tutto nell'oceano di quelle notti parlava di lei, solo di lei. Lui cercava di mantenersi aperto e faceva scorrere le immagini, i pensieri, quelli delle creature, no di lei, quelle degli animali, no di lei, quelle dei morti dimenticati, no di lei.

Tornò nel reparto invaso dalle immagini, perchè si era esposto alla notte. Raggiunse la stanza del ragazzo, lui non dormiva ancora ma ci mancava poco.


  • Sei triste?- chiese il giovane
  • Io? No, io no-
  • Dove sei stato?-
  • A prendere una boccata d'aria-
  • Ma c'è l'oceano di pensieri fuori, mica l'aria-
  • Si, me ne sono reso conto-
  • Niente quercie oggi eh?-
  • No, niente alberi-
  • Cosa ti è arrivato?-
  • Mi è arrivata tanta speranza-
  • La speranza può essere un mostro-
  • No, non penso che la speranza sia un mostro, credo piuttosto che sia un diritto che una persona si concede, quando crede di potercela fare-
  • Hai perso qualcuno?-
  • Si-
  • E come mai?-
  • Perchè ho avuto paura di perderla-
  • Com'è andata?-
  • Non so ancora bene com'è andata, so solo che sento come innaturale questa distanza-
  • Mi piacerebbe vivere una storia d'amore-
  • Certo, ti capisco, non ne hai mai vissute?-
  • No-
  • Mi dispiace, mi da molta tristezza sapere questa cosa caro amico-
  • Che poi perchè mi chiami "caro amico"?-
  • Non lo so, mi piace così-
  • Va bene-
  • E la ragazza che ti viene in mente? Non è una storia d'amore?-
  • Non credo proprio! Alla fine ci conosciamo davvero poco e so che non le piaccio molto, che non le piaccio abbastanza diciamo-
  • Che ingenuo...guarda che ci sono già tutti gli elementi per definirla una storia d'amore con i controcazzi!-

Il ragazzo sorrise da sdraiato e si lasciò andare al sonno.
L'infermiere aprì piano il casseto del comodino e ci trovò un appunto su un bloc notes, quella doveva essere la poesia.
La lesse e si lasciò galleggiare in quelle visioni.

Muori
almeno
con dignità

che così
Almeno
muori
con dignità

Sono fondamentalmente
una persona triste?
Non lo so

ma so che
ho respirato tristezza
quando i miei polmoni
si stavano formando

ma i polmoni
mica simbolizzano
la leggerezza del respiro
arioso, vicino e lontano?

Non incolpo nessuno
ma osservo
con dignità

il morire del mio amore
del mio respiro
la sconfitta della mia leggerezza

e nemmeno la fine è eterna




m



sabato 19 agosto 2017

Il Team dei Morti



  • Sono molte di più le persone che sono già morte di quelle che devono ancora morire. Secondo te quante persone saranno già morte da quando esiste la specie umana?
  • Mah...le persone che sono già morte sono la schiacciante maggioranza, se considerassimo le persone ancora in vita come una specie di esercito avversario impegnato in una battaglia contro il team dei già morti, queste verrebbero spazzate via come formiche durante un acquazzone nel giro di pochi istanti.
  • Ok...e secondo te è maggiore il numero delle persone che sono già morte o di quelle che invece sono già nate?
  • Beh, chiunque sia morto è già nato...a meno che non si consideri l'aborto. In ogni caso, amico, circa otto miliardi di quelle che sono già nate sono ancora vive, credo dunque che in questo caso vinca la seconda categoria con una differenza, appunto, di otto miliardi, ovvero il numero delle persone in vita, che volenti o nolenti non possono entrare a far parte del team dei morti, non ancora.
  • Secondo te, amico, quanti orsi sono già nati?
  • Orsi?
  • Si, orsi...che per certi versi guarda che sono anche più importanti degli esseri umani.
  • Non saprei, non conosco nemmeno il numero indicativo degli orsi attualmente in vita in tutto il mondo...mille? Cinque? Seicento?
  • Pensi di essere più importante di un orso?
  • No, no...figurati. Cioè...Dipende.
  • Pensi invece di essere più importante di un bruco?
  • Si, di un bruco si, dai, concedimelo.
  • Ok, ma dimmi, hai mai visto un bruco fare qualcosa di inutile o di controproducente per se o per il luogo in cui vive?
  • Beh, no, questo no...però è un bruco del cazzo, voglio dire, la sua condanna è minore, il suo tumulto è minore...voglio dire, un bruco non sa cosa siano l'incoerenza, il conflitto, la fobia della morte, l'orologio biologico o il complesso edipico...voglio dire, un bruco nemmeno esisterebbe se noi umani non lo chiamassimo bruco.
  • Hai in mente quando sei in una cabina telefonica?
  • Si, si.
  • Cosa senti?
  • In che senso, come cosa sento...
  • Come ti senti quando sei in una cabina telefonica?
  • Ah, ok..dunque...è una specie di sensazione di isolamento...vediamo...hai chiuso fuori tutti, sei nell'ovatta...
  • Non senti come se fosse di tua proprietà?
  • Questo non saprei, ma in effetti è un po come una conquista...sei li che telefoni e guardi gli altri che passano e dal fuori ti vedono, ma sei tu ad avere conquistato quello spazio, te lo invidiano forse...hai una cornetta in mano, sei nella bolla della calma e del silenzio e fuori il mondo continua a rotolare sui marciapiedi freddi, bagnati e grigi.
  • Bello...bella immagine...
  • Ma già che mi hai fatto questa domanda...sai quando invece sei li fermo, che ne so, alla fila per il bancomat...anche li il mondo continua a rotolarti di fianco, fradicio di pioggia o di sudore o di nullità...eppure la connotazione che ricevi è ben diversa. La gente passa, ti vede in fila...ma la gente pensa a cose tipo:
  • "Che culo che ho già prelevato", oppure "Dovrei prelevare ma guarda che fila dimmerda", oppure "Non c'è manco una figa in quella fila dimmerda", oppure "Coglioni in fila, che orrore", oppure "Che disgrazia le file", oppure ancora peggio "Le file sono l'emblema del fallimento"...
  • Ok, ok, ho capito...dunque senti come se la cabina telefonica ti appartenesse?
  • Si, in effetti un po la conquisti. Il bancomat invece, quando lo raggiungi fa ancora più schifo!
  • Ok...basta con il bancomat adesso. Secondo te sono di più le persone che sono entrate in una cabina o quelle che ne sono uscite?
  • Beh, facile, qui la differenza è sempre di una persona! Ogni volta che qualcuno entra in una cabina, offre il vantaggio alla prima categoria! Sarà capitato che qualcuno ci sia morto dentro e che dunque non ne sia uscito sulle proprie gambe...però di sicuro lo hanno fatto uscire ecco...
  • Milioni di persone ci sono già passate, decine di anni di telefonate intime e lacrime e ansie...centinaia di innamorati che si lasciano o si mettono insieme...adolescenti che telefonano ai genitori per farsi venire a prendere in piazza dopo la serata con gli amici...eppure quando ci entri la senti tua!
  • Si, eppure, visto che non sono un bruco, comprendo che questa sensazione è ingannevole.
  • Però non trovi che sia confortante sapere che ci sono più persone morte di quelle attualmente vive?
  • Non saprei...
  • Pensaci...nell'enorme e sconfinata folla delle persone già morte ci sono i tuoi nonni, Nelson Mandela...
  • Lui è vivo
  • Lo confondi sempre
  • Mmmm, che scemo cazzo, ogni volta mi viene algi occhi Morgan Freeman.
  • Insomma...nel team dei morti ci sono tutte le generazioni di africani schiavizzati; qualsiasi stirpe di nativi americani, tutti quanti; tutti i vichinghi; tutti quelli che hanno fatto l'impero romano, dal calzolaio al gladiatore; tutti i musicisti di blues di inizio secolo scorso; tutti gli scrittori che mi piacciono; tantissimi giapponesi; cinesi; samurai; Cristoforo Colombo; tutti quelli di Pompei; Churchill; mio zio Marco; tantissimi orsi ma non solo...cervi, alci, micro organismi che sono morti; tutti quelli delle torri gemelle; i desaparecidos; Bud Spencer; un sacco di anonimi, tantissimi anonimi che forse possono diventare tuoi amici nell'aldilà...se la vedi così è quasi familiare la morte no? Entri a far parte di un Team, il Team dei morti...non te li immagini? Son tutti li che ti aspettano.
  • Sempre ammesso che tutti quelli che hai elencato sappiano di essere morti...insomma...occhio a non cadere nel biblico.
  • Ah...ma di questo chissenefrega...non penso lo sappiano...ma pensandoli mi risulta più lieve l'incombenza di lasciare il pianeta...di desistere...se lo han fatto tutte quelle ex persone, cosa c'è di strano se lo faccio anche io?
  • Parliamone a tempo debito...che poi forse anche dopo morto non lo devi lasciare il pianeta.
  • Secondo te...sono più numerosi gli amori interrotti o quelli nati?
  • Guarda che forse il concetto di amore è un po' più labile rispetto a quello di morte, non trovi? Cioè, forse ha più sfumature.
  • Non posso credere che tu ti sia già stufato di parlare, proprio ora che siamo arrivati al punto più interessante
  • Ma cosa vuoi che ti dica...mi tiri fuori questa cosa degli amori...un amore può interrompersi per lasciare spazio ad altri due, tre, quattro amori...un amore può essere fasullo, impossibile...e poi l'amore non è solo nei confronti di una persona...un vero amore poi non muore mai, magari diventa intangibile, ma vive.
  • Dimmi subito se secondo te sono più numerosi gli amori interrotti o quelli nati!
  • Secondo me è importante che gli amori siano numerosi,
  • Salute
  • Salute!
m

mercoledì 15 marzo 2017

Vocaboli di riempimento

Capiterà più volte amico 
In certi momenti del tuo vagare 
fra curriculum di carne  
Di non afferrare 
la dimensione effettiva 
Ne la misura esatta 
Di quanto poco te ne freghi
Di ciò che ti stanno dicendo 

È invece importante saperlo 
Veramente veramente 
Di quanto poco te ne sbatti
Di quello che ti stanno dicendo
I colleghi giù alla banca 
Le colleghe su in pausa caffè
Il capo reparto del reparto 
Informatica oppure sinistri  
Il direttore creativo 
dell' Assicurazione 
Gli zii ufficiali al pranzo di Pasqua 
Una sconosciuta 
con la mantella di cera beige 
Padrona di cane
Che ti chiede del tuo mestiere 
Mentre sei in giro col cane all'alba
E ti considera padrone del tuo cane

Non saprai cosa dire 
Non avrai voglia di pensarci 
Per assenza 
Per i tuoi più privati cazzi

Capiterà forse che invece 
Vorrai dire tu qualcosa 
Che forse ti converrà 

Beh Fratello
Sono degne situazioni 
Ed io sono qui per te
Per consigliarti dall'anima 
Di fare un energico uso 
Del vocabolo Sinergia 


L'ho sentito fare, ci credono tutti 
Sì, è energia la sinergia 
Di qua e di là
Dillo spesso 
Appena esci da un meeting 
Soprattutto 

Va a pennello con la
Collaborazione 
È geniale con la 
Struttura 
e i suoi affini 
È armoniosa con il
Procedimento 
Cortese con il 
Progetto 

Sii sinergico e ama la tua voglia
Di non dire nulla 

Beh auguri amico
E Prego

mercoledì 8 marzo 2017

La via silenziosa

Camminavo lungo una via silenziosissima che già da piccolo percorrevo ogni tanto, perché ci abitavano gli zii, con mio cugino all'epoca adolescente, che era ai miei occhi un tipo tosto, dannatamente stronzo eppure per me attraente, lo adoravo, ma lui con me era freddo. La via poi, con lo scorrere della vita, era diventata insignificante, per vent'anni non ci ero più passato, me l'ero perfino dimenticata, i miei zii divorziarono e mio cugino andò via per studiare roba tosta, tipo medicina.

Camminavo lungo quella stessa via, da adulto, osservando con calma alcuni enormi  palazzi di mattoni color granata...negli anni ottanta erano considerati moderni e in una zona privilegiata, oggi erano dei bastioni pieni di vuoto. Camminavo lungo quella via per caso, mi ci ritrovai senza quasi accorgermene.

Lo sguardo mi si posò sulla figura di una signora anziana, che su un balcone del sesto piano, lassù in prossimità del cielo grigio, in uno di quei palazzi di mattoni, farfugliava cose e infilava altre cose dentro ad ipotetici scatoloni che io non potevo vedere, ma dei quali sentivo il rumore, era un rumore come di scatoloni, risuonava. La signora nel frattempo si teneva con una mano alla ringhiera grigia della terrazza, un anello al suo dito tintinnava sulla lamiera della ringhiera, sfregava...sembrava un quadro, non c'era vita, ma solo immaginari e ipotesi di vita, in quell'immagine, mi sorpresi di questo. 

Ripensai alla riunione alla quale avevo appena partecipato, era stata orribile, era orribile la civiltà, era stato orribile quel giorno, alla riunione, percepire il come certe volte sentiamo il bisogno di porci, per dare una parvenza di luminosità, solo per difendere la connotazione che gli altri ci possono o meno attribuire. La connotazione che ci serve per mantenere un lavoro, per mantenere l'idea positiva che i nostri colleghi hanno di noi. Era stata molto brutta quella riunione, era stata il festival del nulla, della fuffa, delle frasi fatte, del dire per dire, del dire per apparire sul verbale, tutti sfiniti a cercare un senso.

Davanti a me poi, percorrendo quella via, c'era, con quel suo passo da infarto, un tossico, lo dico senza giudizio. Camminava a pochi metri da me, lo seguivo da un po, ma non mi era ancora accorto davvero di lui, della sua connotazione. Aveva dei jeans chiari, degli anni novanta forse, un giubbotto di nylon nero, in una mano teneva una birra da mezzo in lattina, nell'altra la sigaretta, camminava e farfugliava, anche lui, barcollava appena. Farfugliava imprecazioni, era bianco, la sua pelle era quasi trasparente, gliela stavo guardando, guardavo il retro del suo collo secco. In quel momento il tossico fu anche lui attratto dai rumori provenienti dal balcone dell'anziana signora, alle prese con cartoni e chissà cos'altro. Il tossico voltò lo guardo verso il sesto piano e si arrestò, come illuminato da qualcosa, potei vedere il suo profilo, aveva una cinquantina d'anni, era emaciato, i capelli sugli occhi grigi e bianchi, sia i capelli che gli occhi erano grigi e bianchi, le labbra secche secche e il naso sottile e fratturato, i suoi occhi erano seri e guardava il balcone da fermo, anche io mi fermai, facendo finta di cercarmi qualcosa nelle tasche. Il tossico non farfugliava più, era li fermo a guardare la signora del sesto piano, sempre smarrita e sola come una betulla su un colle, o come un copertone in fondo a un bosco. Poi il tossico parlò, ma non per borbottare fra se e se, no, con mi stupore disse qualcosa rivolto alla signora:

- Ma!- disse

Non lo urlò veramente, si lasciò il margine di non essere udito.

-Mamma!- ripeté, allo stesso modo.

-È sorda- disse poi sommessamente.

Il tossico si accorse di me, con la testa faceva di no e i suoi muscoli facciali esprimevano qualcosa del tipo: "ormai l'ho chiamata ma non sente, non ci parlo da tre anni ma non mi sta sentendo, però l'ho chiamata eh".

-Non ci sente, ormai- mi disse.

Rimase ancora un po' a guardarla, fece ciao con la mano e riprese a camminare, solo dopo dieci metri distolse lo sguardo dal balcone.

La signora sul balcone non si accorse di nulla, pochi istanti dopo rientrò e chiuse la porta-finestra del terrazzo. Quella via era silenziosissima.


m